BRAHIM - Ultima puntata PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
mercoledì 25 giugno 2008
ULTIMA PUNTATA


beduino.jpg Verso la metà dell’agosto millenovecentosessantanove, come si ripeteva da alcuni anni, Rosario e Teresa partirono per l’Italia. Dopo alcuni giorni li seguirono Nino e sua moglie Luisa.
Il mattino del primo settembre Alessandro, che era andato a stabilirsi in casa di Adelaide, si alzò alle sette e trenta per prepararsi e andare al cantiere. Si rase, si vestì, andò in cucina e mise la caffettiera già caricata sul fuoco; uscito il caffè riempì due tazzine e andò a bussare delicatamente alla porta delle zie. Entrato nella camera quasi buia arrivò a tentoni al comodino e vi posò le tazze...

 

 

- Buongiorno - disse.

- Alessandro! - fece Giovanna sollevandosi su un  gomito - ho sentito degli strani rumori un paio d'ore fa... come di cannonate!
- Un bombardamento! - disse Alessandro incassando la testa fra le spalle e sorridendo.
- T'assicuro che le ho sentite. Fa' attenzione quando esci, guarda prima se è tutto tranquillo.
- Ma sì, sì - rispose il ragazzo distrattamente e andò a fare colazione. Tornò nella camera a salutare prima di uscire; anche Adelaide si era svegliata e baciò tutt'e due.
- Fai attenzione! - gli raccomandò ancora Giovanna.
- A che? - chiese Adelaide mentre sorseggiava il caffè.
- Alle macchine - mentì Giovanna.
Alessandro scese i gradini delle scale a due a due, tolse dal portone la spranga di ferro e aprì. Vide subito sulla porta della casa di fronte suo cugino Benedetto e la moglie intenti a guardare lungo la strada. Appena si incrociarono con lo sguardo, il cugino gli fece un brusco cenno con la mano.
- Aspetta!
Alessandro fece appena in tempo a trattenere la porta che si stava chiudendo. Giunse Benedetto.
- Torna dentro! c'è in corso un colpo di stato!
- Un colpo di Stato?!
- Me lo ha detto Salah poco fa, stavo partendo con la macchina e mi ha fermato consigliandomi di rimanere a casa.
- Hanno fatto fuori il principe? - chiese Alessandro, sapendo che il re si trovava in Turchia.
- Non si sa niente. La radio ha dato un breve comunicato dicendo che la guida del Paese è stata sottratta ai vecchi governanti corrotti. Avvisa per telefono gli altri, senza fare nessun commento; potrebbero esserci le linee controllate.
- D'accordo, ciao.
Alessandro tornò di corsa su dopo aver rimesso con cura la spranga alla porta. Sul pianerottolo quasi si scontrò con Giovanna che stava scendendo in vestaglia.
- Che è successo?
Alessandro la guardò e le posò una mano sul braccio.
- Un colpo di stato!
- Gesù mio! - esclamò portandosi la destra fra i capelli.
- Non c'è nessun pericolo; restiamo chiusi in casa e avvisiamo i parenti.
Entrò nella camera da letto per telefonare e trovò Adelaide allarmata per il trambusto.
- Hanno preso la stazione radio.
- Che significa?
- Probabilmente un colpo di stato.
- O Signore! - esclamò Adelaide lasciandosi cadere sul letto.
- I soldi in banca! - fece Giovanna entrando con due tazzine di caffè freddo nelle mani.
Adelaide da due mesi aveva in banca il denaro ricavato dalla vendita dell'azienda che le aveva lasciato il marito. Alessandro compose alcuni numeri telefonici e parlò con Giorgio e con i cugini. Fu tentato di mettersi in contatto con Brahim ma, ricordando l'avvertimento di Benedetto, si astenne dal farlo. Poi, con circospezione, aprì le ante del balcone e mise fuori la testa; la strada era deserta, cosa insolita a quell'ora. Per vedere meglio si appoggiò al parapetto; lo vide Salah che gli fece cenno di scendere ad aprire la porta. Nel rientrare in casa scorse le persiane del balcone di fronte schiudersi e l'inquilino dedicargli un largo sorriso.
- Ragazzi, solo ragazzi.
Alessandro sollevò una mano in saluto e richiuse le ante. Corse quindi giù seguito da Giovanna che lo teneva per un braccio. Prima di aprire la porta chiamò, ma nessuno rispose. Poco dopo sentirono la voce di Salah e aprirono; davanti c'era il negoziante con tre buste di carta fra le braccia.
- Giorno Signorina - disse vedendo Giovanna.
- Salah, cosa è successo?
- Colpo di Stato. Non paura, affari nostri, italiani non c'entra.
Nel dire questo aveva messo nelle mani di Alessandro i tre sacchetti colmi.
- Forse dovere chiudere, portato uova, pane, insalata e pomodori.
- Grazie, vado a prendere i soldi - disse Giovanna voltandosi.
- Domani, domani! - fece l'arabo prendendo la maniglia della porta e tirandola a sé.
Nelle ore successive subentrò nelle strade della città una strana confusione. La radio aveva dato ulteriori notizie sull'avvenuta conquista del potere da parte di una giunta militare e aveva così dissipato ogni speranza, o timore, che il tentativo fosse fallito. Macchine, motorette, biciclette e cortei di giovani iniziarono a girare per tutta la città clacsonando all'impazzata e lanciando slogan a favore dei nuovi capi ancora anonimi e contro il vecchio re la cui effigie veniva portata capovolta in cima a delle aste. Tutti, indistintamente, si fecero vedere felici per il mutamento politico; tutti, perché la nuova realtà così consigliò di fare  a coloro che effettivamente credettero a un futuro migliore e, a maggior ragione, a coloro che erano legati  alla monarchia o che erano in qualche modo impastoiati nel sistema.
Ipocrisia e asservimento? Vecchia storia.
Fin dal mattino era stato chiuso ogni collegamento internazionale, dal traffico aereo alle linee telefoniche e telegrafiche. Nel primo pomeriggio fu istituito il coprifuoco. Per farlo rispettare furono distribuiti lungo le strade centinaia di giovanissimi soldati con  uniformi e fucili mitragliatori sottratti dai depositi delle forze armate. Quello, forse, fu l'unico e più grande pericolo di quei primi giorni: studenti delle scuole superiori  accorsi al reclutamento del nuovo regime trasformati in improvvisati soldati. Pochi veterani passavano da uno all'altro dei ragazzi per dar loro le prime nozioni sull'uso di quelle armi. Al calare della prima sera repubblicana, in tutta la città si udì un continuo sparare di colpi singoli e a mitraglia. Pochi poterono dormire: era un contrattacco delle truppe rimaste fedeli? erano nuclei di polizia reale non ancora disarmata?
