| BRAHIM - 4^ puntata |
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| Scritto da Administrator | ||||
| giovedì 21 giugno 2007 | ||||
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4^ puntata
Giunti alle abitazioni, come ogni sera, iniziarono le operazioni di scarico. Brahim fece avvicinare l'asino alla porta della zeriba dello zio e, sciolte le corde, tirò verso terra la rete piena di gramigna. Il voluminoso ma leggero carico cadde frusciando e il ragazzo, con i piedi, lo spinse all'interno. Buagela e Abdallah, nel frattempo, avevano portato i fusti nella capanna centrale, quella dei genitori, dove usavano mangiare. L'interno della zeriba, vasto e circolare, era debolmente illuminato da due fonti di luce: il fuoco acceso in una piccola conca scavata nella sabbia e un lume a petrolio la cui fiammella stentava a farsi scorgere al di là del tubo di vetro affumicato. Cinque paletti sostenevano il leggero tetto fatto di stuoie legate con filo di ferro. Arredamento non ne esisteva quasi, tranne una cassa di legno accostata a una parete. Sparse dappertutto c'erano numerose stuoie, sia distese che arrotolate, e nel punto in cui veniva preparato il mangiare, poggiati sopra un lungo e basso panchetto, alcuni vassoi in paglia variopinta e un paio di scodelle di alluminio. Per terra due grandi brocche con l'acqua e una bottiglia piena d'olio. A ganci fissati ai paletti erano attaccati vari indumenti e barracani, trecce di felfel e di aglio. Dopo brevissime frasi di saluto, i tre si sedettero accanto all'anziano capo famiglia. Il giovane Brahim per il solo fatto che portava dei soldi a casa era considerato adulto e questo gli dava il diritto di sedersi con loro per mangiare. Era il momento in cui si raccontavano i fatti della giornata. Era sempre il vecchio Salem ad avere più notizie da riferire; alla sua età gli era rimasta solo la possibilità di camminare e, girovagando nella zona col suo bastone ricurvo, incontrava i suoi amici, vecchi quanto lui, dai quali veniva a conoscenza delle novità. A Brahim piaceva stare col nonno. Quel viso asciutto e cotto dal sole, la barba bianca e incolta gli suscitavano timore e rispetto allo stesso tempo. Il ragazzo subiva il fascino dell'età e dell'esperienza di quel vecchio che si rendeva così interessante con i racconti di un passato che, in confronto a un presente in veloce evoluzione, sembrava lontano e morto per sempre. Anche se in apparenza non era cambiata di molto la vita in Tripolitania, il giovane percepiva nella società un vento nuovo, un'aria di rinnovamento che allontanava ancor di più nel tempo i racconti del vecchio Salem. Come sembravano diversi i luoghi, i caratteri, lo spirito degli uomini! Brahim era attratto da quella voce limpida e acuta e alle imprese raccontate dal nonno si immaginava subito partecipe. Salem provava una grande soddisfazione nel vedere con quanto interesse il ragazzo lo ascoltasse. E benché parlasse a tutt'e tre, il suo cuore comunicava solo con lui. Troppe cose del moderno gli davano fastidio e non approvava; l'onore, l'onestà, il giuramento sacro non sembravano avere più valore, mentre un tempo erano leggi inviolabili. Il vecchio desiderava infondere nella mente del nipote quegli stessi principi che avevano fatto di lui un uomo giusto e rispettato in virtù dei sacrifici sostenuti e accettati. Fra le domande del giovane e le risposte del vecchio, il discorso cadde su un fatto successo una decina d'anni prima. Brahim conosceva quella storia in forma ridotta e approssimativa perché non gli era mai stata raccontata direttamente. L'avventura era conosciuta da tutti e aveva accresciuto la fama del vecchio e l'orgoglio del nipote. Quella sera era la prima volta che gli veniva raccontata nei particolari. - Sì, quella fu una delle mie ultime avventure. Ero ancora forte e mi sentivo giovane - disse Salem - ricordo perfettamente ogni momento di quelle giornate come se fossero