| BRAHIM - 9^ puntata |
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| Scritto da Administrator | ||||
| venerdì 27 luglio 2007 | ||||
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9^ puntata
- Siamo arrivati - disse Alberto - Abdallah, andiamo da Taworghi a vedere la situazione? - Sì. Mentre andiamo, però, voglio chiedere a qualche altra bottega, così ci sappiamo regolare. - D'accordo, è una buona idea. Il sopito spirito del mercante si era ridestato in Abdallah... Alberto era costretto a condurre il camion a una velocità ridottissima. Sebbene lo spazio sembrasse molto vasto, in orari di punta come quelli la folla era tale che non ci si poteva muovere né a piedi né, tanto meno, con il camion: gruppi di persone che contrattavano in mezzo alla strada, ragazzini che si rincorrevano, vecchi che spingevano carrettini di dolciumi, tricicli carichi di polli ammassati in piccole gabbie, camion che manovravano per caricare e scaricare. Al movimento si accompagnava il chiasso del gelataio che suonava il campanello della bicicletta, il richiamo del vecchio che vendeva i dolci, lo starnazzare dei polli e il muggito dei clacson. Sui lati della strada, addossati alle baracche di legno, numerosi ambulanti vendevano stoffe, uova, felfel e profumi. Davanti a una bottega dove erano accatastati sacchi di legumi e ceste di cipolle, Abdallah fece fermare. Scese, parlò con due uomini intenti alla pesatura e fece ritorno al camion indicando ad Alberto di precederlo alla bottega dove erano soliti concludere le vendite. - Porca miseria, fa già caldo alle sette! scendi pure, che scarichiamo tutto qui. Almeno spero - disse Alberto accostando la macchina a un mucchio di angurie e tirando il freno - Abdallah, quanto? - Da dieci a venticinque millesimi, secondo la qualità. - Proviamo qui, chiedi se c'è il capo. Abdallah si avvicinò a un vecchio che controllava due ragazzi impegnati nel riordino della baracca. Dopo i soliti lunghi convenevoli, chiese di Taworghi, il proprietario. - Sì c'è, ma è andato a fare un giro, tornerà subito. Cosa vuoi? - Ho del pomodoro, vorrei sapere a quanto lo pagate. - Bisogna vederlo, il prezzo cambia con la qualità. Dov'è? Alberto era rimasto vicino al camion; faceva sempre cominciare ad Abdallah le trattative pensando fosse più opportuno dare autorità all'arabo. Vedendo avvicinarsi i due, passò sul retro e, con l'aiuto di Brahim, abbassò la sponda e tirò a sé una cassetta. - Non è male - fece l'uomo - quante sono? - Ottanta. - Uhm... tutte non le potremo prendere, sono troppe. - E no, amico, le vogliamo vendere tutte insieme! Non ne hai altro, ho visto bene - disse Abdallah ammiccando. - E' vero, non ne abbiamo. Ma ottanta... Potete aspettare mio figlio qualche minuto? Alì, va' a cercare tuo padre, presto, da Ben Frej, sarà lì. Uno dei due ragazzi sgattaiolò tra coffe e cassette e corse via. - Il prezzo di oggi non lo conosco, ieri era basso; dieci, quindici millesimi. - Ieri, forse, ma oggi è molto di più - gli fece notare Abdallah. - Speriamo, speriamo, è meglio per tutt'e due! Da dove venite? - Da Suani, non molto lontano. - Ah, sì, sì. Conosco Suani Ben Adem, belle aziende e buona terra. Ecco mio figlio che arriva; ha tutto lui in mano ora, io sono vecchio e voglio stare tranquillo. - Giusto, giusto - approvò Abdallah. - Ahlen Suani! come stai? - salutò Taworghi con la mano tesa - Che mi porti di buono? - continuò. - Pomodoro. Ottanta cassette. Sali pure a vedere. Il commerciante con un salto salì sul cassone e si mise a spostare le cassette rivoltando, in alcune, il contenuto con la mano. - Non è cattivo ma neppure buono. Avete chiesto ad altri quanto vi offrono? - No, no. Siamo venuti direttamente qui - mentì Abdallah e continuò - però dalla macchina ho potuto osservare che ce n'è poco in giro e penso che il prezzo debba essere buono. - E' vero, da qualche giorno manca, però il prezzo è sempre quello! - Quanto? - Dieci, quindici, diciotto millesimi. - Veramente credevo di più, Taworghi. Non mi farai andare da un'altra parte! Abbiamo anche fretta. Aumenta un po' e scarichiamo. - Aumentare? Ma ancora non ti ho detto quanto ti offro! - Parla allora. - Sedici. Di più non posso. - Mi stai dicendo di andarmene, così. E me ne vado. - Ma no, aspetta; devi capire che non è di prima