Adelaide, Giovanna e Alessandro non accesero mai la luce centrale della camera da letto che dava sulla strada; il piccolo abat-jour del comodino fu tenuto posato per terra per attenuarne ancor più  la luminosità. Il  letto di Alessandro che stava in un'altra stanza fu portato in quella per stare tutti insieme. Più la notte si inoltrava, più aumentavano le sparatorie. Verso le due si sentì un vociare e pesanti scarponi correre sull'asfalto; a un tratto si levarono diverse prolungate risate e una secca raffica di mitra sferzò l'aria.
- Mio Dio! ma questi sono pazzi! - esclamò Adelaide sottovoce.
- Ma che starà succedendo? - si chiese Giovanna seduta sul letto col capo appoggiato alla testiera.
- Sembra che stiano giocando - constatò Alessandro.
Fra uno sparo e l'altro riuscirono a dormire ben poco.
L'indomani mattina, sospeso il coprifuoco, scomparvero i militari. Dalla calma  relativa e dalle voci che corrono sempre in queste circostanze, si dedusse che tutte quelle sparatorie altro non erano che prove di tiro o, in qualche caso, colpi partiti accidentalmente da mani inesperte. Durante le poche ore in cui fu consentita la circolazione tutti i parenti si riversarono in casa di Adelaide e a bassa voce si commentarono gli avvenimenti e si fecero mille congetture sulla base dei pochissimi elementi certi. Di ufficiale si continuò a sapere sempre poco. La stessa radio libica non trasmetteva aggiornamenti sulla situazione, ma si limitava a ricordare con enfasi le ingiustizie perpetrate dalla monarchia. Circolavano delle voci secondo le quali le forze fedeli al re si preparavano dal lontano Fezzan a marciare verso Tripoli e Bengasi. Una notte, intorno alla metà di settembre, si sentirono passare a bassissima quota degli aviogetti militari e al loro sibilante fragore fecero seguito lungo le strade gli spari dei fucili mitragliatori. Ad ogni passaggio degli aerei le raffiche si infittivano; il carosello non durò meno di un'ora.
- Quando la smetteranno? - si chiedevano Adelaide e Giovanna.
Alessandro taceva impressionato; immaginava dal frastuono dei reattori le pericolose figure che stavano eseguendo e, sapendo quale fosse l'esperienza dei piloti, si augurò, anzi pregò, che non succedesse un incidente proprio sulle loro teste. L'indomani si seppe che la sera prima era stato costituito il "Consiglio del Comando della Rivoluzione" e che gli aerei avevano volteggiato sulla città per festeggiare la nuova era. Le solite voci dissero che uno dei quattro aviogetti posseduti dall'aviazione era caduto in mare nei pressi del porto.
Alla radio libica ogni sera alle sette venivano comunicate in italiano le nuove disposizioni emanate dal governo.
Riaperte le frontiere, Rosario, Teresa, Nino e Luisa poterono rientrare dall'Italia. Di Brahim, Alessandro e Giorgio non avevano ancora avuto notizie. Nino decise di telefonargli.
- Ciao - disse appena riconobbe la voce - ci vediamo?
- Sì, fra un'ora sarò da te.
Quando si rividero si abbracciarono.
- Siete rimasti bloccati in Italia - commentò Brahim.
- Già, siamo tornati ieri sera. Tu come stai?
- Bene sembra. Almeno fino ad oggi!
- Che ne pensi? Chi sono?
- Non lo so. E non so cosa pensare.
- Ma alla radio che dicono?
- Niente di particolare.
- Non si scoprono ancora, forse non si sentono del tutto sicuri?
- Ma chi vuoi che li combatta?
- Si dice...
- Niente, niente. Sono tutte fesserie. Vogliamo fare un giro?
Nino notò che Brahim era molto giù di morale e non volle fare altre domande; attendeva che parlasse lui. Scesi in strada l'arabo si avvicinò a una 600 e aprì lo sportello.
- E' di un mio amico, sono scomparse dalla circolazione le macchine di lusso.
- Che significa?
- Da due giorni la radio parla di socialismo e le grosse vetture sono del capitalismo.
- Socialismo o ... comunismo? - azzardò Nino.
- Si vedrà!
Brahim conduceva la piccola macchina con insolita lentezza. In città, sebbene il traffico fosse quasi normale, si notava qualcosa di strano. Era chiaro che tutti si trovavano in circolazione per necessità; i soli negozi aperti per disposizioni governative erano quelli di generi alimentari, gli altri avevano la facoltà di tenere chiuso e ben pochi avevano alzato le saracinesche.
- Quando potremo riaprire? - chiese Nino.
- Al più presto, ma non voglio essere il primo; andiamo a vedere se dalle nostre parti c'è movimento.
Imboccata la strada per Suani non scorsero alcun cancello aperto. Si addentrarono in una strada e raggiunsero il cantiere numero uno; scesero e Brahim bussò con la mano sulla lamiera del cancello. Una voce chiese chi fossero e si vide un occhio sbirciare attraverso i cardini; la porticina si aprì e il guardiano salutò dando la mano prima a Brahim e poi a Nino che lo seguiva.
   - Ti stai riposando per bene! - disse Brahim con un accento così allegro e gioviale da rasentare la comicità - Ci stiamo riposando tutti, veramente! - si corresse - ma fra qualche giorno riprenderemo a lavorare e molto più di prima!
- Certo, certo! - assentì il guardiano con sincera credulità.
- E' venuto qualcuno?
- No, proprio nessuno. Qualche telefonata per sapere se era aperto.
- Andiamo in ufficio, Nino. Telefoniamo alle imprese.
- E' già aperto - disse il guardiano - così posso sentire il telefono.
Nino e Brahim entrarono; il primo prese un'agenda e si diresse verso il telefono, mentre il secondo andò nell'altra stanza e cominciò a sfogliare una per volta le schede delle vendite a credito, leggendo attentamente il nome scritto in cima. Alcune le scartò subito, su altre si soffermò di più cercando di ricordare.
Dall'altra stanza proveniva la voce di Nino che si informava sulla ripresa dei lavori. Dopo un po' Brahim chiamò.
- Nino, quando finisci vieni qua.
- Sì, un momento - poco dopo entrò con un notes aperto.
- Ho chiamato queste società - disse mostrando il blocco - da loro è tutto fermo.
- Va bene, senti - fece Brahim senza alzare la testa dal suo lavoro - sto togliendo le schede dei nominativi compromettenti. Oltre che su queste schede, esistono altre registrazioni dei loro nomi?
- Le fatture, se non sono state consegnate.
- Tieni, controlla.
Nino prese le schede e si spostò verso un raccoglitore, aprì il cassetto e tirò fuori una prima cartella con su scritto il nominativo da eliminare.
- Dobbiamo distruggerle? - chiese.
- Queste cinque sì - confermò Brahim - Queste altre no, aspettiamo di vedere come si mettono le cose; mi dispiacerebbe fare inutili regali. Te le puoi portare a casa per favore?
- Io?...
- Naturalmente con la libertà di distruggerle se lo riterrai opportuno. Andiamo a fare un giro negli altri cantieri.
