| Affari tuoi o nostri? |
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| Scritto da Marat | ||||
| sabato 16 dicembre 2006 | ||||
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Ciononostante, come la maggior parte delle persone, spesso la tengo accesa, anche solo come sottofondo, spesso imbestialito dal repentino e disonesto aumento di volume sparato a tradimento quando parte la pubblicità.
Quindi non sono del tutto ignorante di quello che passano i palinsesti, e mi capita frequentemente di beccarmi qualche spezzone di trasmissioni che, in un secondo tempo, mi spinge a riflessioni più approfondite. Ritengo Flavio Insinna un bravo attore e, adesso, anche un presentatore capace e molto simpatico, certamente di un altro pianeta rispetto al verboso invadente Bonolis che usa la tivù pubblica per fare i suoi comodi (i pistolotti moraleggianti del”fa’ un passo indietro e vergognati” tanto per capirci), e certamente più accattivante dell’insulso Pupo che ancora cerca di propinarci “Su di noi” minacciando il concorrente di turno di regalargli il relativo CD. Tuttavia, io “Affari tuoi” proprio non lo reggo. Non riesco a sopportare quest’immonda kermesse dove concorrenti raccomandati fingono sorpresa e gioia spontanea quando vengono scelti per partecipare alla gara dei pacchi, e dove casalinghe forse disperate, con l’aria annoiata di chi è costretta suo malgrado a partecipare a un ricevimento barboso, si cimentano nell’ardua scelta tra la Basilicata e il Piemonte per scartare il pacco di scarso valore, e che hanno la faccia tosta di dire che è “solo un gioco” quando si trovano di fronte al dramma di decidere se tenersi l’offerta di 100.000 euro o andare avanti per il montepremi cicciotto. No belli, se il gioco è divertimento puro non necessita di soldi, e i giochi di soldi (più o meno definiti d’azzardo, dal sette e mezzo al poker) presuppongono che i soldi li rischi il giocatore di tasca propria, coscientemente, non che gli vengano regalati da terzi. E la frasetta irritante del “è solo un gioco” irride pesantemente chi 15.000 euro li fa netti in un anno di lavoro, non tramite un giramento di scatole televisive. Proprio io, che una volta non lo sopportavo, mi trovo a dover rimpiangere Mike Bongiorno. Per me era il simbolo dell’ignoranza che si ergeva a giudice di sapienza porgendo le domande amletiche del”lascia o raddoppia?” o “quale busta vuole, la uno-la due-la tre?”, lui che papa Paolo VI lo leggeva Paolo Vi e che riteneva il Col Moschin il colonnello Moschin; per lo meno le sue trasmissioni erano educative, perché dietro il nozionismo spesso fastidioso si celava la cultura, e i concorrenti di allora, ferratissimi su una determinata materia, i loro milioni se li sudavano, sia che si trattasse di storia dell’antica Roma, o di musica classica o delle opere di Ariosto. Erano concorrenti che nel loro campo erano bravi, sapienti, autorevoli, e quindi nessuno poteva dire di loro “anch’io se ci vado posso vincere”. C’era insomma una certa etica, la pedagogia del sudare per meritarsi qualcosa, dell’eccellere in qualche cosa per diventare, nel vero senso del termine, “campione”. Poi ha iniziato la turpe Raffaella Carrà (brava come ballerina e cantante, oscena come conduttrice) a elargire milioni a chi indovinava quanti piselli ci fossero nel barattolo. E da allora in poi si susseguirono tutta una serie di trasmissioni sempre più irritanti in cui conduttori improponibili, presi in prestito da altri ambiti, facevano “giochini” sempre più idioti a concorrenti sempre più raccomandati che chiedevano i famigerati “aiutini” per scippare soldini regalati con una prodigalità vergognosa. E la gente, ormai consapevole che si poteva arraffare un bel gruzzoletto anche non sapendo un tubo di cultura generale, anziché scandalizzarsi di questo andazzo faceva la fila per partecipare ai “giochini” (se lo fanno gli altri lo posso fare anche io). Addirittura oggi c’è una trasmissione che ha l’ardire (o forse l’onestà) di chiamarsi cultura moderna, dove la cultura è saper sculettare a ritmo o imitare il tale attore o fare le linguacce… In questa sagra di trasmissioni imbarazzanti che danno soldoni a gente inutile in cambio del nulla, la tivù di Stato e la tivù commerciale, praticamente Mediaset, sono sullo stesso piano. Cioè sottoterra. Con una differenza sostanziale però: Mediaset è per l’appunto una tivù commerciale, cioè campa di introiti pubblicitari, e quindi è costretta a rincorrere l’audience e per farlo non bada alla qualità ma agli ingredienti tradizionali che attirano la massa: sangue, sesso e soldi. Quindi giù servizi granguignoleschi su serial killer e delitti efferati, più o meno risolti, giù con gnocche culi e tette, più nudi sono meglio è, giù a regalare miliardi con giochi che offendono l’intelligenza e il pudore. E la tivù di Stato che fa? Ha il canone, in continuo aumento benché non lo paghino tutti, e al punto in cui siamo mi sembra che se lo meriti, per cui dovrebbe badare alla qualità, proprio in quanto servizio pubblico, non ai dati auditel. Invece la Rai continua a gareggiare a colpi di sangue-sesso-soldi con la tivù privata, a proporre gli stessi immondi format. A un Grande Fratello contrappone L’isola dei Famosi, alla Fattoria oppone Music Farm, contro un pacco spara altri pacchi. E il suo direttore gongola per gli ultimi dati auditel (ma chi sono quei deficienti che si sono messi in casa il rilevatore, con quale criterio li hanno scelti?), tanto come sempre paga Pantalone. Ossia l’italiano medio che non partecipa ai giochini, che detesta la tivù trash e odia i pacchi e i paccotti anche se apprezza Insinna. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (17) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 1134
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