scelta e non ti posso offrire il prezzo migliore. - No, a sedici non accetto. Lo sai che non è mio e ho avuto l'incarico di venderlo a una certa cifra. - Quanto? - Venti millesimi. - No, no. A questo prezzo è impossibile. - A diciotto sì, però... Brahim! - chiamò Abdallah - scarichiamo. - Piano, piano. Non ho detto niente, io. Troppo... ti giuro che è troppo... ma ti voglio lasciare contento. Scarichiamo. Fu subito composta una catena: Brahim, sul camion , avvicinava le cassette sul bordo del cassone, da lì Abdallah le porgeva ai due ragazzi del magazzino che le portavano sulla basculla. Al peso c'erano Alberto e Taworghi. Dopo circa un'ora lo scarico fu completato, il peso stabilito e altre cassette vuote caricate. Alberto infilò i soldi ricevuti in un vecchio portafogli che teneva nella tasca della camicia e dopo i saluti tutti e tre si rimisero in macchina. Alberto guardò l'orologio. - Bene, bene. Sono le otto e mezza. Brahim, vuoi vedere il centro della città? - O certo, se si può! - Sì, però non ci possiamo arrivare direttamente con questo macchinone; dovremo fare un po' di strada a piedi. - Sarà sempre meglio camminare qui che in campagna! - disse sorridendo il ragazzo. - Bah! non saprei, è questione di abitudine. C'è un altro fatto; uno di voi due dovrà salire dietro, non si può stare in tre davanti. Abdallah, ci vai tu? Lasciami parlare con Brahim. - Behi, chif tebby - disse Abdallah scendendo dalla cabina. Partirono. Alberto aveva deciso di portare Brahim verso il Corso Vittorio, ora Giaddat Istiklal, e non potendo attraversare la città dovette fare un lungo giro sulle strade in cui era permesso il transito ai camion. Il ragazzo non riusciva né a pensare né a fantasticare; non ne aveva il tempo. Il continuo susseguirsi dei palazzi diseguali, delle macchine che andavano veloci, dei passanti che tranquillamente attraversavano la strada, tutto quel caleidoscopio di colori in movimento lo distoglieva dai suoi pensieri. Alberto gli spiegava, per quanto ne sapeva, ciò che di più interessante incontravano. - Questa si chiama Giaddat Omar el Muktar. Sai chi era Omar el Muktar? No? Spero che un giorno lo studierai. E' stato un famoso condottiero arabo che ha contrastato la conquista italiana rimettendoci la vita. Quel palazzo bianco e verde, laggiù a destra dietro il giardino, è una nuova scuola. Brahim, voltandosi con la testa fuori dal finestrino, continuò a guardarla finché non fu richiamato. - Guarda qua. E' una nostra chiesa, sarebbe la vostra moschea, capito? - Capito. - A questo punto dobbiamo girare perché è vietato ai camion. Dobbiamo prendere le vie secondarie per arrivare al centro. Voltando sulla destra l'automezzo grigio si addentrò in un quartiere con le strade tutte della stessa larghezza e tracciate con regolarità; anche i palazzi sembravano seguire uno stesso motivo architettonico. Il rione era sorto intorno agli anni trenta e le costruzioni avevano quindi lo stesso stile. Qui Brahim notò un movimento diverso da quello visto sul corso attraversato poco prima, poiché stavano attraversando un quartiere popolare. La maggior parte delle case erano abitate da italiani mentre i negozianti erano in buona parte libici. C'erano soprattutto donne in giro. Vedeva che quasi tutte portavano con loro delle borse colme di verdura, frutta, scatole e pacchetti. - E' l'ora della spesa - disse Alberto. " Già" pensò Brahim "qua è tutto da comprare, quanto è diversa dalla nostra questa vita!" Qualche donna araba camminava sveltamente avvolta in candidi barracani di seta. - Giro di qua... posso parcheggiare? Sì, non c'è nessun divieto. Alberto si accostò al marciapiedi completamente libero per diverse decine di metri. - Abdallah, scendi! - gridò battendo con la mano contro la parete del cassone - dieci minuti e saremo sul Corso Vittorio. Scesero e guidati da Alberto si avviarono. A un occhio accorto non sarebbe sfuggito che quel gruppetto di persone non abitava in città. Non era l'abbigliamento a distinguerli dagli altri, ma il portamento: l'inconfondibile andatura dei campagnoli di tutto il mondo. Ogni loro passo era più lungo del normale e le gambe cadevano con forza sulle piastrelle del selciato come per far più presa sul terreno; lo sguardo, inoltre, era distratto, mobilissimo, guidato da mille