| BRAHIM - 8^ puntata |
|
|
|
| Scritto da Administrator | ||||
| venerdì 20 luglio 2007 | ||||
|
8^ puntata
La produzione, con l'irrigazione artificiale, aveva dato ottimi risultati e i debiti contratti per l'impianto erano stati pagati agevolmente con la vendita dei prodotti. Rosario aveva cercato di risparmiare il più possibile sulle spese dell'azienda e anche su quelle di casa; la moglie, in quella particolare situazione, aveva dimostrato ancora di più la sua capacità nel gestire le poche risorse destinate alle esigenze della famiglia. Finalmente si sentiva disteso, riconosceva che l'impianto andava certamente fatto e al fratello, che gli ricordava i suoi tentennamenti, rispondeva che aveva avuto ragione. Per l'acquisto del camion si era ripetuta la stessa situazione. Sebbene la spesa fosse di molto inferiore, rimaneva sempre al di sopra delle possibilità delle aziende. Da due mesi Carlo non faceva altro che ricordare al fratello la necessità sempre più impellente di un camion con il quale trasportare i raccolti dai campi al magazzino e poi al mercato. Inoltre nasceva il problema che dall'ottobre successivo quattro dei ragazzi delle due famiglie avrebbero dovuto frequentare le scuole superiori a Tripoli. Come avrebbero viaggiato? - Carlo - rispondeva calmo Rosario - ti ho già detto che anch'io vedo la necessità di una macchina, ma sono assolutamente contrario a fare ancora debiti. Vediamo come andrà con l'orzo e poi decideremo. Ricordati delle spese che dovremo affrontare nel prossimo autunno. - Che devo dirti? Hai sempre ragione tu! - Macché ragione! basta fare due calcoli. E' inutile parlarne fino alla trebbiatura! Rosario decise per il sì quando terminò di pesare l'ultimo sacco di orzo. Aveva stabilito come obbiettivo minimo una certa quantità di raccolto e quell'obbiettivo era stato abbondantemente raggiunto. Carlo aveva vinto. Ma tante altre volte le sue idee erano andate a cozzare contro l'irremovibilità del fratello e non avevano avuto un seguito. Più volte Carlo aveva riconosciuto l'eventuale perdita che si sarebbe avuta se le sue proposte fossero state realizzate. Sin dagli anni dell'America i due modi di vedere si erano integrati in una proficua azione comune: le impulsive iniziative di Carlo venivano frenate dalla razionale prudenza di Rosario. Quando Alberto giunse a casa di Rosario, un pomeriggio in cui c'erano pure i suoi familiari, la grossa macchina suscitò reazioni differenti. I ragazzi, naturalmente, furono i più felici. Elvira, la moglie di Carlo, disse che finalmente avrebbero potuto viaggiare comodamente. Teresa non la degnò che di uno sguardo fugace facendo notare che si fidava più dei cavalli che di quella roba. Adelaide rimase delusa nel vedere quel camioncino perché si aspettava un'autovettura. Giovanna fu la prima a salire su chiedendo un giro di prova. Rosario nel vederla non fece alcun commento, ma pensando a quanto era costata in soldi e in discussioni, si augurò che durasse per tanti e tanti anni. Carlo gioiva al solo vederla e già programmava gite di qua e di là. Quello stesso pomeriggio salirono tutti sul cassone e andarono a fare una visita ai parenti per farla vedere. Rosario preferì restare. Presa la rafia, le forbici e il coltello, se ne andò in giro a controllare gli innesti; solo in mezzo ai campi trovava la tranquillità necessaria per riflettere.