passate solo da un mese. Io, tuo padre e Mohammed stavamo dando l'acqua alle piante d'ulivo con i dromedari e ci trovavamo proprio qui vicino, quasi al confine. Verso le nove vedemmo arrivare il signor Rosario su un cavallo lanciato al galoppo. Capimmo subito che era successo qualcosa. Era raro, infatti, che lo si vedesse correre in quel modo; non era mai salito su un cavallo prima di arrivare qui, in questo deserto e quindi non era affatto pratico nel cavalcare. Come avevamo immaginato, ci portava una brutta notizia: al signor Antonio, il fratello, erano stati rubati tre cavalli. "Salem" mi disse "prendi gli uomini più capaci e ritrovami quei cavalli". Presi con me Mohammed e altri cinque uomini e ci dirigemmo a cavallo verso la casa del signor Antonio. Erano passate poche ore dal furto, non c'era vento e le impronte si vedevano nitidamente. Le seguii subito in quella che era la direzione obbligata in quanto da tre parti la concessione confinava con le proprietà dei parenti. Al di là dell'azienda, però, una zona di terreno incolta e piena di sterpaglia ci fece perdere le tracce. Decisi quindi di continuare la ricerca su una stretta lingua di sabbia ben pulita, senza erba, che costeggiava la linea ferrata. Se erano passati di là le impronte non potevano sfuggirci. Le trovammo dopo pochi minuti. Alla prima scendemmo da cavallo per capire quanti fossero, ma non era semplice perché le impronte si sovrapponevano. Sapevamo che i cavalli rubati erano tre e probabilmente venivano fatti procedere uno dietro l'altro; ma i ladri quanti erano? Risalimmo a cavallo e dopo qualche centinaio di metri trovammo qualcosa di importante. I ladri si erano disposti a ventaglio e quindi le impronte non erano più sulla stessa linea. Lo sai Brahim che sono considerato il più bravo conoscitore di piste della zona, vero? - disse Salem al nipote toccandogli una gamba. Gli occhi del ragazzo e tutto il suo viso rimasero come indifferenti per qualche attimo; non aveva afferrato la domanda che il nonno gli aveva fatto. La sua mente era là, gli occhi fissi su quella sabbia rossa che portava le impronte di quella avventura. - Sì, sì - disse frettolosamente quasi per non perdere il filo del racconto. I suoi occhi lampeggianti alla fiamma che gli ardeva di fronte invitarono il nonno a proseguire. - Fu proprio in quell'occasione che acquistai definitivamente questa fama - disse Salem - Notai infatti che alcune impronte erano meno profonde di altre; pensai subito che potevano essere quelle dei cavalli rubati perché senza uomo in sella e quindi più leggeri. Tra esse ce ne era una diversa per la conformazione dello zoccolo; immaginai che fosse il cavallo di uno dei ladri che conduceva i tre rubati. Parallelamente, sulla sinistra, si notavano altre impronte che, sicuramente, appartenevano ad altri tre cavalli. I ladri erano almeno quattro. Noi eravamo in sei e decidemmo di proseguire. Per una quindicina di chilometri le piste costeggiarono quasi sempre la linea ferroviaria pur mantenendosi a due-trecento metri di distanza, dopodiché piegarono verso ovest, in direzione di Zanzur. Dopo qualche ora di cammino, però, non fu più possibile seguire le tracce; c'era del terreno coltivato e non potemmo attraversarlo. Aggirato l'ostacolo, trovammo un terreno secco e argilloso che non ci permise di scoprire alcun segno. Chiedemmo informazioni ad alcuni contadini che non ci seppero dare notizie. Le ultime impronte che avevamo lasciate erano dirette verso Zanzur; non avendo altra scelta ed essendo l'unico paese in cui era possibile vendere cavalli senza destare sospetti, ci dirigemmo all'oasi sperando di ottenere indicazioni. Fu deciso che uno solo di noi sarebbe dovuto entrare in paese a piedi e andare al mercato per vedere se c'erano dei tipi sospetti. Fui scelto io; gli altri avrebbero superato il paese dall'esterno e mi avrebbero atteso sul lato opposto. Entrando nell'abitato, dalla gran calma