curiosità. Dopo aver percorso un tratto di strada sul quale si affacciava il retro di un alto palazzo, superarono una galleria e spuntarono in una larga via. - Ecco Giaddat Istiklal, è la strada più bella e più ricca di negozi. Se avete da spendere un po' di sterline potete trovare delle buone occasioni! Un negozio di scarpe faceva angolo con una piccola traversa, al di là della stradina seguivano uno dopo l'altro un bar col pavimento in marmo nero, un negozio di tappeti e un'agenzia di viaggi che esponeva nelle vetrine manifesti turistici e un grande modello di aereo bianco e azzurro. Poi la strada si gettava in una bella piazza al di là della quale faceva spicco per la sua altezza la Cattedrale. - Brahim, vieni a vedere da qui - disse Alberto chiamando il ragazzo sul bordo del marciapiede - vedi, quella di fronte è un altra chiesa, più grande di quella che abbiamo visto prima. Quel palazzo a sinistra è la posta centrale; sai cos'è la posta, vero? - ...si - rispose indeciso. - Uhm! non mi sembri sicuro, te lo spiegherò poi. Ora continuiamo di qua. Costeggiando il lato destro della chiesa Brahim fu colpito dall'alto campanile e chiese informazioni ad Alberto. - Quello? Con le sue campane serve ad avvisare i fedeli dell'inizio delle funzioni religiose. Nelle moschee lo fa il muezzin dal minareto. - Ma come hanno fatto a costruirlo così alto? - Eh, come hanno fatto. Con le gru, con gli argani, oggi non si incontra alcuna difficoltà. Pensa invece come facevano quando mancavano tutti i mezzi di adesso. Era un lavoro veramente inconcepibile per noi... Attenti ad attraversare. Fermo! - gridò Alberto afferrando per una manica Abdallah che non si era accorto di una macchina che stava passando. Brahim respirava a pieni polmoni quella atmosfera cittadina così satura dell'energia vitale che il suo stesso temperamento richiedeva. Fra quelle vie lo spirito di osservazione, molto spiccato nel ragazzo, vedeva quello che un cittadino non può notare; così come un campagnolo non può apprezzare la pace, il silenzio e la purezza della natura. Anche Abdallah era interessato a ciò che vedeva; il suo, però, era un interesse che non stimolava ragionamenti e interrogativi, ma solamente meraviglia e ammirazione. Dopo un buon tratto di strada i tre giunsero su una larga via alberata, dove un magnifico palazzo di foggia orientale splendeva con le sue numerose cupole dorate. - Shin adah!, cos'è questo - esclamò Abdallah. - Il palazzo reale. Qui abita il re Idris durante l'inverno, ora si trova a Tobruk, nella sua città di origine. Guardiamolo di qua, senza avvicinarci troppo perché il muro di cinta ci ostacolerebbe la visuale. Sembra una moschea, vero? E nato come residenza del governatore d'Italia in Libia. Il vasto palazzo luccicante di ori giaceva al centro di un giardino perfettamente curato. Dall'ingresso principale un viale fiorito conduceva a una breve gradinata che immetteva all'interno delle prime sale. Sui lati si sviluppavano simmetricamente altri padiglioni dello stesso stile del corpo centrale. Brahim non fece alcun apprezzamento; a una domanda di Alberto rispose con un semplice "sì, bello...". Questa sua laconicità non voleva esprimere disinteresse ma, come di solito gli accadeva, nasceva dall'isolamento in cui si chiudeva quando era assalito dallo stupore e dagli interrogativi che ne nascevano. Brahim non aveva mai visto l'interno di una abitazione in muratura né le comodità, anche piccole, di cui era fornita. La stessa casa di Rosario, che guardava sempre con tanta curiosità, era ancora un mistero per lui. Le spiegazioni che gli avevano dato suo zio e suo padre, gli unici che fossero ammessi quando si doveva imbiancare o quando bisognava spostare qualche mobile, erano sempre state poco chiare e incomplete perché essi stessi non erano mai riusciti a capire l'utilità e l'uso di quei mobili. Quando il ragazzo sentiva parlare di armadi, letti, lavandini, gabinetto, la sua curiosità aumentava perché il mistero racchiuso fra quelle mura si andava ancor più infittendo. - Basta così, per oggi - disse Alberto dopo aver passeggiato per un po' di fronte al palazzo. Lungo la strada del ritorno alla macchina Brahim, che era stato silenzioso per tutto il tempo, si rivolse all'italiano. - Ya Alberto, tutta quella casa solo per il re?
