| BRAHIM - 6^ puntata |
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| Scritto da Administrator | ||||
| venerdì 06 luglio 2007 | ||||
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6^ puntata
Rosario, tentato dai nuovi impianti che venivano utilizzati in altre aziende, dopo un intero anno di riflessione, aveva deciso di installare al posto dell'aeromotore un moderno motore a scoppio e le relative tubazioni per l'irrigazione a pioggia. Purtroppo il preventivo di spesa fu superato di parecchio durante l'avanzamento dei lavori, in particolare a causa della necessità di trivellare ulteriormente il pozzo esistente per trovare una falda di acqua sufficiente alle esigenze del progetto. Fu così costretto a chiedere un prestito ai parenti. Contemporaneamente un'identica attrezzatura fu montata nell'azienda del fratello Carlo, socio di Rosario. Carlo avrebbe desiderato metterla sin dall'inverno precedente, ma la prudenza di Rosario non glielo aveva consentito. Vicino al pozzo fu costruito un piccolo casotto al cui interno furono sistemati il grosso motore e un generatore di elettricità che metteva in funzione una pompa; da questa l'acqua veniva convogliata nella vasca o direttamente, attraverso le tubazioni in zinco, nell'impianto a pioggia che stazionava sulle colture. Al termine dei lavori Rosario si trovò in possesso di un ottimo e moderno impianto di irrigazione, ma con alcune centinaia di sterline di debiti. Si dovette stringere ulteriormente la cinghia in casa e le visite in città per le provviste furono diradate. Per vedere i risultati avrebbe dovuto aspettare almeno un paio d'anni. Per gli arabi, invece, i lavori erano stati una vera manna perché avevano potuto lavorare anche durante la stagione morta. Oltre ai soliti operai che Rosario e Carlo utilizzavano per la semina e per i raccolti, ne erano stati chiamati altri. Buagela aveva ricevuto, prima ancora che giungesse il motore, la mansione di motorista e aveva quindi presenziato a tutti i lavori di installazione. In casa Ben Salem erano aumentati i figli, uno a Buagela e uno a Abdallah. Gli altri erano cresciuti e il primogenito, Brahim, aveva compiuto dodici anni. Crescendo il ragazzo aveva manifestato un'intelligenza vivace che lo distingueva dal resto dei suoi coetanei e nella sua stessa famiglia. Proprio all'inizio di quell'anno un'importante decisione era stata presa nei suoi confronti: gli era stato permesso di frequentare la scuola. Da tempo Brahim aveva espresso il desiderio di studiare, ma aveva sempre trovato una certa resistenza da parte dei suoi familiari perché lasciando il lavoro non avrebbe partecipato al sostentamento della famiglia. Quando però il governo aveva istituito un corso serale per adulti in una scuola costruita proprio all'uscita della pista sulla strada asfaltata, Salem aveva imposto ai figli la sua volontà. La distanza non era eccessiva e il tempo sottratto al lavoro sarebbe stato minimo; inoltre Rosario era venuto loro incontro mantenendo al ragazzo l'intera paga pur permettendogli di smettere un'ora prima del tramonto per arrivare in tempo alle lezioni. Dopo le evidenti e plausibili difficoltà incontrate nel primo mese, dovute soprattutto alla quasi totale differenza tra la lingua parlata dalla gente e quella classica usata nella scuola, il ragazzo era riuscito a scrivere con scioltezza le prime frasi e a leggere i brevi racconti riportati sul libretto in dotazione. Alla fine della giornata di lavoro Brahim prendeva il libricino e il quadernetto che durante il giorno conservava nella fascia che gli cingeva la vita e, quasi ostentando la sua trasformazione da operaio a studente, si recava a scuola. Distava circa tre chilometri e non gli era consentito di prendere l'asino che serviva, la sera, a trasportare l'erba e l'acqua alle zeribe. Brahim del resto non lo chiedeva. Capiva che la sua assenza durante quelle ore costringeva il padre e lo zio a fare i suoi lavori e riconosceva di essere loro debitore. Inoltre era tanto l'entusiasmo di imparare a leggere e a scrivere che avrebbe sopportato sacrifici ben più pesanti. Partecipavano al corso circa quindici persone, la maggior parte adulte e il più giovane era Brahim. In quell'unica classe si insegnava solamente a leggere e a scrivere più qualche nozione di aritmetica. Raramente erano tutti presenti; per un motivo o per l'altro mancava sempre qualcuno e il gruppo non