L'automezzo fu subito impegnato per il trasporto del pomodoro al mercato di Tripoli. Erano stati già effettuati tre viaggi e se ne stava preparando un quarto, probabilmente l'ultimo. Nella raccolta erano impegnati Buagela, sua moglie, Abdallah e Brahim. Era la prima volta che si coltivava una tale quantità di pomodoro, circa mezzo ettaro, e grazie alle frequenti innaffiature si era ottenuta una produzione soddisfacente. Ora le piante iniziavano a esaurirsi e con quanto rimaneva Rosario decise di fare un ultimo carico. Ogni operaio aveva un paniere di sparto che portava con sé lungo i filari delle piante; man mano che lo riempiva andava a scaricarlo nelle cassette sistemate lungo la strada. Era un lavoro molto faticoso; il corpo sempre chinato e la ritmicità del movimento stancavano subito chi non era abituato. E Brahim non lo era; non potendone più di stare curvo a volte si inginocchiava, a volte si sedeva sui polpacci sperando di trovare la posizione adatta. Ma ai brevi minuti di sollievo subentrava nuovamente la stanchezza. Ogni tanto, su istruzione di Abdallah, andava a sistemare il pomodoro posto alla rinfusa nelle cassette; toglieva dalla parte superiore quelli troppo maturi, ingialliti o macchiati, li metteva in una cassetta vuota e al loro posto sistemava quelli sani e grossi. Lo si faceva abitualmente per dare una buona impressione iniziale anche se l'acquirente prima di offrire il suo prezzo avrebbe sicuramente fatto rovesciare alcune cassette scelte a caso. Mentre era intento nella cernita, nella mente di Brahim si andava formando un pensiero, un'idea che credeva questa volta potesse essere attuata. Di solito le sue fantasticherie invece le teneva per sé riconoscendole irrealizzabili. "Sì, lo devo chiedere" disse tra sé, fermo con un pomodoro in mano, "mio padre non vorrà... ne parlerò direttamente con Alberto". Si sciolse la fascia dai fianchi, stese le braccia in aria per liberarsi dall'intorpidimento e se la riavvolse stringendosela accuratamente. Poco dopo il camion comparve rumoreggiando, si fermò sulla strada nei pressi delle cassette e scesero Rosario e Alberto. Il primo si mise a contare le cassette piene. Settantasei. - Bah! è incredibile come non si possa stimare la quantità sulla pianta. Certo, non è un granché... speriamo bene. - No, non ti preoccupare, zio; dall'esperienza che ho avuto le volte scorse, dovrebbe andare. Sai, loro dopo dividono le qualità e vendono la migliore a un prezzo raddoppiato. - Già, lo so. Comunque non avere troppa fretta di venderlo, domani è giovedì e i prezzi dovrebbero essere buoni. - Sì, lascia fare a me. Così dicendo si erano avvicinati ai quattro operai. - Salute a tutti. Stanchi, vero? - disse Rosario. - Wallahi, signor Rosario, è il più brutto lavoro che abbia mai fatto - disse Abdallah. - Sì, ti capisco. Vedo che mancano due... quattro... sette file che sarà meglio lasciare per casa. Con quello che avete nei panieri altre quattro cassette si faranno senz'altro. Basta così. Via, via, in piedi a caricare. I quattro si sollevarono lentamente comprimendosi le reni con le mani. La moglie di Buagela, a un ordine di questi, portò la sua cesta accanto alle cassette e, silenziosamente, tenendosi il viso coperto con la veste, si allontanò. Mentre aiutava a caricare la macchina Brahim, passando a fianco di Alberto, si fece coraggio e gli parlò in arabo. - Ya Alberto, domani verrà mio zio con te al mercato? - Penso di sì, perché? - Non vi servirebbe un aiuto? per fare più presto! - Vorresti venire anche tu? - Sì. - Va bene, ora parlo con mio zio - rispose Alberto e avvicinatosi a Rosario glielo chiese. - Zio, mi porterò Abdallah domani? - Sì, credo sia adatto, vero? - Oh certo, ha fatto conoscenze e ci sa fare. Poco fa Brahim mi ha chiesto di poter venire anche lui. Ne ha un grande desiderio. - Brahim? beh... perché no? comincerebbe a imparare. Brahim! - chiamò Rosario - che lavoro dovresti fare domani qui? - Devo dare l'acqua all'orto, poi non so. - Mi diceva Alberto che vorresti andare a Tripoli; ti vuoi fare una bella passeggiata! Brahim non rispose; rimase impacciato non sapendo cosa dire e tornò subito al lavoro. "Perché Alberto gli ha detto che sono stato io a chiederlo?" pensò il ragazzo stizzito "avrebbe potuto dire che servivo e basta!" Fortunatamente per lui Rosario non chiese consiglio e la fonte della richiesta non fu conosciuta né dal padre né dallo zio. - Buagela, domani Abdallah e Brahim andranno con Alberto, d'accordo? L'interpellato, da lontano, alzò la mano assentendo.