Prese le cinque schede, le piegò più volte e se le mise nella tasca interna della giacca. Nino ripeté la stessa operazione con quelle che doveva portare a casa. Uscendo e incontrandosi col guardiano,  Brahim da serio e corrucciato che era, si fece allegro e loquace. Salutò con una mano alzata.
- Se viene o telefona qualcuno dì che apriremo fra qualche giorno.
Si rimisero in macchina e si avvicinarono al cantiere numero tre, quello del legname, del ferro e del cemento. Anche qui, dopo i convenevoli, il guardiano, uno strano tipo in età avanzata soprannominato dagli impiegati Ho Chi Min per la sua barbetta bianca a punta e per gli occhi a mandorla, aprì la porticina. Anche qui Brahim sfoggiò una innaturale allegria pur sapendo che il vecchio era un convinto sostenitore della monarchia.
- Facciamo un controllo del legname - disse inoltratosi fra le cataste. Assicurandosi di non essere visto da nessuno tirò fuori dalla giacca le schede e le accostò alla fiamma di un accendino. Quando la fiamma stava per raggiungergli la mano le lasciò cadere, attese che il fuoco le consumasse tutte e poi, con un piede disperse la cenere nella sabbia. Il tutto si svolse nel più assoluto silenzio. Ripresero il cammino, passarono davanti al capannone pieno di cemento fino al tetto e girando dall'altro lato tornarono all'ingresso. Nino azzardò una domanda.
- Le navi in arrivo?
- Alcune sono in attesa in rada. Dove ho potuto ho bloccato le partenze. Domani dovrò fare un giro simile con Giorgio, gli puoi dire che passerò alle dieci a prenderlo?
- Sì. Era terminata la prima fase, rivolta allo smantellamento delle vecchie istituzioni e ora si dava inizio alla promulgazione delle nuove leggi. Naturalmente divieti. Fu vietato il commercio di alcolici di qualsiasi gradazione; le scorte dei bar, dei ristoranti e dei grossisti furono confiscate e distrutte. Qualche italiano incauto fu messo in carcere per non aver consegnato tutte le bottiglie. L'indomani era già nato il commercio clandestino con prezzi eccezionali. Un altro divieto fu quello di usare i caratteri latini, e comunque non arabi, su documenti pubblici come fatture, ricevute, cambiali e cose simili; non avrebbero avuto valore legale. Invece i numeri, considerati d'origine araba, erano ammessi. Come data non bisognava usare più quella del calendario gregoriano ma quella islamica che contava seicentoventidue anni in meno. I proprietari di automobili dovettero coprire sulle targhe la sigla LT, che stava per Libia - Tripoli, con la vernice nera. Come in ogni rivoluzione occorreva individuare il nemico e cancellarne la memoria.
Con la riduzione del coprifuoco il lavoro fu finalmente ripreso. La costruzione degli edifici privati di piccole dimensioni fu continuata ma tutti i lavori pubblici furono sospesi. Il grandioso progetto Idris che prevedeva la costruzione di diecimila abitazioni popolari fu drasticamente annullato. E buona parte dei materiali, grazie alle conoscenze di Brahim, avrebbero dovuto essere acquistati nei suoi depositi!
Sui giornali, ormai purgati o sottomessi al nuovo regime, furono riportati i nomi e le foto dei ministri e delle personalità politiche più vicine al re  imputate di malgoverno. Brahim ostentava una sicurezza sfacciata; due volte al giorno visitava i depositi e passava in ufficio un paio d'ore. Parlava volentieri di politica con acquirenti e operai mostrandosi felice del nuovo corso. Altrettanto faceva nell'ufficio di Giorgio e la sera nel suo di città. Nuove schede furono aperte a ufficiali e semplici soldati  che si presentavano chiedendo espressamente di Brahim. Questi aveva dato precise disposizioni a Nino e a Giorgio perché li indirizzassero direttamente a lui.
- Chissà che non ne trovi uno utile! - usava ripetere a Nino.
In novembre fu lanciata una campagna a favore dei palestinesi; il consiglio rivoluzionario chiese a tutti i cittadini un'offerta per il Medio Oriente. I milioni fioccarono; la ditta Brahim Ben Salem offrì diecimila sterline. Attratti dalla situazione favorevole giunsero a Tripoli, ben accolti dalle autorità, numerosi palestinesi, più o meno autentici, che fondarono un centro di raccolta di denaro e di beni da inviare ai propri fratelli profughi. Brahim fu tra i primi a mettersi in contatto con loro. Invitò i maggiori esponenti nel suo ufficio e insieme discussero fino a tarda sera. L'indomani mattina Giorgio ricevette l'ordine di consegnare a certi signori cinque vetture di media cilindrata, due bulldozer e due fuoristrada. Brahim aveva forse trovato la via giusta per rimanere a galla?
Verso la fine del mese il notiziario italiano annunciò che sarebbero stati limitati i prelievi dai depositi bancari. Fortunatamente Rosario, che guidava Adelaide nelle operazioni amministrative, l'aveva consigliata di dividere il capitale in più conti, intestati a persone diverse. Così, appena uscita la legge, i familiari a cui erano intestati i conti  si presentarono alla banca per prelevare quanto era consentito e nel giro di una settimana Adelaide riuscì ad avere tutto il capitale, che nascose in casa in attesa di poterlo inviare in Italia. La percentuale corrente per il trasferimento era salita al trenta per cento e dunque una buona parte del denaro sarebbe andata in altre mani! Nino decise di parlarne a  Brahim.
- Brahim, devo chiederti un favore, però mi devi giurare che non sarai condizionato. Te lo chiedo perché forse potrebbe rivelarsi utile anche a te, ma se non è così dillo chiaramente.
- Parla - disse Brahim.
- Mia zia Adelaide ha dei soldi da mandare in Italia.
- Quanto?
- Quelli della vendita del terreno. Diciotto.
Brahim si portò una mano al mento.
- Diciottomila... - ripeté pensoso - D'accordo, portameli appena puoi; ti darò in cambio dei miei assegni su banche italiane.
- Ne trai qualche vantaggio?
- E' poca roba, ma è meglio di niente, è una giornata guadagnata.
- Grazie, Brahim! - disse Nino offrendogli la mano - Fatma e i bambini come stanno? - chiese poi.
- Bene, stanno bene. Ma mi preoccupano. Ho pensato di mandarli in Italia.
- Dove? - fece Nino sorpreso.
- A Roma. C'è Isacco che la aiuterà a trovare una casa finché passerà questo periodo incontrollabile.
- E'una buona idea.
- Sì, mi fido di lui!
Si salutarono e si divisero.