che vi regnava, mi accorsi subito che non era giorno di mercato. Con poche speranze mi avvicinai ad alcuni vecchi seduti nei pressi del recinto delle bestie. "Per favore, mi potete dire quando sarà la prossima giornata di mercato? vorrei comprare un dromedario, oppure un cavallo". "Dopodomani, fratello"- rispose uno di loro - "potrai trovare quanti cammelli vorrai, cavalli invece non sempre ce ne sono. Solo Abdullaziz Ben Bey li commercia qui a Zanzur. Non sei di qua, vedo. Da dove vieni?". Ringraziai per le informazioni ma non volli dire da dove venivo. Non mi aveva detto granché quel vecchio ma indirettamente avevo capito che, essendo raro trovare cavalli in vendita, non doveva essere difficile sapere se qualcuno ne avesse offerti quella stessa mattina. Decisi così di provare a domandare ancora riguardo al giorno di mercato. In un angolo di una viuzza ben animata vidi un gruppo di cinque, sei persone che parlavano fra loro; poco più in là c'era un uomo seduto con un cesto di pomodori fra le gambe. Pensai fosse quello il posto migliore. A una certa distanza mi fermai. "Ya sahby, mi dici quando sarà giorno di mercato?" gli chiesi ad alta voce. "Il mercato? Dopodomani" rispose seccamente. A questo punto accadde ciò che speravo. Dal gruppo degli uomini che discutevano una voce continuò le parole dell'uomo. "Sì, dopodomani. Cosa ti serve?". "Un cavallo" risposi. Un altro uomo s'intromise. "Cerchi cavalli? questa mattina sono passati degli stranieri che volevano venderne". "E il prezzo lo hanno detto?" domandai per tirare più a lungo il discorso. "No, non hanno parlato di prezzo; non m'interessano i cavalli". "Ho capito. Non sai dove sono andati?". "Li ho visti andare da quella parte" disse l'uomo indicando con la mano. Salutai tutti più volte augurando loro buona salute e mi incamminai verso la direzione indicata, e cioè verso Zavia, per la strada sulla quale mi aspettavano gli amici. Sapevamo quasi con certezza che si erano diretti verso ovest, il problema però era ritrovare le tracce! Sulla strada asfaltata non sarebbero certamente passati. Ci dividemmo in due gruppi. Mohammed e un secondo uomo iniziarono le ricerche sulla parte destra della strada, su una stretta fascia di terreno sabbioso che costeggiava il mare. Dall'altro lato, in quattro, ci disponemmo a ventaglio su un fronte di circa cinquecento metri. Il terreno era arido e zeppo di piccoli arbusti che disturbavano le ricerche. Andando oltre, per fortuna, presentava degli ampi spazi puliti e sabbiosi. Vidi scendere di sella il mio vicino che poi mi chiamò indicandomi delle impronte. Erano di cavallo, ma non ve ne erano altre nei pressi per cui non potevamo avere la certezza che fossero quelle che ci interessavano. Il mio compagno le volle seguire ugualmente. Il suo intuito fu risolutivo; poco più in là altre numerose impronte si univano alle precedenti. Non avevamo più dubbi. Stanchi e con lo stomaco vuoto decidemmo di fermarci. Lasciammo liberi i cavalli affinché si cercassero qualche filo d'erba e ci sedemmo sotto una pianta d'ulivo per mangiare qualcosa. Erano le due e faceva un caldo terribile. Ci trovavamo in un piccolo avvallamento del terreno e la strada asfaltata, che lo costeggiava a un livello superiore, ci bloccava quella minima brezza che spirava dal mare. Ci fermammo non più di un'ora. Dovevamo approfittare della luce del sole per seguire le piste. I ladri, al contrario, avrebbero camminato soprattutto la notte perché non avevano alcuna traccia da seguire. A un pozzo lì vicino delle donne stavano tirando l'acqua. Ci avvicinammo per dissetarci e far bere i cavalli, poi inforcammo le selle per riprendere la ricerca. Le piste ci sfuggivano e ci riapparivano a intervalli regolari in rapporto alla morfologia del terreno, che alternava tratti di sabbia a zone di sterpaglia. Il vento non si alzò mai in quelle ore e proseguimmo fino a quando il buio ci costrinse al riposo. Ripartimmo