superava mai le dieci unità. L'insegnante era molto paziente. All'inizio della prima lezione chiese i nomi, l'età, il mestiere e da quante persone fosse composta la famiglia e annotò tutto su un quaderno; non era prevista una registrazione ufficiale perché il corso era completamente libero sia nella partecipazione che nella frequenza. Cercò poi di spiegare a quegli uomini scomodamente seduti nei banchi la necessità e l'utilità della scuola. - Fratelli, apparteniamo a un giovane paese che ha bisogno di tutti noi: del contadino, del falegname, dell'insegnante, del muratore, dell'ingegnere. E tutti dobbiamo conoscere il nostro lavoro. Chi più chi meno, quindi, ha bisogno di studiare per meglio svolgere la propria attività. Il contadino non deve usare solo la forza delle braccia e le tradizioni della famiglia per lavorare la terra, ma deve anche sapere quello che fa. Gli sguardi assorti non sembravano seguire il senso di quel discorso, allora il maestro s'interruppe per trovare parole più adatte. - Immagino siate capaci di coltivare l'orzo, le patate, le cipolle e il pomodoro. Perché non imparare dunque a produrre altri tipi di ortaggi che vi farebbero guadagnare molto di più? Ma per coltivare una pianta che non avete mai visto occorrerà conoscere i tempi di lavorazione e i concimi più adatti. Da qualche tempo, quanto trapiantate il pomodoro aggiungete nel terreno una manciata di quello che voi chiamate "sale", vero? Sapete che quel sale è un concime chimico? avete mai letto le iscrizioni sui sacchi? Tutti tacevano. Brahim chinò la testa verso il suo vicino di banco dicendo qualcosa. Il maestro lo notò e lo invitò a parlare forte. Il ragazzo si alzò. - Ho visto diverse volte la scritta che c'è sui sacchi, ma è in italiano; un giorno ho chiesto a uno dei figli del rumi che cosa c'era scritto, mi ha letto quelle parole ma non mi ha saputo dire quale fosse il loro significato. - Certo che non poteva capirle, sono termini chimici. Quel ragazzo però, avrà capito il resto. - Sì - riprese Brahim - dopo quegli strani nomi c'era spiegato come bisognava usarlo, in quali quantità e in quali momenti. - Ecco, bravo. E' quanto basta al contadino. Saper leggere e comprendere come usare i prodotti che abbiamo in commercio. Se tu avessi avuto in mano un pugno di quella polvere bianca non avresti mai saputo a cosa servisse, ma a quel ragazzo è stato sufficiente leggere l'iscrizione per capire. La scritta su quel sacco mi ha fatto venire in mente un problema che credo sia giusto farvi notare - continuò il maestro passeggiando fra i banchi - Quando il ragazzo ha detto: "sì, ho guardato ma era scritto in italiano" non vi siete chiesti : perché è scritto in italiano se serve a noi che siamo arabi? La risposta è semplice, siamo ignoranti e non siamo ancora in grado di produrre quello che ci serve. Quel concime, come tutto il resto che usiamo nelle nostre case e nel nostro lavoro, proviene dall'estero; questi banchi vengono dall'Italia, la matita che ho in mano dalla Germania, il quaderno dalla Francia. Possiamo diventare ricchi quanto vogliamo, ma se non ci preoccuperemo dell'istruzione rimarremo sempre esclusi dal mondo produttivo e il nostro paese sarà sempre considerato arretrato e sottosviluppato. Spero che la stessa volontà che vi ha spinto a frequentare questa scuola per conoscere qualcosa di più del mondo che vi circonda vi faccia capire quanto sia necessario iniziare lo studio regolare sin da bambini. Voi non potrete imparare più di quanto vi servirà per il lavoro e per non farvi derubare dai commercianti che comprano i vostri prodotti; ma i vostri figli, col vostro aiuto e col vostro sacrificio, potranno diventare un giorno i nostri medici e i nostri ingegneri. Solo allora potremo fabbricare qui nella nostra terra il concime, i banchi, le matite e i quaderni. Varie teste si mossero per scambiarsi parole di approvazione. Al termine della lezione l'insegnante chiamò Brahim. - Sei giovane, potresti recuperare gli anni perduti, cerca di non mancare mai e se hai buona volontà ti farò passare alle scuole regolari di Suani. Brahim, con un turbine di pensieri in testa, non riuscì a rispondere neppure un sì e confuso se ne andò correndo. E quella sera, sulla strada del ritorno, ne fece tanti di progetti! Studiare, studiare prima qui, poi nelle scuole regolari di Suani, poi a Tripoli per seguitare in quelle superiori. E studiare cosa? non