Gli eventi politici cominciavano a prendere un indirizzo pericoloso. Stabilita e rafforzata ormai la propria autorità, il Consiglio Rivoluzionario spostò l'attenzione dai politici ai commercianti. Il primo a cadere fu un grosso costruttore che aveva iniziato l'ascesa lavorando come socio del più ricco ebreo della città. Da lui aveva raccolto solo la parte peggiore del carattere; mentre il maestro, infatti, apparentemente burbero e taciturno, nei momenti più delicati sapeva usare maniere gentili e bonarie, l'apprendista non era riuscito a sviluppare quel minimo di tatto sempre necessario per rendersi socialmente accettabili. La sua carcerazione fu quindi vista, anche negli stessi ambienti economici, come una giusta punizione per la sua arroganza. Il primo passo, però, era fatto. E un governo rivoluzionario che da settimane predicava di voler combattere la corruzione e gli squilibri sociali non poteva certo fermarsi lì. Le solite voci dicevano che una speciale commissione stava esaminando lo stato patrimoniale di alcune aziende all'insaputa degli stessi titolari. Brahim dette credito a queste voci. Sebbene tutti i suoi più importanti amici fossero stati rimossi dalle loro cariche e posti sotto sorveglianza in attesa di giudizio, da persone di minor peso politico, ma pur sempre attendibili, seppe che era vero. Non riuscì a scoprire se il suo nome era compreso nella lista; era però molto probabile. Il castello che aveva edificato si stava sgretolando! Lo aveva mal costruito? Certamente non aveva dato tempo alle fondamenta di consolidarsi!
Tramite un capitano dell'esercito riuscì ad incontrarsi con due esponenti minori dell'associazione Libico-Palestinese. Aveva quell'unica carta in mano e volle giocarla a viso scoperto.
- Grazie per aver accettato il mio invito - cominciò a dire rivolgendosi ai due baffuti palestinesi che portavano in testa la caratteristica kefia.
- Sempre disponibili per un amico! - rispose uno.
All'udire quell'ultima parola, Brahim sorrise ironicamente. Seguì qualche attimo di silenzio. Poi sollevò lo sguardo verso di loro.
- Amico? per quanti giorni ancora?
- Noi speriamo per sempre! - rispose il più anziano con effusione ma rimanendo serio - Un nostro nuovo amico, significa aver trovato un'altra persona onesta.
L'incontro si stava svolgendo con l'ausilio della sibillina diplomazia levantina. Brahim capì subito che sarebbe stata fatica persa trattare un eventuale compromesso per loro tramite.
- So come mi sono comportato. E' vero che ho pagato per ottenere, però non sono stato io a offrire ma loro a chiedere. Sono nato contadino e volevo morire commerciante, ecco quale era e quale è tuttora il desiderio; ho sbagliato a credere in questa libertà?
Brahim si era alzato dalla sua poltrona e con il busto piegato verso i palestinesi guardava ora l'uno ora l'altro. I due tenevano lo sguardo fisso e imperscrutabile sulla scrivania.
- Anche a me faceva schifo la corruzione - continuò rimettendosi a sedere e abbassando la voce - ma confesso di non aver mai pensato a una rivoluzione. L'ho salutata con gioia quando ho sentito la notizia alla radio... oggi ho paura!
Brahim tacque, sperando in qualche loro osservazione. Attese, ma dovette riprendere.
- Noi libici abbiamo bisogno di crescere, di svilupparci, di imparare. Abbiamo i milioni del petrolio e dobbiamo saperli usare per creare industrie e formare gli uomini che le sappiano far funzionare. Io ho dovuto imparare il mestiere del commercio da uno sporco ebreo che mi ha derubato per tre anni, speravo che i miei figli potessero imparare da me a condurre una azienda e non da uno straniero!
- Non tutti gli stranieri sono ebrei! - precisò un palestinese.
Brahim riprese il controllo del suo stesso slancio.
- E' vero. Dico allora che sono americani, francesi, italiani, inglesi, giapponesi. Sono loro che hanno le industrie, non certo noi libici o gli egiziani, o i siriani, o i sauditi.  Abbiamo i capitali, ma non sappiamo ancora utilizzarli in attività industriali.
Poggiò le mani aperte sul tavolo e continuò.
- Ora i nostri capi vogliono tagliare le poche teste che hanno avuto il coraggio  e l'intelligenza di fondare l'economia libica!
- Cosa ti fa credere che avverrà questo?
- Finora niente, ma così pensa la gente!
- Ci sono ancora molti nemici della rivoluzione.
- Sì, lo so; mi auguro che sapranno riconoscerli.
Brahim si alzò e li guardò da brevissima distanza, sollevò la destra e la porse al più anziano.
- Vi ringrazio ancora - passò la mano all'altro continuando - Qualsiasi cosa mi dovesse accadere l'accetterò se sarà utile al mio Paese e ai miei fratelli. Non potrò accettare delle ingiustizie, però!
I due si inchinarono portandosi la mano sul cuore e si diressero alla porta seguiti da Brahim che chiuse a chiave dietro di loro e tornò a sedersi. Chinò la testa su un avambraccio e così rimase per una lunga mezz'ora.
L'indomani mattina Fatma e i bambini partirono per Roma. Già da quindici giorni Brahim aveva pronto il passaporto della moglie con il visto dell'ambasciata italiana. Le pratiche erano state sbrigate da un giovane soldato con il quale aveva simpatizzato. Rimasto solo chiuse la grande e lussuosa villa e tornò ad abitare nel suo appartamento di città. Si sbarazzò definitivamente della grossa vettura giapponese donandola all'associazione palestinese e ne prese una di piccola cilindrata. La vendita delle vetture era in calo ma non in maniera preoccupante; erano però praticamente scomparsi i compratori in contanti. Gli acquisti venivano fatti da operai o militari dell'ultima leva con pagamenti rateali. Chi aveva già la macchina non spendeva altri soldi per cambiarla. Anche ai depositi si verificava lo stesso tipo di mercato; completati i lavori sospesi, non ne venivano intrapresi di nuovi. La generosità di Brahim era sempre la medesima, ma il fine era cambiato. Un giorno, trovandosi in trattative con tre soldati davanti alla porta dell'ufficio insieme a Nino, tra una risata e l'altra urlò al ragazzo che stava alla cassa di portargli tre schede. Appena le ebbe scrisse velocemente in arabo i nomi dei militari e su un fianco la dicitura "illimitato" e firmò. Porgendole a Nino, che era un po' scostato, gli si rivolse sottovoce in italiano.
- Voglio lasciare un buon ricordo!
Nino comprese che la forza di combattere gli stava venendo meno e che cominciava ad affidarsi alla fatalità del destino.
