| BRAHIM - 2^ puntata |
|
|
|
| Scritto da Administrator | ||||
| venerdì 08 giugno 2007 | ||||
|
2^ puntata
La costruzione era dipinta di giallo e aveva il tetto in tegole rosse; era stata costruita con blocchi di pietra calcarea provenienti dalle cave di Azizia e lo spessore delle mura perimetrali si poteva notare dalla profondità delle finestre. Poggiava su un basamento di un metro e venti circa che conferiva all'insieme una forma armoniosa e robusta. In quell'immenso tratto pianeggiante la si poteva scorgere da grande distanza. Le finestre erano ancora chiuse nella parte posteriore e i tre libici lo avevano potuto notare poiché giungevano dal retro. Sulla destra della facciata uno scivolo in cemento portava all'entrata del magazzino dove li stava aspettando l'italiano che, appena li vide, li salutò. - Buongiorno. - Subah el ker, buongiorno - risposero all'unisono i due fratelli mentre Brahim si limitò a sorridere timidamente accompagnando l'espressione con un leggero cenno del capo. - Farà molto caldo oggi - riprese il signor Rosario. - Sì, è ghibli - disse Buagela in un italiano incerto. Il colono allora si allontanò dalla costruzione di alcuni passi, raccolse una manciata di sabbia, alzò di poco il braccio e la lasciò cadere attraverso le dita. - E' proprio ghibli, ne avremo per tre giorni almeno. - Lo avevo già capito dall'aeromotore - intervenne Abdallah, il quale si compiaceva di confermare la sua innata sensibilità nella previsione del tempo attraverso l'osservazione di un apparecchio così misterioso come l'aeromotore. Furono interrotti dall'arrivo di quattro uomini capeggiati dal rais Mohammed, un uomo corpulento e scuro di pelle che era stato incaricato di abbattere le sidere e di spianare la sabbia che con il vento si accumulava attorno ad esse. Oltre ai consueti pantaloni e all'ampio camicione portava un gilet di cotone blu ricamato in seta. Era un segno di distinzione ma anche, con i suoi due taschini, un comodo contenitore per l'immancabile tabacco che fumava e masticava in continuazione. Insieme a Rosario e a Brahim entrò nel magazzino da dove uscirono con zappe, badili, lunghe verghe, grandi teli di canapa e alcuni sacchi che consegnarono ai compagni di lavoro. Gli uomini arrivati col rais raccolsero i loro attrezzi e si incamminarono verso una delle sidere nei pressi della vasca. Buagela, Abdallah e Brahim erano invece incaricati della raccolta delle mandorle. Era la terza stagione che quegli alberi, piantati diversi anni prima, producevano un raccolto. L'attuale, però, rivestiva una grande importanza per l'italiano perché prevedeva che finalmente potesse dare una quantità di un certo rilievo. Aveva affidato l'incarico ai due fratelli perché erano gli uomini di cui aveva maggiore fiducia e che aveva istruito sulle modalità della raccolta. Battere i rami con le verghe non era un compito qualunque; la troppa violenza dei colpi poteva portare più rapidità nella raccolta ma significava anche danno per le giovani piante; dunque l'utilizzo di quella pratica doveva essere limitato allo stretto necessario: solo quando i rami non erano raggiungibili con le mani o le mandorle non cadevano con una semplice scossa. Messi in spalla le verghe, i sacchi vuoti e i teli si avviarono verso la piantagione per una comoda pista carrozzabile. Rosario li guardò andare via. Era un'emozione ogni volta. Contemplava la sua terra, vedeva tutto quello che in vent'anni aveva realizzato e si rendeva conto di quanta fatica gli fosse costato e dei rischi che aveva corso quando, con le sole entrate della produzione dell'orzo seminato senza irrigazione e col piccolo sostegno del governo, doveva pagare gli operai, sostituire le piantine seccate, comprare zappe, badili, sacchi, bidoni e mantenere gli animali che servivano per l'aratura e per il trasporto dell'acqua. Ma ad ogni raccolto, insieme alla naturale trepidazione, gli sorgeva un sentimento forte di soddisfazione e un intimo orgoglio per quella terra strappata al deserto e al ghibli che seccava i germogli e i nuovi innesti. Poi però il suo pensiero andava al futuro e il senso pratico lo portava a considerare tutto quello che ancora c'era da fare per completare la bonifica. In