sapeva, non poteva immaginare di quali e quante materie si componesse il sapere. Ricordava d'aver sentito parlare il maestro di dottori e ingegneri, non aveva mai visto né gli uni né gli altri, ma immaginava che i primi servissero a curare le malattie e i secondi a costruire impianti. Il buio favoriva la concentrazione di Brahim trasportandolo in felici e fantastici mondi. Come capita di credere nei brevi momenti di felicità che sia tutto possibile e a portata di mano, così credette Brahim quella sera mentre calpestava con sicurezza la sabbia fredda e umida di fine ottobre. Sotto il capiente barracano che lo avvolgeva fin sulla testa teneva stretti in mano il quaderno e il libretto pieno di figure che il maestro aveva distribuito. Non vedeva l'ora di arrivare a casa per potersele guardare e, chissà, capire qualche parola! Gli sembrò un'eternità il tempo che impiegò per raggiungere la zeriba. Il cielo era quasi del tutto coperto, non c'era la luna e a malapena riusciva a riconoscere alcuni punti di riferimento. Giunto al confine della concessione di Rosario, lasciò la strada carrozzabile per prendere una scorciatoia che tagliava trasversalmente il primo quarto. Poi scorse la casa, una grossa macchia chiara, la superò e giunse alla vasca; da lì prese la cara strada che lo aveva visto crescere con sulle spalle un fardello sempre più pesante. Fece gli ultimi metri che lo dividevano dalla casa di corsa e spostò con una manata la stuoia che chiudeva l'uscio. Appena entrato, Brahim si gettò a sedere accanto ai tre uomini. - Guardate cosa ci ha dato il maestro: un libro, una matita e un quaderno! senza soldi, paga il governo. - Chi c'era, conosciamo qualcuno? il maestro di dov'è? - No, non c'era nessuno di queste parti, il maestro è di Tripoli, ma ora abita a Suani. Un giorno anch'io andrò a Tripoli per studiare. Il viso del ragazzo esprimeva un grande entusiasmo e gli occhi brillavano al debole chiarore del fuoco. Salem guardava la scena e notava il contrasto tra la gioia di Brahim e il disappunto del padre e dello zio. - Non farti illusioni - disse - ormai sei grande e sarà difficile recuperare gli anni perduti e poi addirittura andare a Tripoli... Qui c'è bisogno di te, lo sai. Non credere di poter ottenere tutto; è già tanto quello che ti abbiamo concesso! Comunque poi si vedrà. Il padre e lo zio sottolinearono le frasi del vecchio con cenni di assenso. Brahim guardò tutti e tre negli occhi e ammutolì; le parole del nonno e il silenzio del padre e dello zio avevano spento di colpo l'euforia e l'entusiasmo su progetti che aveva già considerato realtà. - Vai a mangiare ora e poi a dormire - riprese Salem sospingendolo verso la nonna. Buagela e Abdallah uscirono silenziosamente dalla zeriba paterna. Il ragazzo si spostò pesantemente sulla stuoia dove era la cena, porse la mani alla nonna che lo attendeva con la brocca dell'acqua per lavargliele e iniziò a mangiare. Con la mano sinistra tirò a sé il libro e fissò lo sguardo distratto sul titolo che ancora non riusciva a comprendere; il pensiero era rivolto alle parole del vecchio. Improvvisamente un lampo gli attraversò lo sguardo e il volto gli si illuminò: gli era tornata alla memoria l'ultima frase del nonno "comunque poi si vedrà". Capì che lo avrebbe sostenuto, era dalla sua parte. A lui spettava solo di dimostrare la sua volontà e la sua capacità. Ed era certissimo di averne a sufficienza.Quella sera stessa il bel libricino di Brahim accolse la sua prima macchia di unto. Mentre infatti con una mano raccoglieva la sua parte di zammitta rimasta nel catino di alluminio, con l'altra teneva il libro aperto e mano a mano che vedeva le figure, lo sfogliava. Alla luce molto incerta del fuoco, credendo di essere riuscito a leggere una parola, lasciò cadere dalla mano la manciata di cibo che aveva già appallottolato e sollevò la pagina verso la luce. E proprio sotto quella parola, che del resto non riuscì a capire, rimase la precisa impronta del pollice. Al termine del pasto, dopo essersi con molta cura succhiato le dita, ebbe appena il tempo di sfogliare velocemente le rimanenti pagine che la nonna, con una pedata, gettò della sabbia sul fuoco e lo spense. Brahim si alzò, si avvolse accuratamente nel barracano e andò a coricarsi sulla stuoia accanto al nonno. (continua) Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. 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