Gli italiani residenti facevano fagotto. Le navi della Tirrenia viaggiavano a pieno carico e, su indicazione del governo italiano, furono aggiunti dei voli supplementari dell'Alitalia per accelerare i rimpatri. Non si parlava ancora di evacuazione, ma lo era a tutti gli effetti. Gli uffici del Consolato si erano trasformati in salotti, sostituendosi ai bar, agli angoli delle strade, ai sagrati delle Chiese, luoghi tradizionali di incontro ora abbandonati per non dare nell'occhio. Se ne andava chi non aveva niente da perdere e tutto da guadagnare. A chi non aveva immobili o attività economiche ma solo un impiego, con la crisi che era seguita al colpo di Stato, non rimaneva che il rimpatrio. Di giorno in giorno il cerchio si chiudeva sempre più intorno agli stranieri, vincolandone la libertà. Non era vietato circolare per le strade, ma si era diffuso un panico generale che aveva generato una diffidenza nei rapporti tra italiani e arabi. Spesso alcuni di questi ultimi venivano insultati e accusati di connivenza con i colonialisti italiani. I delatori non erano molti ma spesso si scoprivano nelle persone più insospettabili, per cui era buona norma per tutti non farsi vedere insieme agli italiani. Una minima discussione poteva infatti tramutarsi in un caso politico  e nessuno aveva voglia di trovarsi in pasticci del genere. Gran parte dei libici non era contraria alla permanenza degli italiani, con i quali convivere era sempre stato facile. Gli antichi rancori dell'epoca coloniale si erano da tempo sopiti e la ricostruzione storica dei trascorsi colonialisti,  modificata ad arte dal nuovo regime, era rigettata da molti.
Nella famiglia di Rosario si seguiva attentamente l'evolversi della situazione. Nello stesso mese di settembre era stato venduto al padre e allo zio di Brahim il resto dell'azienda con la casa. I mobili della sala da pranzo, il vasellame ancora esistente, la cucina a gas, fu tutto donato a loro. Dalla camera di Adelaide furono prese le robuste casse militari per una eventuale prossima utilizzazione. Se fu triste tanti anni prima, per ragioni di studio e di lavoro, lasciare quella casa, ancora più penoso fu doverla abbandonare con la certezza di non averla mai più per sé.
Dal lato economico Rosario era libero da ogni legame perché Brahim gli aveva pagato casa e terreno direttamente in Italia. Lo preoccupava però l'eventualità che le autorità facessero dei controlli. E non c'era da stare tranquilli! Era sufficiente imporre ai notai la denuncia degli atti sottoscritti dagli stranieri per mettere tutti nel sacco. Ma non avvenne nulla di simile fino alla confisca dei beni avvenuta nel luglio successivo quando furono congelati anche i depositi bancari.
Nino e Giorgio, che stavano in contatto continuo con Brahim e con l'ambiente di lavoro, riportavano quotidianamente in famiglia le impressioni raccolte dalle indiscrezioni degli operai e dei clienti. Appariva fin troppo chiaro che la  loro presenza sarebbe stata possibile fino a quando Brahim fosse riuscito a tenere sotto controllo la sua stessa libertà. Ma di fatto il suo comportamento diveniva di giorno in giorno meno attivo. Anche intrattenendosi con la clientela non riusciva più a sfoggiare la consueta, falsa allegria mostrata fino a qualche tempo prima. Nino, pur sentendosi sempre più vicino allo sfortunato amico, non osava fare domande. Fu Brahim un pomeriggio a prendere il discorso. Trovandosi soli a controllare i conti dei numerosi debitori inadempienti, Brahim scattò.
- Ma che ci pensiamo a fare!
- Perché?
Brahim gettò la biro sul tavolo.
- Non durerò molto - la sua voce tremava.
- Sai qualcosa?
- No, ma non ho trovato alcun aiuto. E questi non si fermano.
Le domande e le risposte erano separate da lunghe pause.
- I Palestinesi?
- Niente, strada chiusa anche quella. L'ultimo che sono riuscito ad avvicinare, un ragazzo, mi ha confidato che pur avendo una certa influenza sul comitato rivoluzionario, non possono assolutamente intromettersi in questioni di politica interna.
- Ma finora hanno messo dentro solo Schiauki!
- Le aveva combinate troppo grosse.
- Va bene, ma chi ti dice che anche tu rischi una simile accusa? mi sembra esagerata.
- Te lo immagini cosa staranno dicendo i miei amici sul mio conto per scagionarsi? E sai a quanto ammonta la mia scopertura nelle varie banche?
- Calcolando gli immobili e i materiali?
- Rimango sempre molto lontano - sottolineò la frase scuotendo la testa, poi riprese la biro e cominciò a disegnare dei quadratini sulla cartella - E tuo padre?
- E' indeciso - rispose Nino.
- Che aspetta ad andarsene?
- Dici?
Brahim lo guardò, come meravigliato per l'ingenuità della domanda.
- Non credo possa essere piacevole vedere come andrà a finire la storia!
- L'unica sua paura è che gli potrebbero chiedere dove ha i soldi della vendita.
- E ti pare poco?... digli di partire - concluse dopo una breve riflessione - e non gli far fare le pratiche di rimpatrio, fagli prendere l'aereo con un semplice visto temporaneo.
- Corre pericolo?
- Tutto può accadere nel giro di un' ora.
- E noi?
- Voi non avete niente dietro le spalle - si alzò, si allontanò dalla scrivania e riprese - Devo prendere una grossa decisione, Nino. E subito!
Nino notò gli occhi lucidi e la voce oscurata.
- Non è detta l'ultima parola - disse - non tutte le speranze sono perse.
- E' vero, l'ultima parola non è stata detta, ma la voglio dire io!
- Non ti capisco.
- Non temere, non voglio spararmi. Non dimentico d'avere moglie e figli che mi aspettano - disse riprendendo un po' di colore nella voce.
- Già! - constatò Nino intuendo quali fossero le intenzioni accennate.
- Stasera io e te non ci siamo parlati, chiaro?
- Ovvio! - rispose Nino.
Esattamente tre giorni dopo, alle due e mezza del pomeriggio, Nino fu chiamato al telefono. Al ricevitore sentì la voce di Brahim che parlava forte in arabo.
- Nino, potresti venire qui un momento? mi trovo al numero tre e dobbiamo vedere dove sistemare il tondino che arriverà fra qualche giorno...
A questo punto continuò a parlare con qualcuno presente nell'ufficio.
- D'accordo, vengo subito - disse Nino e chiuse.
"Ferro in arrivo?" pensò fra sé Nino. Andò nella seconda stanza a guardare la lavagna completamente nera. Si avvicinò e con il gesso scrisse in caratteri arabi  "10 / 1 / 1348 hadyd - ferro".
- Meglio dargli corda - disse sottovoce. E uscì.
Entrando al numero tre trovò Brahim che parlava con il rais e il gruista arabo, un giovane che aveva sostituito quello italiano, licenziatosi per tornare in Italia. Scese dalla macchina e si avvicinò.
- Dunque Nino, ho ricevuto un telegramma che ci avvisa dell'arrivo fra cinque giorni della nave col tondino.
- Finalmente! - esclamò Nino.
- Già, ne avevamo sospeso la partenza per la chiusura del porto - confermò Brahim tentennando con la testa e guardandolo negli occhi. Si incamminò verso l'interno del deposito.
- Si dovrà trovare un po' di posto, ho pensato di fare accatastare quello che abbiamo verso il legname in modo da restringere lo spazio occupato e metterci quello in arrivo.
- Sì, è l'unica soluzione, anche se diventerà più complicata la ricerca dei diametri.
- Fai come ti ho detto allora - disse Brahim rivolto al rais - un lavoro preciso e pulito,  mi raccomando! ... Nino, andiamo a vedere ora il numero due, dobbiamo tenerci preparati per gli altri arrivi.
