| Mostra, mostrine e mostriciattoli |
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| Scritto da Marat | ||||
| giovedì 19 luglio 2007 | ||||
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Il titolo originale doveva essere “Froci”: proprio così, senza sfumature o edulcorazioni.
Poiché il titolo forse era un pochino “forte”, l’ideatore e curatore della mostra, l’assessore alla cultura Vittorio Sgarbi, aveva proposto per un più ecumenico “Libertè, Egalitè, Diversitè”, ma non è stato accettato perché guai a dare del “diverso” a un gay. E alla fine qualche comitato di saggi ha scelto il più sottile “Vade retro: arte e omosessualità”, alludendo maliziosamente alla porta di servizio normalmente usata da lor signori per esercitare le loro pratiche in maniera adeguata. Il titolo è piaciuto per la sottile ironia pregna di significati reconditi: vade retro oscurantismo, vade retro omofobia, vade retro il moralismo repressivo antiomosessuale e via dicendo. Le opere raccolte per l’esibizione, da quanto è stato scritto sui quotidiani, sono prevalentemente nudi maschili con particolari anatomici bene in vista, scene di ammucchiate omosex e lesbo, inquadrature insolite di travestiti e transessuali. Cosa c’è di male direte voi? Niente dico io, a parte il fatto che non vedo cosa ci sia di artistico nel proporre un pisello che ciondola mollemente o una chiappa in fuorigioco. E sia ben chiaro, il discorso vale anche per un nudo femminile, chè un conto è vedere un corpo anatomicamente perfetto dove le parti intime vengono delineate naturalmente senza forzature, un conto vedere una posizione ginecologica con gli ingrandimenti dettagliati. Anche se, devo ammetterlo, un bel nudo femminile mi attrae mentre un nudo maschile mi lascia del tutto indifferente, anzi forse mi dà pure fastidio. Ma il problema non sta nemmeno qui, nella realizzazione di una mostra con i contributi del Comune e della Regione su un po’ di piselli giocherelloni tanto per “stimolare il dibattito e “risvegliare le coscienze”, facendo acquisire al suo curatore, il narcisistico assessore dalla parolaccia facile, un po’ di visibilità mediatica attraverso la provocazione, arte in cui Sgarbi eccelle: la buccia di banana su cui la mostrina è caduta sono state una decina di “opere” (eh sì, uso con un certo sforzo questo termine che avrei riservato in maniera più adeguata per un quadro di Masaccio o di Antonello da Messina) con raffigurazioni al limite tra il blasfemo, l’offensivo e il trash. In un quadro si vede una pseudopietà michelangiolesca dove la pseudo madonna tiene tra le braccia un fantoccio decerebrato, in un’altra si vede un travestito sguaiato mezzo scosciato con le guepières e le chiappe di fuori con gli inconfondibili connotati di papa Ratzinger, e così via. Il sindaco Moratti ha ritenuto di cattivo gusto e irriverente questi accostamenti alla religione cattolica e ha imposto di rimuovere quelle tele. Sgarbi, piccatissimo per quell’intromissione censoria, si è impuntato come un ossesso: o espongo tutte le opere che ho scelto, o la mostra non si fa. La comunità gay e i laicisti annticattolici si sono inalberati: ecco la solita Chiesa bigotta e reazionaria che esercita indebite pressioni sui politici per condizionare la vita nel nostro paese. Insomma, la solita solfa contro l’omofobia e la sessuofobia dei cattolici e le indebite ingerenze. E a tutt’oggi non mi risulta che il problema sia stato risolto, senza peraltro che ciò mi crei particolari problemi. A questo punto si possono fare alcune considerazioni pacate evitando isterie e toni apodittici. E’ giusta o no la censura, soprattutto in campo artistico? Messa così la cosa, verrebbe da dire no, per carità, mica siamo nel Medioevo eccetera… A parte il fatto che bisognerebbe mettersi prima d’accordo su cosa sia arte e cosa non lo sia. C’è stato un tempo non lontano (erano gli anni 70) in cui l’artista Piero Manzoni, oggi quasi dimenticato, esponeva alla Biennale di Venezia diretta da Palma Bucarelli un barattolo di vetro contenente la sua cacca, con l’etichetta “merda d’artista”: non saprei dire se oggi quell’”opera d’arte” è ancora esposta in qualche museo o troneggia sullo scaffale di uno studio del solito mecenate d’avanguardia miliardario, però è evidente che la confusione in questo campo, associata a speculazioni di mercanti d’arte privi di scrupoli e mode culturali che durano lo spazio di un mattino, è molto grande. Il dibattito sulle differenze tra erotismo e pornografia è tutt’ora aperto, e non solo in campo pittorico, basti pensare anche solo in letteratura quel che passa oggi il convento, tra le Melisse Pi che raccontano nei dettagli le loro performances da ninfomani scatenate e le ex prostitute o prostitute ancora in servizio che offrono cronache vivide di amplessi di tutti i tipi e di tutti i gusti al consumatore-guardone. Quindi, ammesso che di arte si tratti, bisogna vedere se il contenuto delle suddette opere produca effetti negativi e socialmente pericolosi perché diseducativi, violenti, ispirati a disvalori, offensivi delle coscienze, delle credenze e delle tradizioni. L’artista spesso vuole provocare, precorre i tempi e si esprime con un linguaggio non in sintonia con il comune pensare dei suoi contemporanei, basti pensare alle prostitute-madonne o sante di Caravaggio: tuttavia non è detto che gli sia consentito tutto, in nome di una pretesa autonomia e libertà di espressione. Insomma, la libertà di espressione, come tutte le libertà, deve avere dei confini e degli steccati