| BRAHIM - 7^ puntata |
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| giovedì 12 luglio 2007 | ||||
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7^ puntata
- Teresa, il bagno è libero! Nella casa si percepiva l'aria caratteristica di un giorno di festa. Tutto era diverso dal solito tran tran mattutino. Giovanna e Teresa agli strofinacci, ai secchi colmi d'acqua e ai grembiuli, avevano sostituito una camicetta da stirare, un bottone da cucire sulla camicia di Nino, la nuova gonna da indossare fra le mani. E, ancora più insolita, era la presenza di Adelaide già in piedi a quell'ora...
Alle sette e mezzo in punto, come ogni domenica, la famiglia doveva essere pronta a partire per andare alla Messa. Rosario controllava l'orario. Alle sette entrò nella sala da pranzo, dove dormivano i tre figli da quando la stanza a loro destinata era stata ceduta a Adelaide e a Giovanna; spalancò la finestra e chiamò. - Brahim, attacca la carretta!... Nino, Giorgio, alzatevi che è tardi!- continuò Rosario rivolto ai ragazzi che, sebbene svegli, si erano girati dall'altro lato. Poi, chinatosi sul piccolo Alessandro, lo prese in braccio. - Su bello, andiamo a prendere il latte. Era questa una delle poche volte che Rosario indugiava in tenerezze; in parte metteva in pratica l'antica tesi secondo la quale "i figli vanno baciati soltanto quando dormono". Fra sbadigli e stiracchiamenti i ragazzi si alzarono e andarono in cucina dove li attendevano le tazze colme di latte e alcune grosse fette di pan di spagna. Alessandro sotto le cure di Giovanna fu lavato e vestito con un bell' abitino bianco con dei bordini verdi sulla giacchetta e sul pantaloncino. Alle sette e venti Rosario tolse da dietro la porta la pesante sbarra di ferro e girò la chiave nella serratura. Tutte precauzioni prese appena giunto in quella casa e mantenute nel tempo, sebbene non si fosse mai sentito parlare di furti presso le case degli italiani della zona. Uscì quindi vestito di tutto punto e cominciò a passeggiare sullo spiazzo in attesa di Brahim. Dopo alcuni minuti, da dietro la baracca, spuntò un bel sauro con al seguito una carretta a due ruote e senza sponde. Rosario prese le redini dalle mani del ragazzo e, fatte un paio di carezze sul muso dell'animale, lo condusse davanti ai gradini di casa. - Siete pronti? Teresa... partiamo? Uscirono tutti. Nino e Giorgio saltarono subito sul carro e mentre salivano le donne, con la chiave in mano Rosario fece un ultimo controllo all'interno della casa per vedere se erano state chiuse tutte le finestre e spento il fuoco. Cominciava ora la meticolosa operazione di bilanciamento. Quando Rosario vi salì il carro si inclinò sul davanti e il povero cavallo ebbe tutto il peso sulla schiena. Teresa, come sua abitudine, si era seduta sulla parte posteriore con le gambe penzoloni, i due ragazzi più grandi sul davanti all'opposto del padre, Adelaide e Giovanna al centro insieme ad Alessandro. - Adelaide devi metterti più dietro. La donna si fece più giù. - Va bene così? - Giovanna, spostati un po' anche tu. - Dai Rosario, andiamo, ché va bene così - gli disse la moglie. - Ora va bene - le rispose. E con un sonoro "terryh!" dette il via al cavallo. Brahim sollevò la mano in segno di saluto, gli risposero altre mani e qualche ciao. Il percorso che la famiglia doveva seguire si snodava in parte lungo le piste interne sterrate e in parte lungo la strada asfaltata che univa Tripoli a Garian. Le piste erano difficili a causa della sabbia che si accumulava in dossi e cunette facendo affossare le ruote. A un certo punto, ancora nella propria azienda, Rosario dovette far scendere dal carro i due figli maggiori e la moglie per alleggerirlo e per dare una spinta. Dopo una ventina di minuti arrivarono nelle vicinanze della casa di Carlo. Davanti ad essa era fermo un carro e la famiglia stava prendendo posto. Fra i due gruppi ci fu un levare di braccia. Superata questa raggiunsero un'altra casa, quella della sorella Maria e poi un'altra ancora, del fratello Antonio; entrambe le famiglie erano già partite. Lasciata la pista di sabbia il carro si avviò sulla strada asfaltata. Qui Rosario doveva fare bene attenzione al cavallo poiché al passaggio delle macchine la bestia avrebbe potuto