| BRAHIM - 5^ puntata |
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| Scritto da Administrator | ||||
| giovedì 28 giugno 2007 | ||||
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5^ puntata
- Ecco, finì così quella mia avventura. Avevamo messo in pericolo la nostra vita e non avremmo preteso che la normale paga giornaliera. L'uomo non è una merce che si compra, quando si arriva a questo punto non si è più uomini ma animali ai quali si comanda un lavoro in cambio di un pugno d'orzo. Oggi le cose vanno diversamente. Tutto si fa con il denaro e per il denaro! Come eravamo più semplici nel passato! - Ya buhy - lo interruppe Buagela - non puoi dire così... ricordo che quando ero bambino, certe sere non avevamo cosa mangiare. - Sì, è vero quello che dici - rispose Salem con voce pacata - però se ci mancava l'orzo potevamo chiederlo in prestito. In prestito dico, senza soldi! E quando facevamo il raccolto lo restituivamo. Prova oggi a chiedere un sacco d'orzo; lo devi pagare! se non hai soldi niente mangiare. Buagela chinò la testa. Salem riprese. - Oggi siamo una nazione libera e possiamo governarci come vogliamo, ma l'evoluzione che questa libertà ci ha portato ci sta cambiando. L'arabo vero di una volta si sta imbastardendo. Ai miei tempi bastava il capo cabila a mantenere l'ordine in un intero territorio, oggi per vivere tranquilli abbiamo bisogno della legge e della polizia per farla rispettare. E sarebbero questi il benessere, la prosperità, la civiltà? E' vero che oggi non patiamo la fame; è vero che c'è meno povertà; ma a che prezzo paghiamo questo pane? Io credo che più un popolo diventa ricco, più aumentano l'inganno e la corruzione. Non occorre una gran testa per notare certe cose, basta guardare vicino a noi. Sai che l'anno scorso il figlio di Hag Alì... lo conosci, no? ... quel ragazzo che lavorava dal signor Rosario, come si chiama... - Si, lo conosco. Freg - disse Brahim. - Esatto. Freg. L'anno scorso, dicevo, ha ottenuto un posto in un ufficio governativo a Tripoli. Sai chi glielo ha fatto trovare? un amico di famiglia, mezzo parente, impiegato alla Mudiria di Azizia. Hanno dovuto pagare; pagare per avere un lavoro! Ecco cosa c'è al posto dell'uomo: il denaro, il nostro nuovo padrone! Freg adesso abita in una casa in città, avrà anche dei soldi, ma che gli rimane della libertà che aveva qui nella sua terra? Avrà tempo solo per lavorare. E quando penserà a se stesso e al Dio che l'ha creato? Si nutrirà solo di invidia e corruzione, due atteggiamenti che fanno dimenticare quanto siamo grandi nell'anima e quanto piccoli nelle cose terrene. Salem si trovò con le braccia alzate; le gettò pesantemente giù e si voltò verso la giovane moglie di Abdallah che in quel momento si avvicinava per avvisare che la cena era pronta. Uno a uno i quattro si alzarono per lavarsi le mani con l'acqua che la moglie di Salem versava da un'anfora. - E' vero - disse Abdallah - ma è anche vero che il benessere offre tante di quelle cose che non sempre siamo capaci di rinunciarvi. - Non ho detto che è sbagliato cercare una migliore condizione di vita, quello che non approvo è il modo con il quale si raggiunge e l'uso che se ne fa poi. Se lavori dodici ore al giorno per guadagnare di più per far studiare tuo figlio, comprare degli animali e magari un pezzo di terra, è tutto giusto. Ma se usi il tuo cervello solo per trovare ogni più sottile inganno per imbrogliare un uomo meno intelligente di te oppure, come si usa oggi, pensi di guadagnare grazie a favoritismi politici, ecco questo è male! Brahim aveva ascoltato con attenzione il racconto e la discussione che ne era scaturita; non aveva mai staccato gli occhi dal viso del nonno, quasi ammaliato dalla forza con la quale il vecchio esprimeva le sue idee. Alla sua età non era ancora in grado di dare un giudizio, ma incamerava nella sua testa tutto quello che sentiva e diventava sempre più grande in lui la voglia di essere un giorno come il nonno. I tempi cambiavano, era evidente, e non poteva certo ripetere le stesse gesta del vecchio, ma voleva diventare deciso e determinato nelle scelte come lui e come lui essere considerato un capo senza averne chiesta l'autorità. Salem si avviò verso le due stuoie dove avrebbero mangiato gli uomini. Al centro fu posto un catino di alluminio colmo di zammitta, il piatto più usato dagli arabi, soprattutto da quelli di campagna. Era fatta con semola d'orzo cotta in poca acqua e condita con olio, sale e l'immancabile peperoncino verde a pezzetti. A questi ingredienti, quando c'erano, ne venivano aggiunti degli altri, come pomodori, cetrioli e cipolle. Quella sera la moglie di Salem aveva messo la cipolla. Le donne, dopo aver servito gli uomini, andarono a sedersi su altre stuoie per mangiare insieme ai bambini. Nella casa degli italiani si stava preparando per la cena. In maniera ben diversa rispetto alla scenografia osservata nella zeriba, ma non molto in quanto al contenuto. Infatti anche in casa di Rosario i pasti venivano "inventati" con quel poco che Teresa e