| BRAHIM - 3^ puntata |
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| Scritto da Administrator | ||||
| sabato 16 giugno 2007 | ||||
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3^ puntata
Terminati i pochi bocconi Buagela e Abdallah si sdraiarono sulla sabbia ombreggiata dal grande albero e si assopirono nel silenzio di tanto in tanto interrotto dal cinguettio dei passeri. Brahim, invece, si avviò verso l'abbeveratoio degli animali che era addossato alla grande cisterna circolare, si issò sul bordo e si sedette sulla spalletta in cemento lasciando cadere le gambe penzoloni nell'acqua. Sulle pareti interne cresceva uno spesso strato di muschio e numerosi insetti, disturbati dal movimento delle gambe, volarono via o si nascosero nelle crepe del cemento. Delle libellule dai colori smaglianti volavano rasentando il pelo dell'acqua; Brahim, nel tentativo di catturarne una, si chinò e, immobile, con la mano aperta attendeva l'occasione propizia. A un tratto sentì uno scalpiccìo dietro di sé e si volse di scatto temendo fosse suo padre il quale era contrario a quella sua abitudine che poteva rivelarsi pericolosa data la profondità dell'abbeveratoio e il fondo viscido. Vide invece due vacche che avanzavano verso di lui e che, per niente intimorite dalla sua presenza, tuffarono il muso nell'acqua. Cinquanta metri più in là stava avvicinandosi un asino con sopra una ragazzetta. Brahim riconobbe subito che era Fatma, una coetanea della stessa cabila. Aveva indosso una tunichetta fiorata che le scendeva fino ai piedi e i capelli legati in due treccine che le cadevano sopra le orecchie. Arrivata vicino all'abbeveratoio, senza scendere dall'asino, prese un tubo di gomma, inserì un capo in uno dei bidoncini che pendevano dalla soma e, stendendosi con una certa difficoltà verso il cannello dell'acqua, vi infilò il tubo e aprì il rubinetto. I due ragazzi non si parlarono, giusto un timido cenno con la testa. Data la pressione dell'acqua i due fusti furono riempiti in pochi minuti. Brahim, premuroso, chiuse subito il rubinetto. Fatma dette un brusco strattone alla cordicella che legava il muso dell'asino e lo fece voltare per il ritorno; le due mucche la seguirono docilmente. Brahim ritirò le gambe dall'acqua e scese dalla vasca. La sbucciatura delle mandorle si effettuava sul lato ombreggiato della casa e coinvolgeva anche i componenti della famiglia di Rosario. Un grande telone fu steso a terra e vi furono svuotati i sacchi; attorno al mucchio si sedettero i tre arabi mentre per gli italiani furono lasciati alcuni sacchi mezzi pieni per permettere loro di lavorare le mandorle stando comodamente seduti su degli sgabelli. Quel giorno ai tre operai seduti in terra si unirono Nino e Giorgio; non che i due ragazzi lavorassero davvero, poiché ai giochi di uno facevano eco quelli dell'altro. I genitori guardavano e lasciavano fare fino a quando non iniziavano a disturbare il lavoro degli adulti e soprattutto quello di Brahim che, seppure loro coetaneo, non doveva essere coinvolto. Al tramonto il lavoro fu sospeso e le donne si ritirarono in casa mentre Buagela, Abdallah e Brahim presero le coffette colme di belle mandorle ambrate e le svuotarono sul piazzale in cemento sulla destra della casa stendendole accuratamente con dei rastrelli per farle asciugare prima di immagazzinarle. Rosario andò sul piazzale a stimarne la quantità e rimase soddisfatto; finalmente quella terra cominciava a ripagarlo delle spese e delle fatiche. Dall'altro lato della casa Mohammed, ritiratosi con gli sterratori e i cavalli, stava ordinando i finimenti su di una trave sporgente all'interno della scuderia. Si recò poi da Rosario fermandosi per qualche minuto a riferire del lavoro svolto e poi, insieme agli altri, lo salutò portandosi la mano alla fronte. Brahim, uscendo con un guizzo dalla porta piccola del magazzino, urlò all'indirizzo di Rosario un "bonasira" e disparve dietro la casa. Per lui, pur essendo così giovane, la giornata non era ancora finita. La rete che avevano lasciato il mattino nei pressi della vasca attendeva di essere riempita con la gramigna che cresceva rigogliosa sotto le piante; doveva affrettarsi perché il tramonto era vicino. Buagela e Abdallah, come di consueto, si fermarono a chiacchierare con l'italiano. Quella serata estiva era di una mitezza straordinaria. Il ghibli che aveva soffiato, seppure non in modo violento, fino al primo pomeriggio, aveva ceduto il posto a una fresca brezza di Nord Est. Il sole, scomparendo, lasciava dietro di sé un'estesa fascia rosata che prendeva buona parte dell'orizzonte. Con gli stessi colori dell'alba, ma con una successione rovesciata, il cielo già scuro dell'oriente avanzava inesorabilmente sugli ultimi chiarori. La porta della casa si aprì e uscirono Teresa, il piccolo Alessandro e Giovanna. Le due donne si sedettero sull'ultimo gradino e il bambino andò a raggiungere i fratelli che, l'uno dietro l'altro, stavano intercettando, nel