all'alba. Eravamo a più di cento chilometri da casa e nessuno di noi conosceva quei posti se non per i nomi dei paesi, di cui più volte avevamo sentito parlare. A un'oasi facemmo provvista di pane, pomodoro, felfel, tè, zucchero e orzo per i cavalli. Nonostante avessimo chiesto a più passanti, non riuscimmo ad avere notizie di quegli uomini e dei tre cavalli. Al di là del villaggio, comunque, ritrovammo facilmente le orme che sembrava provenissero proprio dall'interno dell'abitato. Probabilmente lo avevano attraversato la notte precedente. Mangiammo e riposammo in pieno deserto; non c'erano alberi di alcun genere, solo delle grosse sidere sotto le quali trovammo un po' di ristoro dal caldo soffocante. Avevamo paura che i cavalli risentissero della grande calura. Sopraggiunse un'altra notte e fummo costretti nuovamente a fermarci rimanendo, però, sulle tracce degli inseguiti. Non ero più tanto sicuro di riuscire nell'impresa. Eravamo stanchi e non potevamo sapere fin dove ci avrebbe portato quell'inseguimento. Prima di addormentarci discutemmo del fatto che doveva essere gente ben organizzata per andare così lontano, e forse armata! Qualcuno di noi pensò anche di avvisare la polizia del luogo, ma infine fummo d'accordo di affrontarli da soli. L'indomani mattina, per fortuna, le impronte erano ancora nitide. Calcolammo che avevano solo qualche ora di vantaggio. Evidentemente anche loro si fermavano quanto o più di noi. Quella certezza ci diede nuovo entusiasmo. Parlando ci venne anche in mente che da quelle parti doveva esserci Zavia. Lo domandammo a due ragazzi che cavalcavano due asini. "Zavia? Sempre dritto" disse il primo. L'altro continuò "Siete commercianti di cavalli anche voi? Abbiamo visto poco fa altri uomini che portavano dei cavalli". La notizia ci colse di sorpresa e, per un attimo, ci paralizzò sulle nostre selle. Adesso che eravamo sul punto di incontrarli ci coglieva la paura. Salem notò in Brahim un'espressione di disappunto. Immaginò che il ragazzo non riusciva a concepire come c'entrasse la paura. - Ti meravigli che avessi paura? - chiese il vecchio - non mi vergogno di ammetterlo, era proprio paura! - Saputo dai ragazzi che gli uomini erano quattro e non cinque - disse Salem continuando il racconto dopo la breve e calcolata interruzione - li ringraziammo con qualche pomodoro e, scesi da cavallo, ci mettemmo a discutere sul da farsi. Sarebbero stati sufficienti pochi minuti di galoppo per raggiungerli. Nessuno di noi, però, riteneva prudente una simile azione. Ma neanche aspettare che arrivassero a Zavia e lì avvertire la polizia ci sembrava opportuno, perché avevamo paura di perderli. Proposi così un piano. Si basava sull'eventualità che i ladri si sarebbero fermati per la notte. Li avremmo circondati e ci saremmo fatti restituire i cavalli. Così a parole; ma la considerazione che le nostre uniche armi erano dei rozzi manici di zappa, ci spaventava alquanto. Non c'era comunque una valida alternativa per cui ripresi la marcia camminando trecento metri più avanti del gruppo. Se mi avessero notato per primi, vedendomi da solo, non si sarebbero allarmati; se invece, tra una duna e l'altra, li avessi visti prima io avrei agitato il barracano sopra la testa per avvisare i miei compagni. Proseguimmo così per circa un'ora; quando la luce cominciò a indebolirsi, feci cenno a chi mi seguiva di avanzare più velocemente. Mi misi al trotto cercando di rimanere nella zona più bassa del terreno; tornato al passo scesi da cavallo appena vidi un albero d'ulivo isolato. Era un ottimo punto di osservazione. Mi ci arrampicai. I compagni mi raggiunsero in pochi secondi. "Vedi qualcuno?" mi chiesero. "No, proprio nessuno" risposi con desolazione "eppure dovrei vederli", dissi tra me. Gli uomini, giù, si consultavano. "Zitti!" ripresi a un tratto "ho visto muoversi un cavallo, è quasi completamente coperto dagli alberi. Ecco, ora vedo anche gli