impaurirsi. Teneva le briglie molto strette e manteneva il carro rasente alla banchina. Appena sentiva o vedeva avvicinarsi una vettura faceva rallentare il passo all'animale e gli faceva sentire la sua voce per tranquillizzarlo. Da quando avevano preso la carrozzabile, alle chiacchiere delle donne e dei ragazzi si era sostituito un brusio sommesso e uniforme. Si recitava il rosario. A un tratto si udì in lontananza il fischio del treno e sulla strada si faceva avanti un camion. Era troppo per il povero cavallo di campagna! Non era mai capitata una simile coincidenza e proprio in quel punto dove la linea ferroviaria distava non più di una trentina di metri. - O Signore! Ci mancava pure ‘sto camion! - gridò Teresa. - Zitta che fai spaventare di più il cavallo!- disse sottovoce Rosario voltandosi verso la moglie. - Sta calma Teresa, non succederà niente - continuò Giovanna posando un braccio sulle spalle di Alessandro. Adelaide lasciò a metà l'avemaria iniziata. Rosario fermò il cavallo, scese e gli andò ad accarezzare il muso parlandogli sommessamente in un orecchio. - Buono Rosso, buono... - e tra un buono e l'altro gli dava delle piccole pacche sul collo. Il treno spuntò da dietro alcuni alberi, sferragliante e fumante, mentre a pochi metri passò il camion. Il cavallo sollevò di scatto la testa, ma Rosario gli teneva ben fermo il morso e si acquietò subito. Il treno di pochi vagoni scomparve presto alla vista. - Signore vi ringrazio- sospirò Teresa. Il cammino fu ripreso così come il rosario interrotto. Il tratto di strada da percorrere non era molto lungo ma il carro era condotto lentamente. Finalmente voltarono in una stretta stradina costeggiata da alti cipressi e poco dopo si trovarono in uno spiazzo antistante una costruzione a due piani. Vi erano numerose carrette e alcuni calessi con gli animali legati agli alberi e un vecchio camioncino residuato di guerra. Rosario scese, condusse il cavallo a un cipresso e lo legò, dopodiché scesero tutti dal carro e si incamminarono verso il caseggiato. La costruzione, nata originariamente come casa colonica, era stata poi ingrandita per far posto ad alcune aule scolastiche. In quella più grande, al pianterreno, la domenica veniva celebrata la messa. La chiesa, così considerata solo per quel giorno, era già quasi piena. Oltre ai numerosi parenti di Rosario, c'erano altre famiglie che abitavano nei dintorni. La gente era seduta su dei normali banchi scolastici a due posti e, in attesa dell'addobbo sacro che avrebbe trasformato la cattedra in altare, chiacchierava sommessamente. Quel mattino il sacerdote arrivò più tardi del solito e non essendoci il tempo per confessare, autorizzò la partecipazione alla comunione rinviando a dopo la messa eventuali confessioni. Mentre le suore e Giovanna stendevano le tovaglie e disponevano i fiori di campo colti dai fedeli lungo il percorso, Maria recitava il Rosario a gran voce. Apparecchiata la mensa e indossati dal francescano i paramenti, la celebrazione iniziò. In quella stanza arida e fredda la funzione fu semplice ma spiritualmente ricca e profondamente partecipata. Al termine della liturgia ricominciò il brusio; le donne da una parte a scambiarsi le novità della settimana e gli uomini dall'altra a comunicarsi prezzi e costi agricoli. Dopo una mezz'ora di chiacchiericcio ora sommesso ora animato, qualche famiglia cominciò a partire. Voci e urli chiamarono parenti e bambini alla raccolta; dove mancava un bambino e dove una mamma. Rosario e Carlo decisero di andare via. Fecero un cenno di saluto agli altri che rimanevano e si diressero ai carri. All'appello, come al solito, mancava Giovanna. Rosario mandò Nino a cercarla. Entrò in chiesa e la trovò intenta a riappendere lungo le pareti i cartelloni didattici con le lettere dell'alfabeto . - Zia Giovanna ti stiamo aspettando - le disse il ragazzo. - Sì, sì. Di' a papà che ho finito e che vengo subito. - Vai pure - le disse Maria, anch'essa impegnata nel riordino - pare che mio fratello abbia più fretta del solito. Voi intanto partite ché vi raggiungeremo. Giunta Giovanna, Rosario, un po' seccato, poté dare il via al cavallo. Lo spiazzo, a parte il calesse della sorella, che a bordo aveva già il marito Paolo e il figlio Roberto in