Si staccarono dal gruppetto di operai che si era formato e salirono in macchina. Appena fuori dal cancello Brahim si rivolse all'amico.
- Stasera parto.
Nino si voltò di scatto, sollevando il piede dall'acceleratore. Non parlò.
- Spero di fare in tempo.
- Siamo a questo punto?
- Sì. Sono state presentate ieri, al Comando della rivoluzione, le relazioni stilate da una commissione su alcuni commercianti. Il mio nome sta al quinto posto.
- Cosa dice il rapporto?
- Non lo so; ma sarò di certo chiamato per un interrogatorio, tanto per incominciare.
- E non credi di riuscire a difenderti?
- No, nessuno mi potrebbe salvare dal carcere!
- Sei sicuro dell'informazione?
- Sì.
- Come pensi di andartene?
- Preferisco non dirtelo; un giorno spero di raccontartelo.
- Lo spero anch'io!
- Partite tutti e subito, Nino. Dillo ai parenti rimasti. La situazione potrà solo peggiorare. E voi avete la fortuna di tornare nel vostro Paese, mentre io devo fuggire dal mio!
Nino dovendo guidare non poteva vedere la tristezza espressa dagli occhi di Brahim. Giunsero al cancello.
- Prosegui fino al ponteggio - disse Brahim.
La macchina si fermò.
- Quanta fatica! - esclamò guardandosi intorno - e pensare che era solo l'inizio di quanto credevo di poter fare!
- Ti capisco - disse Nino non trovando altre parole.
- Questo è il mio Paese, capisci? è la cosa che più mi addolora!
Si appoggiò con le spalle ad una cassa di marmette e infilò le mani in tasca.
- Sai di quanto sono scoperto nelle varie banche?... di circa due milioni di sterline. Considerando sia il materiale dei cantieri, la scorta delle macchine e gli immobili che possiedo. In che modo potrei far credere di non aver corrotto per ottenere tanto? Non ho scampo perché il nuovo corso vuole colpire in me e in qualche altra decina di persone il male di tutta  una classe politica e imprenditoriale. Non tanto per i nostri peccati quanto per le nostre ricchezze. E la montatura dei processi sarà un esempio evidente.
Brahim non aveva cambiato posizione, era rimasto con le mani in tasca e con il busto un po' piegato in avanti; un'immobile macchia scura, con la cravatta ciondolante al vento fuori dalla giacca sbottonata. La sola testa animava quel corpo; ora chinata in sommesso ricordo, ora rovesciata all'indietro per abbracciare tutta la sua breve conquista. Il viso esternava palesemente il dolore, la sfiducia, lo smarrimento, il fallimento.
L'unico spettatore visibile era Nino, silenzioso e partecipe. Ma di fronte a Brahim vi erano idealmente tutti coloro che da lui avevano una volta ricevuto benefici e tutti coloro, illustri sconosciuti, che si erano dichiarati reggitori del Paese. Li vedeva davanti a sé e a loro, finalmente, poteva dire liberamente ciò che pensava. Una piccola pausa nella lunga mascherata!
Riavutosi dall'abbandono si staccò dalla cassa e fece qualche passo, sfilò una marmetta da un espositore e vi passò sopra la manica della giacca. Il sole risplendette sulla superficie pulita e levigata; la lasciò cadere su una pietra e il marmo si divise in più pezzi.
Andiamo! - disse.
Rientrando al cantiere numero uno divenne allegro. Non c'erano clienti ma alcuni operai si trovavano all'ingresso dell'ufficio e si mise a parlare con loro. Dopo un po' con fare distratto guardò l'orologio e, manifestando una qualche dimenticanza, salutò gli uomini ed entrò sveltamente in ufficio.
- Nino! - chiamò forte proseguendo verso la seconda stanza. Entrò e chiuse la porta.
- Tu solo sai - disse con un filo di voce - appena potrò ti farò sapere del mio arrivo in Italia. Mi occorreranno alcuni giorni per il viaggio.
- Neanche a Suani lo sanno?
- No, ti ripeto che nessuno lo sa. Mi stanno alle calcagna, non posso rischiare... e poi non avrei il coraggio... Capisci che non tornerò mai più? Toccherà a te dirglielo quando sarò giunto a destinazione.
A Brahim tremava la voce.
Nino si alzò dalla scrivania e gli si avvicinò quasi a volerlo abbracciare.
- Arrivederci! - disse Brahim porgendogli la mano.
- Arrivederci... certamente.
- Domani inizia le pratiche per il rimpatrio e consiglia agli impiegati rimasti di fare altrettanto - riprese Brahim tenendogli ancora stretta la mano.
- Gli incassi?
- Versali dove ti pare. Verranno a prendere possesso di tutto, trattali con la massima gentilezza e dai pure loro tutta la collaborazione che chiederanno. Accusami pure, se necessario, non ti fare scrupoli!
- Ci capivamo bene! - disse poi accorgendosi della scritta sulla lavagna.
- Hai bisogno di qualcosa?
- No, no. E' tutto organizzato, grazie.
Brahim uscì dall'ufficio con l'aria affaccendata di sempre.
EPILOGO
Era trascorso un mese dalla partenza e Brahim non aveva inviato a Nino alcuna notizia.
Per i primi giorni la sua assenza non era stata notata poi vennero a chiedere di lui alcuni responsabili delle banche e qualche amico più o meno interessato. Si ripeteva la stessa situazione verificatasi circa un anno e mezzo prima, quando Brahim si era recato  in Italia trascurando per lungo tempo le sue attività. Ma questa volta la situazione era ben diversa e chi si rivolgeva a Nino lo faceva con circospezione, a bassa voce e sempre a quattr'occhi, magari dopo aver girovagato con indifferenza fingendo di scegliere qualcosa. Tutti conoscevano la delicatezza del momento e nessuno voleva rischiare un possibile coinvolgimento. E alla risposta negativa di Nino non osavano insistere.
Una sera, poco prima della chiusura del deposito, gli operai seppero dalla radio che Brahim era stato giudicato colpevole di corruzione per cui tutti i suoi beni sarebbero stati sequestrati.
- E la nostra paga chi ce la darà? - chiesero a Nino.
- Finché me lo permetteranno ve la darò io prendendo i soldi dagli incassi.
Rosario, Teresa, Adelaide e Giovanna erano già partiti in aereo con un semplice visto temporaneo di uscita così come aveva suggerito Brahim per non destare sospetti. Nino e la moglie, Giorgio e Alessandro avevano subito dopo iniziato le pratiche per il rimpatrio definitivo e aspettavano da un giorno all'altro di ritirare i passaporti e partire con la nave. Le loro case erano già quasi vuote, i mobili venduti per poche sterline o donati ai vicini, la biancheria già nelle casse, le valigie con gli effetti personali quasi fatte.