quelle prime ore della mattina sentiva sua moglie affaccendata dentro casa per preparare la colazione ai tre figli che di lì a poco si sarebbero svegliati. Come era diversa ora la sua famiglia: ricordava quando Teresa, trapiantata dalla Sicilia in Tripolitana, rimanendo sola in mezzo a gente che non comprendeva e che non la comprendeva, mentre lui era nei campi con gli operai a piantare e a dissodare, saliva sul calesse e si recava a trovare le cognate con le quali condividere quell'avventura carica di incognite. Sembrava che l'aspra terra di Sicilia avesse forgiato il carattere di Teresa perché potesse un giorno sopportare i disagi di una terra ancora più ostile. A Rosario il coraggio e il sostegno di sua moglie erano sempre stati indispensabili per continuare a lottare e a vincere le sue battaglie quotidiane. Si scosse da quei ricordi. Entrò in casa e ne uscì subito dopo con il suo inseparabile casco coloniale, un coltello per gli innesti in una mano e una treccia di rafia fissata alla cintura e si avviò verso le piante più giovani per controllare i germogli venuti fuori dagli innesti più recenti ed eventualmente intervenire dove qualche animale o semplicemente il vento avessero fatto dei danni. Il sole cominciava ad alzarsi dietro la casa, la cui ombra si stendeva sulle aiuole e sulla scalinata fino ad arrivare a tre rigogliose acacie. Per gran parte della mattinata i raggi infuocati non avrebbero potuto infierire sulle aiuole così ben mantenute dalle continue innaffiature e dalle costanti attenzioni di Teresa. Qua e là la calce gialla della facciata si era scrostata e lasciava intravedere il bianco della mano precedente. Il legno degli infissi era secco e la pittura cotta dal sole era arricciata e, a tratti, mancava del tutto. Sotto le tegole, fra le travi che le sostenevano e il muro, i passeri avevano costruito i loro nidi, più sicuri lì che sui rami degli alberi meno alti dove le loro uova erano facile preda dei ragazzi che si divertivano a raccoglierle. Anche le tre acacie, essendo molto alte, ospitavano nidi e tra gli alberi e il tetto era un continuo cinguettìo per il costante andirivieni. Le coppie erano impegnate nella cova e i maschi dal collo scuro si alternavano alle femmine più chiare e più piccole. In tanti si posavano sul terreno sottostante a razzolare per poi andare sui fiori a cercare insetti e nuovamente su presso il nido. All'aprirsi improvviso di una finestra, con un fragoroso frullare d'ali, ci fu una fuga generale verso il tetto e le cima degli alberi. Tornato il silenzio i passeri scesero di nuovo giù fino a che, dopo l'apertura di un'altra finestra, fu la volta della porta; per gli uccelli non sarebbe stato più possibile continuare quello svolazzare perché disturbati dall'attività della famiglia. Teresa, bassina e bruna di capelli, uscì con la scopa in mano e iniziò a spazzare la sabbia dai gradini. Era la parte finale di un'operazione che era cominciata dentro casa già da una decina di minuti. Terminato di pulire l'uscio rientrò. Con un secchio in mano, si alternò a lei un'altra figura. Dall'alto della soglia ne rovesciò l'acqua sulle aiuole e strizzò lo straccio al di là dei gradini. Era Giovanna, una donna sulla trentina che viveva con Adelaide, cognata di Rosario, sin dall'età di dodici anni per aiutarla nelle faccende domestiche. - Zia Giovanna, possiamo uscire? - si udì squillare una voce dall'interno della casa mentre la donna, con il secchio vuoto e lo straccio in mano, si accingeva a rientrare. - Sì, potete passare ma senza rientrare prima che sia asciutto! Immediatamente due bambini, correndo, uscirono di casa in pantaloncini e canottiera. Erano Nino e Giorgio, i due figli più grandi di Rosario. Si tiravano una vecchia palla di gomma tentando di colpirsi, interrompendo definitivamente con le loro voci il cinguettìo dei passeri. Avevano appena terminato la colazione e la giornata si presentava a loro carica di tutte le novità e gli stimoli che poteva offrire a bambini di dieci, undici anni. - Non allontanatevi troppo! - gridò loro Giovanna prima di rientrare; ma ormai erano spariti dietro le orme del padre e la sua raccomandazione, come ogni mattina, cadde nel vuoto.