Brahim teneva lo sguardo rivolto verso Alberto, serio, chiuso nella sua consapevole ignoranza. La cultura che il suo piccolo mondo gli aveva fornito lo limitava a immaginare situazioni di vita essenziali; i suoi tanti sogni altro non erano che l'esagerazione infantile di realtà quotidiane. Prima di salire sul camion, Alberto comprò tre mezzi filoni con tonno e felfel da un ambulante che stazionava vicino a una scuola. Risaliti sul camion, li divorarono in pochi bocconi. Durante il tragitto furono scambiate pochissime parole, il caldo era opprimente e non favoriva il dialogo. Il ragazzo taceva, assorto. Che da grande avrebbe vissuto in città era una decisione già presa dopo pochi minuti di riflessione. Con quella visita turistica improvvisata, Alberto aveva contribuito ad accendere, inconsapevolmente, una lunga miccia a lenta combustione che solo dopo qualche anno avrebbe condotto la scintilla alle polveri. A Brahim era successo ciò che spesso accade ai giovani intelligenti tenuti per necessità, per egoismo o per bigottismo, separati dalle realtà della vita. Se fin da bambino avesse avuto la possibilità di studiare e di andare spesso a Tripoli, forse non avrebbe desiderato cambiare vita; ma l'improvvisa scoperta di un mondo reale così facilmente adattabile ai suoi progetti fantastici lo colpì attanagliandolo con le sue tentazioni. Brahim era nato per vivere in tale clima. Quella sera stessa, in attesa della cena, Brahim parlò animatamente di tutto quello che aveva visto, ponendo inconsapevolmente l'accento sulle infinite opportunità che la città offriva. - Papà - chiese infine con risolutezza - fra qualche anno potrò andare a lavorare a Tripoli? - Ya widdi, ya widdi!, figlio mio, figlio mio - esclamò il nonno sollevando le braccia e spostando il tronco all'indietro - Ma perché pensi a queste cose ora? sei ancora un bambino, stai tranquillo, poi se ne parlerà! Era la prima volta che il ragazzo esprimeva con tanta chiarezza un tale desiderio. Non aveva ricevuto un'indicazione precisa, ma del resto non lo sperava data la grande importanza che essa avrebbe rivestito; ed il caro nonno, anticipando una sicura risposta negativa da parte di Buagela, aveva ben saputo scegliere la risposta. Pronunciata quella domanda, il ragazzo aveva capito di aver infranto il muro che divideva la sua volontà e le sue aspirazioni da quella specie di legge inviolabile e statica che governava la famiglia. Per il coraggio che era riuscito a trovare fu fiero di se stesso. Un paio di volte, in occasione di fugaci momenti di scoraggiamento, aveva giurato che, anche senza il permesso di suo padre, un giorno si sarebbe recato a Tripoli per continuare gli studi. Ora lo studio era passato in secondo piano, soppiantato dal desiderio del lavoro e del guadagno. Prima di addormentarsi ripeté il giuramento; con poca fermezza, però. Una voce interna gli ricordava quanto fosse grande l'amore che provava per il luogo in cui era nato e per la gente che lo aveva allevato. E un abbandono senza consenso gli sarebbe stato impossibile. (continua) Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (24) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 422
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