attesa, si era svuotato del tutto. Sulla via del ritorno la famiglia di Rosario e quella di Carlo si sarebbero fermati presso Maria per prendere il caffè. Appena partiti Teresa cominciò a lagnarsi. - Sempre ‘sta fretta di partire! Maria ancora è in chiesa... - E che dovevi fare là? Con chi avevi da parlare? - le rispose il marito. - Come con chi! C'era tanta gente. Ogni domenica pare che ci corra dietro qualcuno. Arriviamo da Maria e dobbiamo aspettare. - Non dobbiamo aspettare nessuno - riprese Rosario - non abbiamo mai aspettato. Loro col calesse impiegano la metà del nostro tempo. Eppoi sono quasi le undici. A che ora dobbiamo mangiare? Adelaide pose fine al battibecco. - Calmatevi, avete appena fatto la comunione... Dopo alcuni minuti alle loro spalle comparve il calesse grigio di Maria. Bastarono pochi minuti per raggiungere e superare il pesante carro. - Forza Rosso! - gridò Paolo all'indirizzo del placido cavallo di Rosario. - Terè! - chiamò Rosario invitando la moglie con un cenno del capo a osservare la scena. - Che c'è? - rispose alzando lo sguardo con finta distrazione. Dal calesse Roberto alzò le braccia in segno di vittoria. - Attaccagli questo carro e lo vedrai morto! - gli urlò dietro Giorgio. Giunsero alla casa quando già Paolo e Maria avevano apparecchiato il tavolo della cucina con tazzine e biscotti. - Uhm! che buon odore - esclamò Adelaide entrando mentre il caffè aveva preso a colare profumando la casa. I ragazzi erano rimasti fuori a prendere accordi per organizzare il resto della giornata. Poi tutti ripresero la strada del ritorno.
Nella primissime ore del pomeriggio arrivarono a casa di Rosario i ragazzi, tutti cugini di Giorgio e di Nino. Arrivarono a piedi per lasciare i mezzi ai genitori che li avrebbero raggiunti più tardi. Erano provvisti di rudimentali racchette ricavate da semplici tavole e più che racchette per giocare sembravano pale da fornaio. Erano in procinto di iniziare un torneo di tennis. Delimitarono il campo segnando la sabbia con un bastone e la rete fu creata poggiando un tubo dell'impianto a pioggia su due casette di quelle usate per il trasporto del pomodoro. Solo la pallina era originale, l'aveva comprata Giovanna a Tripoli. Avrebbero giocato in doppio scambiandosi ad ogni incontro in modo che ciascuno avrebbe fatto tutte le partite con un compagno diverso. Chi rimaneva fuori aveva il compito di arbitrare e in caso di contese Enzo, il secondogenito di Carlo, aveva l'autorizzazione a esprimere il giudizio definitivo. Il torneo sarebbe durato diverse domeniche e l'entusiasmo si sarebbe trasformato in euforia. All'abbigliamento del mattino avevano tutti sostituito quello quotidiano, più adatto alla libertà dei movimenti: scarponi militari, sandali con calzettoni, pantaloni corti o lunghi con le immancabili toppe cucite con abilità dalle madri, ma pur sempre evidenti per il contrasto di colore tra il vecchio e il nuovo. In quell'insieme eterogeneo di abiti e colori, un capo uguale era presente nell'abbigliamento di tutti. Si trattava di una lunga sciarpetta in flanella scozzese rossa e blu. L'aveva regalata ai ragazzi Giovanna una domenica sera. Li aveva interrotti nel gioco all'imbrunire. - Venite, che devo darvi una cosa. Era ferma sulla soglia con a fianco i cugini più piccoli, Alessandro e Francesca. Entrambi avevano al collo le sciarpette e si pavoneggiavano accarezzandone delicatamente le estremità che cadevano loro sul petto. Gli appelli di Giovanna non erano mai senza uno scopo, così i ragazzi si avvicinarono subito; dopo tanto movimento una fetta di ciambellone era proprio gradita! - Che roba è! - aveva detto Salvatore giunto per primo ai piedi della gradinata. - Non vedi? sono sciarpe. Dunque la tua...eccola. - Tutte uguali? - aveva notato qualcuno. - Certo, tutte uguali, però su ciascuna c'è il nome, così non ve le potete scambiare. - Che bella idea, Giovanna, e quante ne hai fatte? - Una per uno, naturalmente. Anche per Pino e Franco, che oggi non ci sono. Gliele darò domenica prossima. Quel semplice pezzo di flanella frangiata, che non costituiva certo un capo necessario, era stato preso da quei ragazzi come simbolo della loro unione e della loro fratellanza. Dopo anni si vedevano ancora in giro per Tripoli quando