terreno arato, il canto di un grillotalpa per catturarlo. Vedendole i due arabi fecero un piccolo inchino. Rosario andò a sedersi al centro della gradinata; i due lo seguirono e si sedettero all'estremità del primo gradino. La distanza che veniva mantenuta tra la famiglia italiana e quella araba poteva sembrare, ad una prima osservazione, eccessiva. In effetti era cambiato poco in quasi vent'anni di frequentazione, se non nei rapporti interpersonali che erano divenuti ottimi. I due modi di vivere erano ancora diversi e separati, nonostante i rapporti di lavoro e di buon vicinato. Sarebbe stato necessario attendere almeno la generazione futura perché potessero in parte avvicinarsi. Per il momento lo stile di vita di ciascuno rimaneva invariato, permettendo una conoscenza senza forzature, attraverso la fiducia che cresceva col tempo. Così come il costume locale dettava, il contatto con le donne era quasi del tutto inesistente; Rosario conosceva a malapena le mogli di Buagela e Abdallah, pur essendo gli operai di fiducia. Quando passavano nei pressi della casa con il viso coperto non si lasciavano riconoscere e di conseguenza nessuno degli italiani dava loro un cenno di saluto. Ciò però non vietava a Rosario di fare loro le iniezioni quando venivano colpite dalla febbre. Era usanza che la zona in cui sorgeva la zeriba fosse tabù per gli estranei e dunque bastò comportarsi di conseguenza: tenersi lontani quando si andava a caccia, chiamare da una giusta distanza la persona che si cercava e così via. Allo stesso modo si comportavano gli operai quando entravano nell'azienda; salutavano soltanto quando vedevano altri uomini, mai quando le donne erano sole. Accadeva sporadicamente che donne o bambini delle famiglie meno abbienti andassero alla casa degli italiani per vendere uova o per chiedere una manciata di sale o un po' di zucchero. Costretti a salire i gradini per bussare alla porta, ridiscendevano velocemente e attendevano che venisse loro aperto. Fu la possibilità di conservare ciascuno le proprie usanze, perché generalmente rispettate dall'altro, che pose le fondamenta per quel lungo periodo di amicizia fra gli italiani e i libici mai volontariamente interrotto. Sia in campagna che in città, in tutti gli ambienti in cui si veniva quotidianamente a contatto, quasi nessuno ormai si sentiva più ex colonizzatore o ex colonizzato, anche se questo non scongiurava l'affiorare di qualche sporadica intolleranza o incomprensione dovute all'ignoranza. Lentamente la porta si aprì di nuovo e sull'uscio apparve la figura di un'anziana donna interamente vestita di nero e con il viso incorniciato da una capigliatura bianca raccolta sulla nuca in un grosso chignon. Si fermò qualche istante a osservare i presenti, si aggiustò l'inseparabile mantellina sulle spalle e iniziò a scendere i gradini. Giunta all'altezza degli arabi questi, prontamente, si alzarono e la salutarono. La figura, longilinea ed eretta, si incamminò a passi lenti oltre le acacie. Alessandro, di ritorno dalla missione fallita, corse incontro alla zia con le braccia alzate. Lei si chinò per baciarlo sulla fronte, gli prese una mano e lo condusse con sé lungo la strada per la consueta passeggiata serale. Il bambino la accompagnò per un breve tratto e poi tornò ai giochi dei fratelli. La mano della donna, lasciata quella di Alessandro, si rifugiò nella tasca della veste dove giaceva il rosario. Sui lati della pista giovani e flessuosi cipressi univano le loro ombre alla figura scura che avanzava lentamente recitando requiem. Era Adelaide, la moglie del defunto fratello di Rosario. Nata e vissuta fino a una certa età a Tunisi in un'agiata famiglia, aveva là frequentato le scuole superiori e conseguito il diploma in pianoforte. Sposatasi, insieme al marito e all'inseparabile Giovanna, si erano trasferiti dopo alcuni anni in Tripolitania andando ad abitare in un lotto di terreno confinante con quelli dei cognati. Durante l'invasione degli Alleati la loro casa era stata completamente distrutta dall'esplosione di un grosso deposito di munizioni abbandonato dagli italiani in ritirata. Avvisati qualche ora prima dagli artificieri avevano messo in salvo un po' di biancheria e qualche mobile, andando a rifugiarsi temporaneamente da Rosario. Alla morte del marito, avvenuta un paio d'anni dopo, grazie alla generosa ospitalità dei cognati, insieme con Giovanna era rimasta in quella casa in forma definitiva. La luce svaniva e l'oscurità ne prendeva gradualmente il posto accendendo il cielo di infinite stelle. Al parlottìo sommesso si aggiunse uno scalpitare di zoccoli e Brahim fece capolino dalla sinistra della casa col suo asino carico di gramigna. Si levarono voci e cenni di saluto e tutti si alzarono. Chi era già in casa e chi doveva ancora raggiungerla Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (12) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 424
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