Brillava ancora qualche stella quando Abdallah e Brahim giunsero all'appuntamento fissato con Alberto. Si fermarono davanti alla casa di Rosario e si sedettero sul bordo della strada. Poco dopo giunse fino a loro un cupo rombo di motore che si accendeva e poi il crescendo dell'accelerazione. - Aw je. Ecco viene - notò Brahim. Il rumore giungeva dalla casa di Carlo, distante ottocento metri. Nel silenzio assoluto dell'alba si diffondeva nitido. Due grossi fari si intravidero tra le fronde degli alberi. Giunto il camion, Brahim aprì la portiera e insieme ad Abdallah salì in cabina al fianco di Alberto. Rombando e rollando per lo sforzo e per le cunette di sabbia, il Dodge arrivò finalmente sulla strada asfaltata dove l'autista aumentò la velocità. All'interno c'era silenzio fra gli uomini. - La mia scuola - disse Brahim quando passarono davanti a una bassa e lunga costruzione bianca. E tacquero fino alle porte della città. - Eccoci a Tripoli - disse Alberto - E' la prima volta che ci vieni, Brahim? - No, ci sono stato anni fa, ma non ricordo niente. - Al mercato c'è poco da vedere; se finiamo presto ti farò visitare il centro. Ormai era pieno giorno, sebbene fossero passate da poco le sei. La strada, abbastanza larga, era fiancheggiata da ambo i lati e per un lungo tratto da mura gialle e continue sulla cui sommità erano srotolate delle matasse di filo spinato. L'interno non si scorgeva, ma era facilmente intuibile che si trattava di caserme; risalivano ai primi anni della conquista della Tripolitania ed erano state l'avamposto per le colonne che avanzavano verso sud, verso la pianura della Gefara e poi ancora verso le montagne di Garian e Jefren. Nel possesso di quelle caserme agli italiani si erano sostituiti gli inglesi e agli inglesi finalmente i libici. Sentinelle dell'esercito montavano la guardia davanti ai numerosi cancelli dai quali entravano e uscivano camion e camionette con giovani militari a bordo. Brahim guardava attentamente i soldati immobili, con l'arma in spalla, impeccabili nelle divise color kaki; - Hanno ancora gli istruttori inglesi - disse Alberto indicando una Land Rover con due europei sui sedili posteriori. - Quanti anni bisogna avere per fare il militare? - chiese Brahim piano, senza voltarsi né verso Alberto né verso lo zio. - Penso diciotto o venti. Perché ti piacerebbe? - Hih! - esclamò Abdallah - ieri sera, a casa, è stato mezz'ora a parlare della scuola, ora ha cambiato già idea. E' tutto inutile, dove sei nato là rimarrai; è il nostro destino! - No, Abdallah - disse Alberto - non dire così. Se ti guardi bene attorno capirai che non è proprio questo il posto adatto per parlare di destino. Quasi tutta la gente che abita qui in città viene dalla campagna, che ha abbandonato per seguire un proprio sogno. Anche per loro il destino sembrava immutabile e invece sono qui e ci stanno pure bene. - Perché dimenticare la propria terra? - replicò Abdallah - ci dà tutto quello di cui abbiamo bisogno... - La terra e la zeriba dove sei nato sono luoghi sacri, non si possono e non si devono dimenticare; ma non è solo quello il mondo, pure questo è mondo! Lascia che il ragazzo veda e sogni. E' giovane ancora, molto giovane, e deve vedere e conoscere il più possibile per poter decidere dove andare e cosa fare in futuro. - Ma lui ha già un lavoro, cos'altro dovrebbe pretendere! - Anche tu, Abdallah, avrai sognato quando eri ragazzo! Oggi lui desidera di più di quello che il suo piccolo mondo gli offre. Sapessi quante volte, con la fantasia, l'ho