i ragazzi, ormai adulti, furono costretti per ragioni di studio e di lavoro a lasciare il loro paradiso. Nel tardo pomeriggio, l'esile figura di Brahim spuntò sullo spiazzo dove i ragazzi stavano ancora giocando. Come al solito aveva staccato dal lavoro un'ora prima per recarsi a scuola; per lui la giornata festiva era il venerdì. In mano aveva una zappa che lasciò accanto alla porta del magazzino. Silenziosamente costeggiò il perimetro del campo dirigendosi verso la strada che doveva prendere; attratto dal gioco si fermò a guardare ma non poté sostare a lungo e riprese il cammino con passo svelto. I rapporti tra Brahim e i figli di Rosario cominciavano a cambiare. Fino a poco tempo prima il ragazzo non si era mai permesso di avvicinarsi né a Nino né a Giorgio anche perché da loro non era mai venuto alcun segnale di disponibilità. Con il passare degli anni però comuni interessi portarono i tre ragazzi a maggiori contatti cosicchè Brahim aveva cominciato a trovare il coraggio di avvicinarsi sebbene provasse un certo disagio a discorrere con loro. Erano tanto diversi da lui e dagli altri ragazzi arabi! Eppoi sapevano tante cose... La prima volta che aveva partecipato ai loro giochi fu durante una serata dell'estate precedente. Mentre erano tutti seduti sulla gradinata, come ogni sera all'imbrunire, Giorgio, che quel giorno aveva sentito parlare di un certo gioco in uso presso gli arabi, chiese a Buagela in cosa consistesse. - Buagela, mi spieghi come si gioca? - Sì - rispose l'arabo - ma devi anche vederlo. Cerca un bastone lungo così - e con le mani indicò la misura. Giorgio corse verso il filare delle tamerici dove scelse, tra i rami che spuntavano alla base dei tronchi, quello che credette più adatto spezzandolo con il peso del corpo. Buagela tirò fuori dal taschino del gilet un grosso coltello a serramanico e con pochi abili movimenti ripulì il legno dai rami. Dopo si mise a cercare nei dintorni un rametto più piccolo; ne trovò uno di una quindicina di centimetri e ne assottigliò le estremità con il coltello. - Ecco così fatti i pezzi necessari. E il gioco è questo. Il legno piccolo lo posi a terra e con il grande lo colpisci su una punta in modo che, data la forma, salti in aria. Quando è ancora in volo lo colpisci nuovamente più forte che puoi. Ora provo io, se me ne ricordo. Buagela provò varie volte senza riuscirvi. - Non è buono il bastone - gli disse Abdallah - ne faccio un altro. In quel momento giunse Brahim trascinando dietro di sé l'asino col carico di gramigna. - Ah, ecco mio figlio, lui sa giocare! - disse Buagela - Vieni a spiegare come si fa - proseguì rivolto al ragazzo. Brahim si avvicinò al padre che si trovava con Nino e Giorgio al di là delle acacie. Salutò con un gesto del braccio gli italiani seduti sui gradini e si mise ad osservare i pezzi. - Con questo bastone sarà difficile - disse, ponendo il legnetto in terra e scavando un po' di sabbia sotto una punta. Al primo colpo, centrato in pieno, il legnetto fece un gran salto; al secondo fu lanciato a parecchi metri di distanza. - Bravo! - gridò Giovanna. - Bicciotti, sembre bicciotti! - disse Buagela tornando verso il gruppo. Era questa una frase che a volte diceva Rosario per indicare che i ragazzi combinano sempre guai; Buagela aveva preso l'abitudine di ripeterla spesso, storpiandola, e non sempre nei momenti appropriati. Nello spiazzo rimasero così Brahim, Giorgio e Nino con un buon bastone trovato da Abdallah. Fu in quell'occasione che i tre ragazzi giocarono insieme per la prima volta. Non ne derivarono incontri quotidiani, ma la timidezza di Brahim diminuì e questo gli consentì di avvicinarsi più spesso ai due ragazzi quando li vedeva impegnati in qualche gioco. Erano due mondi che si incontravano e i due modi di vita avevano difficoltà ad amalgamarsi anche se soltanto in giochi infantili. La riservatezza mostrata dal ragazzo non dipendeva da divieti imposti da suo padre, ma era istintivamente dettata dagli usi e dai costumi della sua gente che prevedevano delle precise regole nei rapporti fra le diverse famiglie. E una simile atavica prassi, retaggio del secolare isolamento, portava il giovane Brahim a stare alla larga dalla gran casa di pietra, pur essendo tentato di vedere, scoprire