uomini. Sono loro!". Scesi subito dall'ulivo e risalimmo in sella nel massimo silenzio. Dovevamo raggiungerli appena dopo il calar del sole, che era il momento più favorevole perché non ci potevano vedere distintamente. Dopo aver calcolato il percorso fatto mi fermai, affidai il cavallo a Mohammed e proseguii a piedi. Dalla cima di una duna scorsi il gruppo; le chiome degli alberi erano abbastanza alte da lasciare libera alla vista la parte sottostante. Feci cenno ai miei di fermarsi e di far stare calme le bestie. Chiamai quindi Mohammed e insieme potemmo constatare che effettivamente gli uomini erano quattro. Stavano seduti in cerchio mentre uno accendeva il fuoco. I cavalli rubati erano legati insieme con un'unica corda e, mescolati ai loro, vagavano nelle vicinanze in cerca d'erba. Alcune dune circondavano il bivacco e scegliemmo i due punti dai quali ci saremmo presentati. Presi gli accordi, ci dividemmo in due gruppi. In uno c'ero io, nell'altro Mohammed. Ci dirigemmo così a piedi verso le dune prescelte tenendo i cavalli per il morso perché stessero calmi. Io e i miei uomini, per raggiungere la posizione stabilita, dovemmo fare un lungo giro che ci sembrò un'eternità. Arrivati finalmente ai piedi della duna, salii da solo strisciando sulla sabbia. Dal punto più alto vidi distintamente gli uomini. Erano solo a poche decine di metri. Erano tranquilli. Sollevai allora il bastone che portavo con me e lo tenni verticalmente sulla sabbia. Aspettavo che anche dall'altra duna ne apparisse uno. Poco dopo, infatti, spuntò. Mohammed era lì con gli altri. Dissi ai miei compagni di salire con me; iniziava la fase più pericolosa. Emisi un breve urlo. Non s'era ancora spenta la mia voce che un altro grido mi rispose dal lato opposto. Simultaneamente ci rizzammo in piedi tutti e sei tenendo il nostro bravo bastone, seminascosto dal barracano, puntato verso di loro nella speranza che lo scambiassero per un moschetto. I quattro ladri balzarono in piedi e, presi dal panico, si misero a correre in direzione dei propri cavalli. "Fermi dove siete" gridai "veniamo da Suani e vogliamo i nostri cavalli. Voi potete pure andare ma lasciate i tre cavalli dove sono, intesi?". Si dissero qualcosa, ma non riuscimmo a capire. Li vedevamo voltarsi da una parte e dall'altra, indecisi sul da farsi. Infine uno corse verso i nostri cavalli e li frustò con una corda cacciandoli nella nostra direzione. Montarono poi sui loro e fuggirono al galoppo. Ci meravigliammo dell'esito felice dell'azione e, urlando di soddisfazione, ci gettammo dalle dune rotolando verso il basso. Il fuoco era ancora acceso e vicino a esso, nella fretta, ci avevano lasciato anche una barrada, un cartoccio di tè e uno di zucchero! Eravamo partiti da Suani il lunedì e vi rientrammo il venerdì. Avreste dovuto vedere la faccia del signor Antonio quando aprì la porta e ci vide con i suoi tre cavalli. " Salem!" disse abbracciandomi "ce l'hai fatta! Mi avete ridato la vita" continuò guardando anche gli altri "Non avrei potuto ricomprarli ora! Anna, Anna!" si mise a chiamare rientrando in casa. La moglie arrivò correndo. " Ero sicura che ci sareste riusciti" ci disse la donna con le lacrime agli occhi "quando non vi ho visti tornare l'indomani, ho capito che eravate sulla pista giusta". Il signor Antonio tornò con una grossa chiave in mano. "Venite con me" ci disse e ci condusse sul retro della casa, dove c'era il magazzino. Aprì la porta e ci fece entrare. "Salem, Mohammed, sapete che non ho soldi per pagarvi questo servizio. Posso darvi però parte di quello che ho. C'è dell'orzo, prendetevene un sacco per uno. Da mio fratello riceverete la paga regolarmente, ci siamo già messi d'accordo". Parlava con voce commossa e non riuscì a dire altro. (continua) Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (17) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 401
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