Giunti sotto un mandorlo Buagela, Abdallah e Brahim vi stesero il telo di canapa e con le verghe cominciarono a battere sui rami per farne cadere i frutti. Erano completamente secchi e la maggior parte senza buccia, di una qualità tenera e gustosissima chiamata volgarmente "lunga" per la sua forma affusolata. L'albero fu presto spogliato, i teloni sollevati e il contenuto versato in un sacco. I tre si spostarono in avanti, superarono un ulivo e si fermarono sotto un altro albero. Nei pressi della vasca, Mohammed e gli operai continuavano il lavoro di spianamento della grande sidera. Si trattava di livellare la collinetta formatasi sotto di essa. Il rais aveva cominciato l'opera di sradicamento alcuni giorni prima, dando fuoco alle parti più esposte e meno umide del grosso cespuglio così affidando alla furia delle fiamme buona parte del gravoso compito. Si era sviluppato un enorme falò che sprigionava fiamme e fumo fino a una considerevole altezza. Da quei rari eventi Nino e Giorgio erano fortemente attratti e dopo lunghe insistenze anche in quella occasione il padre aveva permesso che andassero con lui. Rosario aveva atteso con il fucile carico sotto il braccio che lepri e pernici fuggissero dal rogo, ma quel giorno si erano visti soltanto un paio di gatti selvatici e un serpentello che gli operai avevano ucciso con le zappe. Per un'intera giornata Mohammed aveva continuato ad alimentare il fuoco fornendo agli operai tizzoni ardenti perché ravvivassero le fiamme nei punti in cui i rami verdi ne avevano smorzato l'irruenza. Alla fine l'intricata macchia di arbusti spinosi si era ridotta notevolmente ed erano rimasti visibili soltanto i rami più grossi alla base dei quali gli operai si erano messi a scavare con le zappe tentando di raggiungere le radici. La collinetta si presentava carbonizzata e infinite tane di animali ne contornavano la base. La ripresa dei lavori prevedeva lo spianamento con l'uso di una grossa pala di ferro trainata da due cavalli. Il lavoro si presentava lungo e faticoso sia per la quantità di terreno da spostare, sia per le continue soste che erano necessarie quando veniva caricata troppa sabbia o quando qualche grossa radice bloccava l'attrezzo. Ai primi passaggi apparvero in superficie numerosi scorpioni neri che gli arabi si precipitarono a uccidere più per istinto che per reale pericolo in quanto i loro piedi, anche se non calzati, difficilmente lasciavano penetrare il pungiglione, tanto spessa e coriacea era la pelle della pianta. Quando il caldo cominciò a farsi sentire il lavoro diventò più duro. Gli sterratori cominciarono a grondare sudore così come i cavalli che davano segni di impazienza anche per il monotono andirivieni. Che gli arabi fossero abituati a quel clima era naturale, ma non altrettanto lo era un ritmo di lavoro così intenso. Un conto era pascolare le greggi e un altro zappare la terra. L'occhio attento di Mohammed colse la necessità di una pausa e si staccò dal gruppo per preparare lo shehi, il tè. Si accoccolò sotto un piccolo ulivo che avrebbe fornito ombra a lui e agli altri. Sul terreno erano già state posate due brocche d'acqua, alcuni cartocci di tè e di zucchero e una barrada, una teiera di metallo fatta apposta per essere messa sui carboni. Con pochi arbusti secchi accese il fuoco, vi posò sopra il recipiente con l'acqua e aspettò che bollisse. Versatosi in mano un po' di tè nero preso da uno dei cartocci, soppesatolo, aggiuntone e toltone, lo gettò nell'acqua bollente. Si accovacciò meglio sulle proprie gambe e da un altro pacchetto tirò fuori tre bicchierini che si posò sul grembo formato dalla lunga camicia che si tendeva tra le gambe. Con l'acqua bagnò un piccolo tratto di sabbia davanti a sé, lo batté col fondo di uno dei bicchieri e ve li pose. Tutto era pronto, tranne il tè che bolliva ancora formando un alto strato di schiuma che debordando andava a sfrigolare sulla brace. Con un rametto scosse la poltiglia e dopo aver atteso alcuni minuti vi gettò una manciata di zucchero. Con un urlo chiamò gli operai. I cavalli furono staccati dal pesante attrezzo e portati all'ombra mentre gli uomini si sedettero attorno al capo. Mohammed sollevò la teiera e dal lungo collo ricurvo