Quando Nino riuscì finalmente ad avere i passaporti si recò direttamente alla Tirrenia per prenotare i primi posti liberi. Giorgio e Alessandro portarono le ultime cose alla missione delle Piccole Sorelle che speravano di poter rimanere, consegnarono le chiavi di casa al proprietario e si accamparono da Nino e Luisa. La partenza era fissata per il dodici febbraio, il giorno undici era previsto il controllo doganale dei bagagli.
Nino, Giorgio e Alessandro continuavano regolarmente ad andare in ufficio; l'attività commerciale stentava a ripartire, si salvava in parte il settore delle auto per la richiesta delle piccole cilindrate. Nei depositi e nell'autosalone tutto era in mano agli ispettori governativi che si erano presentati qualche giorno dopo la condanna di Brahim con il compito di recuperare i crediti e di rappresentare la proprietà dopo il sequestro. Nino passava parte della giornata a dare informazioni sui nominativi che dovevano ancora saldare le fatture e parte a riscuotere i crediti, sempre accompagnato in camionetta da due militari. Delle vendite non si interessava più, il suo posto era stato preso da un ragazzo libico. Gli impiegati e i tecnici italiani partiti non erano ancora stati sostituiti anche perché  la limitata attività non lo rendeva necessario.
Il mattino del giorno nove, appena aperto il cantiere, si presentarono due signori in borghese chiedendo di Nino. Il guardiano lo andò a chiamare nel capannone delle betoniere.
- Chi sono?
- Non lo hanno detto, ma dalla faccia mi sembrano della polizia.
- Cavolo! che vorranno?
- Li ho fatti entrare in ufficio e stanno parlando con gli ispettori.
Nino si avviò pensieroso; quello che lo impauriva era che potessero chiedere a lui, essendo già partito suo padre,  che fine avevano fatto i soldi ricavati dalla vendita dell'azienda. Trovò i due che parlavano in modo distaccato e formale con gli ispettori. Quando entrò si alzarono e gli andarono incontro con la mano tesa, Nino gliela porse e lì invitò ad accomodarsi.
- Ci risulta che lei partirà il giorno dodici - iniziò uno dei due.
- Sì - rispose Nino. Aveva capito tutto.
- Ho ricevuto il visto di uscita definitivo - continuò.
- Sì, lo sappiamo. Ma c'è  un grosso problema, speriamo che lei ci capisca... finora siamo riusciti a recuperare una minima parte dei crediti che la ditta avanza e solo lei ci può indicare esattamente chi sono i debitori e dove trovarli. E' stato quindi deciso di chiederle cortesemente di rinviare la sua partenza di qualche giorno.
- Ho mia moglie incinta! Di quanti giorni si tratterebbe?
- Una settimana... al massimo dieci giorni. Ci terremo in continuo contatto con questi nostri amici che ci informeranno come procede il recupero.
Nino si astenne dall'obbiettare; il tono perentorio non ammetteva discussione, si sentiva intimidito e non gli restava che ubbidire. Guardò i due ispettori, che ormai conosceva da quasi due mesi, e li vide con la testa china sulla scrivania apparentemente estranei al discorso.
- Dovrebbe consegnarci il passaporto - disse quello che fino ad allora non aveva aperto bocca - l'accompagneremo a casa per prenderlo.
Nino assentì malvolentieri con un piccolo cenno del capo e si avviò verso l'uscio seguito dai due. Sperava di poter usare almeno la propria auto e si diresse verso di essa. I due uscirono a piedi dal cancello e salirono su una Land Rover verde al cui volante attendeva un militare.
La moglie e i due fratelli proposero di rinviare anche la loro partenza.
- Assolutamente no! Non dovete neanche pensarci! - si oppose categoricamente Nino.
Rimase dunque solo. Solo in casa e uno dei pochi italiani in città.
Aveva quasi la certezza di essere pedinato; notava spesso una lambretta che lo seguiva e che poi, nei pressi dell'ufficio o della casa, scompariva. Non osava dunque cambiare il percorso.
Luisa, giunta in Italia, aveva subito telefonato per dire che tutto era andato bene. Di Brahim non ne parlò, neppure in forma cifrata, come avevano stabilito di fare. Nino le aveva dato il recapito telefonico di Isacco tramite il quale avrebbe probabilmente avuto notizie.
La settimana trascorse e il passaporto non gli venne restituito.
- Devo andare al Ministero per informarmi? - chiese Nino agli ispettori.
- No. Verranno a portarlo loro qui in ufficio.
- Sono passati otto giorni!
- Hanno detto otto o dieci.
- A voi non hanno detto niente?
- Noi siamo responsabili dei cantieri.
Il dialogo si esaurì. Ogni settore della vita pubblica era sotto il controllo dei militari e nessuno osava oltrepassare di un millimetro il proprio ambito di pertinenza temendo di urtare la suscettibilità altrui.
La moglie e i familiari, a turno, ogni giorno alla stessa ora, chiamavano in cantiere.
Un giorno telefonò Giorgio.
- Ciao Nino, come va?
- Bene, tutto bene. Da voi? Luisa?
- Stiamo bene. Manchi solo tu, quando prevedi di rientrare?
- Ancora non so niente.
- Senti... domani non potremo chiamare, puoi farlo tu?
- Ci proverò. Ciao.
- Ciao.
Nino aveva capito che dovevano comunicargli qualcosa e non potevano farlo al telefono dell'ufficio perché sotto controllo. Sapeva da dove chiamare in una circostanza del genere.
L'indomani, poco prima delle dieci, entrò al Consolato d'Italia. La motoretta lo aveva seguito, ma Nino non se ne preoccupò in quanto i continui contatti che gli italiani tenevano in quel periodo con la propria sede diplomatica rendevano la sua visita una prassi normale. Spiegò a un impiegato la sua situazione e fu accompagnato in una saletta con un telefono. Chiamò Roma.
- Ciao.
- Ciao. E' arrivato.
- Tutto bene?
- Sì. Tu quando rientrerai?
- Non so ancora niente. Saluta tutti.
Nino abbassò il ricevitore. Non occorrevano altre informazioni. Brahim era riuscito a fuggire dalla Libia. Si sentì sollevato.
Uscì sveltamente dal salottino, ringraziò l'impiegato e si diresse alla macchina. Il compito che lo attendeva era quello di avvisare Buagela. Mise in moto con l'intenzione di andarci subito. Ma la presenza di un uomo che leggeva con apparente disinvoltura un quotidiano a una ventina di passi da lui gli fece cambiare idea e lo consigliò di aspettare fin quando gli avessero restituito il passaporto. Informare i familiari della fuga di Brahim avrebbe significato farlo sapere in un paio d'ore a tutta Tripoli. E coloro che  questa informazione cercavano avrebbero potuto facilmente  arrivare alla fonte. Per Nino sarebbe stato un grosso rischio.