e capire il modo di vivere delle persone che in essa abitavano. Spesso, quando era più piccolo, si appostava dietro qualche albero o dietro i fichi d'india e rimaneva lì immobile a guardare le donne che stendevano il bucato, che battevano le coperte o che, serenamente, prendevano il sole lavorando a maglia. Quel loro abbigliamento così semplice e comodo, quei grandi teli bianchi della cui utilità non poteva immaginare, quei lavori in lana che vedeva crescere così velocemente da quegli strani ferri! Queste e cento altre usanze diverse avevano fatto capire al ragazzo la grande diversità che c'era tra il suo popolo e quello al quale appartenevano gli italiani. Soprattutto ora che da quel suo caro maestro aveva imparato non solo le prime lettere dell'alfabeto, ma anche a vedere e a pensare in forma costruttiva, comprendeva che la famiglia degli italiani conduceva una vita più pratica e più razionale della sua. Constatava che tante regole che l'insegnante invitava a seguire erano di uso comune nella casa. La pulizia, l'ordine, l'educazione: non gli era mai capitato di vedere i ragazzi, né tanto meno gli adulti, con abiti strappati, mancanti di bottoni, sporchi. Sentiva spesso Teresa sgridare i figli quando si imbrattavano nei loro giochi e l'indomani vedeva quel calzoncino e quella maglietta appesi ad asciugare sui fili, nuovamente puliti. Notava anche quanto fosse diverso il modo con il quale gli adulti trattavano i bambini; non categorici divieti e imposizioni inappellabili, ma dei no motivati e concordati. Durante l'intervallo di mezzogiorno, quando insieme ai suoi si ritirava nei pressi della vasca per mangiare, lasciava spesso il padre e lo zio, che riposavano, e si avvicinava alla casa costeggiando cautamente le tamerici. Scorti Nino e Giorgio e accertatosi che fossero soli, si lasciava notare con la speranza che lo chiamassero. L'invito, ora, veniva offerto spesso. Prendeva così parte ai loro giochi, ma sempre con discrezione; raramente parlava, quasi mai riusciva a trovare il coraggio di chiedere spiegazioni sebbene nel suo cervello si formassero mille perché. Tacendo accettava i compiti che i due gli assegnavano, la sicurezza e la forza che esprimevano i loro caratteri lo umiliavano, lo demoralizzavano e lo rendevano remissivo alle loro volontà. Alcuni giorni dopo aver cominciato la scuola, Brahim portò con sé il libricino di lettura. Giorgio e Nino vollero subito vederlo e tutt'e tre si stesero sulla sabbia per guardare le figure. Brahim si sentì al centro dell'interesse dei due; ma fu soltanto per qualche minuto! si accorse che sfogliavano velocemente le pagine nominando con prontezza ciò che vi era raffigurato: la nave, il treno, l'interruttore della luce, la radio, l'aereo. Non avevano bisogno di leggere le spiegazioni! - Ma come farai a scrivere in questo modo! - disse Nino. - Ma è la mia lingua! - replicò Brahim. - Certo, certo. E chi la vuole! I due fratelli si alzarono e si diressero verso casa. - Domani ti farò vedere dei giornali che abbiamo noi. Ci sono delle bellissime fotografie a colori! - promise Giorgio voltandosi. Brahim rimase fermo per qualche minuto, sdraiato bocconi con il mento appoggiato sulle mani. Il suo piccolo grande libro che solo cinque minuti prima credeva racchiudesse tutto il sapere dell'universo, aveva perso gran parte del valore perché aveva capito che era ben poca cosa e pur essendo poca cosa lui la ignorava. Una forte volontà di imparare e un lampo di orgoglio accesero i suoi occhi intelligenti; il suo futuro non poteva essere uguale a quello di suo padre e di suo nonno. Ma come realizzare il sogno? Fu assalito dallo sconforto. La fatica che gli costava andare ogni sera a piedi per tanti chilometri al freddo delle serate invernali e le frequenti discussioni con lo zio che gli rinfacciava il lavoro tralasciato, per quanto tempo le avrebbe sopportate? E in cambio di quali speranze? Suani, Tripoli... era facile parlarne, ma la realtà lo inchiodava fatalmente a quella terra che chiedeva solo passivo asservimento. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. 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| Ultimo aggiornamento ( venerdì 20 luglio 2007 ) | ||||
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