fece cadere nel primo bicchierino poche gocce di un liquido nero e pastoso. Annusò e bevve socchiudendo gli occhi; la sua espressione ne approvò il gusto. Riempì quindi gli altri due bicchierini e li porse ai più anziani che ne sorbirono appena un goccio, ne seguì uno schioccare di lingue e un'esclamazione di lode a Dio - Stafar Allah!, grazie a Dio - e con un unico sorso bevvero il rimanente. - Mai viste radici così profonde - disse uno. - Certo, perché non hai visto quelle della sidera di fronte alla casa. - Perché, è già stata tagliata? - Già - disse Mohammed - non sembra vedendola oggi che è ricresciuta, ma non hai idea di come fosse prima. E' stato uno dei primi lavori che mi ha fatto fare il signor Rosario quando è arrivato qui. I tre bicchierini furono restituiti a Mohammed che li riempì e li porse agli altri. Tutto sembrava compreso in un rito religioso poiché ciascuno compiva gli stessi movimenti con la stessa attenzione. Per gli arabi il tè era ben più di una semplice bevanda non solo perché costituiva un necessario alimento integrativo al loro magro pasto quotidiano per la quantità di zucchero che veniva usato nella sua preparazione, ma soprattutto perché legato a una tradizione secolare. Serviti tutti, Mohammed preparò per la seconda tazza. Versò nuova acqua nella teiera e la rimise sulla brace e così avrebbe fatto ancora per la terza, utilizzando sempre la stessa manciata di tè. La sosta durò una quindicina di minuti, tempo che Rosario adesso concedeva volentieri agli operai perché riteneva opportuno assecondare le loro tradizioni che, divenute necessità, li aiutavano a rendere meglio nel lavoro. Quando era arrivato non la pensava così, abituato com'era alla severa disciplina dell'industria americana; il tempo e la conoscenza della gente ne avevano cambiato radicalmente le idee. A mezzogiorno il sole dardeggiava con tutta la sua potenza sugli uomini stanchi e sudati. Mohammed, estratto dal gilet un grosso orologio che gli aveva fornito l'italiano, ordinò di sospendere il lavoro e di staccare gli animali. (continua) Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (16) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 395
Powered by AkoComment Tweaked Special Edition v.1.4.6 |
||||
| Ultimo aggiornamento ( sabato 16 giugno 2007 ) | ||||
| < Prec. | Pros. > |
|---|
Il mondo che vogliamo è un network a-partitico di libero pensiero, riflessione, critica sociale, politica e cultura con gli occhi aperti verso ciò che di buono e di positivo si può costruire.
Un sito non solo di critica ma anche di buone notizie.
Un network di informazione non giornalistico che si apre all'occhio del cittadino con filmati video e segnalazioni in movie
Questo sito Web non appartiene ad alcuna istituzione ecclesiastica, civile o
militare; non è collegato ai siti segnalati o recensiti, né è responsabile
del loro contenuto. La segnalazione di un sito non comporta per ciò stesso
l'approvazione di tutti i suoi contenuti. I documenti forniti, sia testuali
che multimediali, non implicano alcun coinvolgimento delle istituzioni
ecclesiastiche, civili o militari eventualmente citate, direttamente o
indirettamente, con le attività e le finalità proprie del sito.
Ai sensi della Legge 7 marzo 2001, n. 62, si dichiara che questo sito non
rientra nella categoria di "informazione periodica" in quanto viene
aggiornato ad intervalli non regolari. Questo sito non è collegato ad alcun
periodico o testata giornalistica, non persegue finalità politiche o
economiche e in ogni caso fini di lucro, altri vantaggi materiali o ingiusto
profitto. In qualità di iniziativa di servizio il sito si ispira al
principio della totale gratuità.
Tutti i marchi eventualmente citati o riprodotti nel sito appartengono ai
rispettivi proprietari che ne detengono integralmente i diritti. L'uso di
logotipi e immagini caratteristiche o peculiari non implica in alcun modo
l'appartenenza di questo sito alle persone fisiche o giuridiche ad esse
eventualmente connesse, né un coinvolgimento delle stesse - diretto o
indiretto - con le attività e le finalità proprie del sito e viceversa. I
testi non firmati, salvo diversa indicazione, si intendono di proprietà
dell'Autore/titolare del Sito.