girato il mio! Leggevo un libro di avventure e mi trovavo in India, vedevo combattere gli aerei sopra la mia testa durante la guerra e desideravo diventare pilota, sentivo le corse di bicicletta alla radio e avrei voluto essere un grande atleta. La famiglia, i soldi, e soprattutto la mancanza di determinazione e di coraggio mi hanno finora vietato tutto. Ma la situazione di Brahim è ben diversa, lui è nel suo paese e in un momento di grande sviluppo, tutte le strade gli sono possibili - poi si girò verso Brahim - per ora sogna pure ma non fare pazzie, pensa solo allo studio. Ne riparleremo tra qualche anno. Brahim aveva ascoltato il discorso di Alberto con la massima attenzione e i suoi occhi si erano spostati continuamente dalla strada al viso dell'italiano che si modificava a ogni parola, come se ogni frase che pronunciava fosse diretta all'ascolto delle sue stesse orecchie, di rimprovero alla sua debolezza. Alberto vedeva nell'animo di Brahim gli stessi tumultuosi sentimenti che lo avevano fatto gioire tanti anni prima e addolorare poi, quando si era visto sfuggire anche l'ultima occasione. Ora voleva trasmettere al ragazzo le sue esperienze negative affinché non sbagliasse anche lui. Aveva capito troppo tardi che un ideale, un desiderio, hanno bisogno di grandi sacrifici per essere realizzati e che sul momento a lui erano sembrati insostenibili. (continua) Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (15) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 417
Powered by AkoComment Tweaked Special Edition v.1.4.6 |
||||
| Ultimo aggiornamento ( venerdì 27 luglio 2007 ) | ||||
| < Prec. | Pros. > |
|---|
Il mondo che vogliamo è un network a-partitico di libero pensiero, riflessione, critica sociale, politica e cultura con gli occhi aperti verso ciò che di buono e di positivo si può costruire.
Un sito non solo di critica ma anche di buone notizie.
Un network di informazione non giornalistico che si apre all'occhio del cittadino con filmati video e segnalazioni in movie
Questo sito Web non appartiene ad alcuna istituzione ecclesiastica, civile o
militare; non è collegato ai siti segnalati o recensiti, né è responsabile
del loro contenuto. La segnalazione di un sito non comporta per ciò stesso
l'approvazione di tutti i suoi contenuti. I documenti forniti, sia testuali
che multimediali, non implicano alcun coinvolgimento delle istituzioni
ecclesiastiche, civili o militari eventualmente citate, direttamente o
indirettamente, con le attività e le finalità proprie del sito.
Ai sensi della Legge 7 marzo 2001, n. 62, si dichiara che questo sito non
rientra nella categoria di "informazione periodica" in quanto viene
aggiornato ad intervalli non regolari. Questo sito non è collegato ad alcun
periodico o testata giornalistica, non persegue finalità politiche o
economiche e in ogni caso fini di lucro, altri vantaggi materiali o ingiusto
profitto. In qualità di iniziativa di servizio il sito si ispira al
principio della totale gratuità.
Tutti i marchi eventualmente citati o riprodotti nel sito appartengono ai
rispettivi proprietari che ne detengono integralmente i diritti. L'uso di
logotipi e immagini caratteristiche o peculiari non implica in alcun modo
l'appartenenza di questo sito alle persone fisiche o giuridiche ad esse
eventualmente connesse, né un coinvolgimento delle stesse - diretto o
indiretto - con le attività e le finalità proprie del sito e viceversa. I
testi non firmati, salvo diversa indicazione, si intendono di proprietà
dell'Autore/titolare del Sito.