per non sfociare nell’arbitrio, e questi paletti sono il senso etico, il sentimento religioso, il codice penale e civile, il buon gusto. L’assioma “la mia libertà finisce dove comincia la tua” spiega bene il concetto. Poiché la libertà, anzi, le libertà, sono una condizione irrinunciabile per la realizzazione della piena dignità umana, ma non devono scadere nel libertarismo individualista, perché ciò minerebbe alla base la convivenza civile. Bisogna rispettare gli altri, e nell’esprimere le proprie idee non si deve irridere pesantemente, con cattiveria e integralismo assolutista, sui valori di altri che magari noi non condividiamo. Sempre che siano valori e non disvalori: per il kamikaze islamico farsi saltare in aria tra i bambini di una scuola è meritorio e santo, per me è una porcata vigliacca e grido apertamente il mio schifo verso di lui e verso chi gli arma la mano. Qui non c’entra il rispetto dell’idea altrui (quella del kamikaze): è un’idea fondata su valori distorti, inumani, contrari al diritto naturale, e allora posso evitare il politically correct e negarle ogni diritto di espressione. Ma se un artista fa un’oscena caricatura del Papa in autoreggenti o fa una Pietà che fa pietà a vederla, e irride un momento di straordinaria drammaticità e dolore quale la morte di Cristo che per i credenti è la base della fede e della speranza (la morte di Gesù per salvare gli uomini), allora non mi sta bene. E se l’artista avesse raffigurato che so io il Presidente della Repubblica a quattro zampe mentre un nerboruto negrone lo penetra da dietro che si sarebbe detto? Ma per il Papa si può fare, chissà perché. E mi viene in mente la doppia morale di certi intellettuali senza vergogna e senza dignità come il Nobel portoghese 1998 Josè Saramago che in occasione della polemica scoppiata un anno fa per la pubblicazione delle famose vignette antiislamiche su un giornale danese, che generarono forti reazioni antioccidentali nei paesi della mezzaluna e conseguenti genuflessioni dei politici e degli intellettuali dell’Eurabia che si autoflagellarono per l’imperdonabile offesa, rilasciò un’intervista al giornale spagnolo El Paìs in cui denunciò “l’irresponsabilità dell’autore o degli autori di quei disegni”. E ancora: “Alcuni ritengono che la libertà di espressione sia un diritto assoluto, l’unico diritto assoluto che esiste, mentre tutti gli altri sarebbero relativi. La cruda realtà impone dei limiti”. E poi: “Che fare? Autocensurarsi? Non si tratta di autocensurarsi, ma di usare buon senso: In una situazione come quella in cui viviamo, e conoscendo la suscettibilità che c’è intorno a questi temi, il buon senso ci suggerisce cosa fare. Una persona veramente responsabile, che si rendesse conto di come una vignetta possa essere come benzina sul fuoco, se la terrebbe per occasioni migliori”. Peccato però che nel marzo scorso abbia detto tutto il contrario. Era appena uscito in Spagna un libercolo, finanziato dalla pubblica amministrazione, dedicato agli scatti del fotografo Montoya, in cui comparivano molte immagini giudicate blasfeme, tipo un Gesù sottoposto a masturbazione dalla Madonna, una Madonna col Bambino stile Perugino dove però il Bambino era sostituito da un maialino, oppure un Cristo in croce che ridacchia allegramente in atteggiamenti a dir poco lascivi, e via di quasto passo. Sarà piaciuto agli anticattolici che in Spagna prosperano, ma ha spaccato in due il paese per questa bassa operazione di aggressione ideologica tra l’altro sovvenzionata dal pubblico erario. E che ha detto il Nobel lusitano? Ha firmato un vibrante manifesto di protesta assieme ad altri 135 intellettuali in cui è scritto: “Crediamo fortemente che un valore fondamentale delle società democratiche, come quello della libertà di espressione e di creazione, non possa essere sottomesso o soggiogato a regole morali o criteri particolari. Dobbiamo rifiutare categoricamente questo uso interessato, che pretende solamente di reprimere, controllare, giudicare cittadini e cittadine nell’esercizio dei loro diritti……. Manifestiamo pubblicamente contro le pratiche censorie e per mostrare la nostra solidarietà con la Junta di Estremadura che ha realizzato un lavoro rispettoso di tutte le sensibilità”. Capito signori? La Madonna che fa una sega a Gesù o il Papa travestito da checca rispetta la sensibilità (dei cattolici), mentre una vignetta sul profeta offende la suscettibilità dei musulmani. Ma và. E la suscettibilità dei cattolici? Quella non interessa, tanto i cattolici devono stare zitti perché devono ancora scontare la colpa delle crociate e della strage di San Bartolomeo. Capite bene che questo approccio ideologico è semplicemente ignobile, né vale la scusa del “buon senso” per evitare le ritorsioni violente di una parte mentre dell’altra (o altre) parte non ci si preoccupa minimamente. Se gli artisti di questa mostra avessero avuto un po’ di dignità, avrebbero almento accostato le “icone” del cattolicesimo a quelle delle altre religioni, in un gioioso e sguaiato gioco di dissacrazione, secondo me sempre e comunque imbecille, ma almeno paritario. Soffermarsi sempre ed esclusivamente sulle tradizioni, sui simboli e in definitiva sulla fede della Chiesa è un’operazione vigliacca e cretina. E i mostriciattoli che plaudono a questo gioco truccato sono altrettanto cretini e vigliacchi. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (105) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 2617
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