Tornato in ufficio trovò la stanza dei due ispettori chiusa, all'interno si udivano voci concitate. Si fermò nell'altro ufficio per fare le consuete telefonate imponendosi di rimanere tranquillo. Dopo un paio d'ore si aprì la porta e uscì frettolosamente un tizio che salutò e se ne andò. Una camionetta, che probabilmente era ferma all'interno del deposito, prelevò l'uomo e proseguì verso il cancello. Quella visita lo allarmò. Non aveva mai visto quell'uomo, non era uno dei soliti che venivano a controllare il lavoro degli ispettori e, dato l'accanimento sempre crescente nei confronti degli ex imprenditori sapientemente utilizzato per la propaganda di regime, c'era il rischio che potessero considerare anche lui complice di Brahim.
L'indomani mattina trovò i due signori che gli avevano sequestrato il passaporto ad attenderlo. Uno aveva il documento in mano.
- Può partire oggi stesso - gli disse porgendoglielo.
- Bene - disse Nino con poca enfasi.
- La ringraziamo per l'aiuto che ci ha dato. Ci ha permesso di recuperare gran parte del debito che Brahim ben Salem aveva nei confronti del popolo.
Nino ritirò il passaporto. Non aveva voglia di ringraziare.
- D'accordo - disse - vado all'Alitalia per prenotare - e uscì dal cantiere.
Trovò un posto sul volo dell'indomani mattina. Si poteva considerare libero? "No, non ancora" pensò.
Proseguì per il deposito numero tre dove chiamò un operaio che conosceva da molto tempo poiché era di Suani e della stessa cabila di Brahim.
- Voglio andare a Suani, puoi venire con me?
- Chiedilo al rais.
Nino parlò col capo e partirono. Durante il primo tratto di strada rimasero in silenzio.
- Domani mattina partirò - disse Nino entrando nella pista.
- Ti hanno ridato il passaporto?
- Sì.
Passarono ancora alcuni minuti in silenzio durante i quali l'operaio guardò più volte Nino in viso, sperando di spingerlo a dire qualcosa.
- Nino... - disse infine - tu sai dov'è Brahim?
- Secondo te dove potrebbe essere?
- Forse in casa di amici a Tripoli... o in qualche oasi dell'interno.
- La polizia lo avrebbe già trovato!
- Ma perché lo cercano, cosa ha fatto di male?
Nino si voltò verso di lui con una espressione meravigliata e non seppe cosa rispondere. Da alcuni mesi radio e giornali parlavano dei grandi capitalisti che si erano arricchiti a discapito del popolo e con questi pretesti andavano esponendo i nuovi ideali che avrebbero retto la repubblica. Quella, allora, era la domanda posta da un amico di Brahim che gli perdonava tutto oppure era la domanda spontanea di una persona qualunque che non capiva il perché di tali sconvolgimenti?
- Non so cosa ha fatto di male. Comunque so dove si trova.
Erano arrivati davanti alle case e l'operaio non ebbe la possibilità di fare altre domande. Appena videro scendere Nino dalla macchina Buagela, Abdallah e alcuni bambini gli andarono incontro.
- Sei venuto a salutarci? Ti fanno partire? - chiese Buagela.
La notizia che era stato trattenuto era arrivata anche a loro.
Sì, parto domani.
- Ci dispiace, ma siamo contenti per te.
Buagela posò una mano sul braccio di Nino e con una certa forza lo portò con sé lontano dal gruppo, che rimase in attesa.
- Nino, hai notizie di Brahim?
- Sì, Buagela, le ho avute stamattina da Giorgio. Si trova in Italia e sta bene insieme ai bambini e a Fatma.
- In Italia? E quando è partito... come ha fatto?
- Non lo so. L'essenziale è saperlo al sicuro.
- E quando pensa di tornare?
Nino guardò fisso negli occhi Buagela. "Anche lui una domanda così ingenua!" pensò.
- Quando si calmeranno le acque, ya Buagela!
- E cioè... due, tre mesi?
- Ma la sentite la radio qui? - scattò Nino - non sai cosa sta succedendo? O forse non sai chi e cosa era tuo figlio?
- Che vuoi dire... era un commerciante, ricco certo, ma cosa altro?
- Sì, Buagela. Brahim era diventato troppo ricco e a questo governo non piacciono i ricchi.
- Gli toglieranno tutto, secondo te? - chiese Buagela abbassando la voce.
- Lo hanno già fatto. Brahim non possiede più nulla in Libia.
- Ma Nino, come possono fare una cosa del genere!
- La rivoluzione si fa così.
- E tu lo vedrai?
- Spero di vederlo, certo...
- E quando tornerete qui a lavorare insieme?
- Buagela... noi non torneremo mai più!
La risposta non consentiva altre illusioni. Buagela si sentì mancare, abbandonò il braccio di Nino e si sedette sulla sabbia chinando il capo.
- Digli che non si dimentichi di noi - disse con voce rotta.
- Certo, certo glielo dirò... ma non sarà necessario.
- Nino... Nino... cos'è la vita? - riprese sollevando la testa - Brahim credeva di poter possedere il mondo... forse ha preteso troppo.
- Forse sì - disse Nino - ma le circostanze gli avevano fatto credere che ci sarebbe riuscito.
- Mio padre aveva ragione, la ricchezza porta l'uomo alla rovina! Non dovevamo mandarlo a Tripoli a quell'età...
- Saresti riuscito a tenerlo dentro la zeriba? Era forse un ragazzo che  si potesse accontentare di così poco, ya Buagela, tuo figlio?
- No...  è vero, era un ragazzo speciale!
Passarono alcuni istanti di silenzio, poi Nino offrì a Buagela la mano e lo aiutò ad alzarsi. L'arabo tornò al gruppo cui si erano aggiunte la moglie e la cognata e con poche frasi comunicò quanto aveva saputo. La madre di Brahim, che aveva assistito allarmata al concitato dialogo dei due, alla notizia scoppiò in pianto e si appoggiò sulla spalla dell'altra donna.
Nino non trovava il momento per dire addio a quella gente. Buagela gli fece un cenno per invitarlo ad avvicinarsi e anche Abdallah gli andò incontro.
- Nino...
- Vi devo salutare, devo prepararmi per la partenza.
Simultaneamente Buagela e Abdallah si gettarono su di lui e lo strinsero in un unico abbraccio.
- Non ci rivedremo mai più... ma non vi dimenticherò.
- E noi come potremo dimenticare te, tuo padre e tutta la tua famiglia?
Nino si voltò, chiamò bruscamente l'operaio che lo aveva accompagnato e si diresse a passo deciso verso la macchina con gli occhi pieni di lacrime.
Si concludevano in modo imprevisto e doloroso trent'anni della sua vita, passati tra Suani e Tripoli e sempre legati a quella famiglia.
Sulla strada del ritorno rivide quella che era stata la sua casa, la grande casa gialla. Era ancora così come l'avevano consegnata alcuni mesi prima. Brahim l'aveva intestata al padre pur avendo l'intenzione di ristrutturarla per farne il suo rifugio, il luogo in cui vivere i momenti intimi con la sua famiglia, lontano dagli affari. Che ne sarebbe stato ora?
Addio casa. Addio Suani. Addio Libia.


FINE

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