Giovanna avevano quotidianamente a disposizione nell'orto al quale accudiva Buagela sotto la diretta sorveglianza di Teresa. Melanzane, zucchine, piselli, pomodori, zucche gialle, fave, cipolle, aglio, patate si davano il turno nella produzione stagionale. Un bel campo di carciofi era il vanto di Rosario; ne otteneva ogni anno una tale quantità da poterne sempre distribuire ai vicini parenti. Teresa e Giovanna, perciò, avevano di che scervellarsi per soddisfare gli appetiti della famiglia e per questo le fritture dominavano incontrastate nei pranzi di ogni giorno. La spesa a Tripoli si faceva non più di una volta al mese e consisteva nell'acquisto di generi non deperibili, come formaggi stagionati, zucchero, farina, caffè. La sera stessa e il giorno successivo erano considerati dunque giorni di festa perché si cenava con il pesce e si pranzava con la carne di manzo di cui non si poteva fare scorta per la mancanza del frigorifero. Uova e polli venivano forniti dal piccolo pollaio che si trovava a ridosso della stalla. Quella sera, nella spaziosa cucina aleggiava, come di consueto, una grande quantità di fumo e un odore misto di carbone acceso e di olio fritto. Rosario amava accendere i fornelli. Con un ventaglio di foglie di palma intrecciate faceva aria animatamente ora sull'uno ora sull'altro attraverso gli sportelli aperti. A ogni ventata si sollevava, al di sopra, un nugolo di scintille e una nuvola di fumo. Giovanna taceva per rispetto. Teresa invece brontolava. - Rosario! fai piano, ché ci soffi in quel modo, non vedi che è già acceso? - Ma che devo vedere se non ha ancora preso? se non soffio si spegne tutto. - E fa' come vuoi! - e poi, ammiccando verso Giovanna continuava sottovoce - tanto puliamo noi. - Bah, me ne vado. Scusate il disturbo! - disse finalmente quella sera. - Sia lodato Iddio! - rispose Teresa alle parole del marito. Il fumo non ne voleva sapere di uscire perché la porta era tenuta chiusa per evitare che si diffondesse nelle altre stanze e la sola finestra, seppure ampia, non era sufficiente a smaltirlo. Rosario andò in camera, si tolse calzoni e camicia, indossò il solo pantalone del pigiama e si sdraiò sul letto. Accese una ennesima Garian senza filtro e si mise a leggere "La Domenica del Corriere". Nella stanza di Adelaide e di Giovanna si trovavano i bambini insieme alla zia. La camera era abbastanza grande ma così ingombra di casse e di mobilia che di spazio libero ne era rimasto ben poco. Era ciò che si era potuto salvare dalla loro casa prima dell'esplosione. Il tutto comunque offriva alla vista un'immagine di ordine prettamente femminile. Seduta al suo posto Adelaide stava completando uno schema di parole crociate; Nino era intento a incollare dei francobolli su di un quaderno e Giorgio stava pazientemente componendo un puzzle, uno dei tanti che aveva portato lo zio Carlo dall'America. Il piccolo Alessandro era inginocchiato su una sedia tra i due fratelli e non essendo in grado di fare né l'uno né l'altro dei lavori si limitava a guardare disturbando ora questo ora quello. Il tavolo da una parte era coperto di buste, nastro per incollare e francobolli, dall'altra dai numerosi pezzi colorati del puzzle e dalla cornice già composta. Al centro un lume a petrolio diffondeva la sua instabile luce. Adelaide e i bambini furono interrotti da Giovanna che chiamò per la cena. - A tavola, tutti a tavola - e così dicendo prese in braccio il piccolo Alessandro e se lo portò via. - Andiamo a mangiare! su ragazzi, a lavarci le mani - disse Adelaide alzandosi. In cucina tutto era pronto. Rosario entrò portando con sé un terzo lume che posò in alto sulla credenza. Si sedettero tutti ai soliti posti; da poco anche Alessandro aveva una sedia tutta per sé e assecondando il suo desiderio era stato posto tra le zie. Quando tutti erano sul punto di finire il piatto, Giovanna si alzò e tornò poco dopo portando una tavoletta di cioccolata. - Sorpresa! - disse posandola sulla tavola - Uh, dove l'hai presa? - chiese Giorgio - Me l'ha portata un uccellino... - rispose Giovanna che scartò la tavoletta e la spezzò seguendo le porzioni. Nino e Giorgio tuffarono subito le mani per afferrarne un pezzo. - Che siete affamati? - rimproverò Teresa. - Come se non l'avessero mai vista! - continuò Rosario - ai tempi miei la mangiavo a Natale e a Pasqua! Al termine della cena, Teresa e Giovanna sparecchiarono la tavola; una si mise a lavare piatti, pentole e posate, l'altra ad asciugarli. Alla fine, quando le due donne poterono sedersi, Teresa cominciò la recita del consueto rosario serale. Alla fine i ragazzi furono invitati ad andare nella loro camera e, non senza qualche rimostranza, ubbidirono. Gli adulti si trattennero per bere l'ultimo caffè della giornata e dopo un po' si ritirarono ciascuno con un bicchiere d'acqua in mano. Rosario, previdente, si portò un'intera brocca. (continua) Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (40) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 732
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