| BRAHIM - 18^ puntata |
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| lunedì 09 giugno 2008 | ||||
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18^ puntata
Rosario salì i gradini, aprì la porta ed entrò; Alessandro lo seguì con una valigia in mano. Una gatta sbucò dalle tamerici e con pochi balzi raggiunse l'uscio fermandosi in attesa. Alessandro aprì le finestre per arieggiare la casa mentre Rosario si preoccupò di sistemare in cucina le vivande portate da Tripoli. Poi il ragazzo entrò nella stanza che era stata di Adelaide e Giovanna e aprì un baule ancora pieno di spartiti d'opera; ne sfogliò uno e si mise a cantare a piena voce "Pe' cieli bigi, vedo fumar dai mille comignoli Parigi...". La camera in apparenza era rimasta tale qual' era; avevano portato via solo la biancheria e il poco vasellame superstite. In quell'ambiente Alessandro si immergeva in una atmosfera particolare; dei figli di Rosario era stato proprio lui, il più piccolo, a catturare e fare suo quel mondo che Adelaide aveva portato con sé dalla sua infanzia e conservato in quei pochi metri quadrati. Erano ricordi, quelli del ragazzo, di gioia e di sensazioni indimenticabili: la poca luce del mattino tenuta lontana dalle imposte semichiuse, la zia Adelaide coricata con la corona del rosario fra le mani, un libro ancora aperto e il lume spento con il vetro affumicato sul comodino. E tanta pace, tanta serenità. E lui che entrava cercando di non farsi vedere per gettarsi poi all'improvviso ad abbracciare quel viso adagiato in un mare di capelli candidi. Erano queste le prime immagini che tornavano alla mente di Alessandro ogni volta che varcava quella soglia. - Alessandro - chiamò forte Rosario per sovrastare il canto del figlio - io esco. - Dove vai? - domandò il ragazzo interrompendosi. - Da Buagela. - Poi ti raggiungo, forse. Rosario usciva per andare a vedere i lavori che il padre di Brahim stava eseguendo nella terra che solo due mesi prima era ancora sua. Non portava con sé, come per anni aveva fatto, rafia, coltello e borraccia. Ormai non gli occorrevano più. Erano quasi le sette di sera e un fievole vento mitigava la temperatura. Rosario camminava lentamente con le braccia dietro la schiena guardando davanti a sé come fosse disinteressato da quanto lo circondava, erano altri i pensieri che lo turbavano.
La guerra del sessantasette aveva creato un po' di panico negli italiani; non vi era niente di ufficiale ma circolava una voce, attribuita addirittura al Consolato d'Italia, secondo la quale si invitavano gli italiani a vendere le proprietà immobiliari. Rosario aveva chiesto a Brahim di indagare presso le sue conoscenze per carpirne opinioni e idee. L'arabo gli aveva riferito che non c'era assolutamente di che preoccuparsi; ne aveva avuto conferma persino da un ministro. Fra gli ottimisti era in uso tranquillizzarsi con il pensiero che il re Idris era un uomo degno della massima fiducia, perché nel passato aveva sempre rispettato la libertà e i diritti degli stranieri e in particolare dei vecchi conquistatori italiani. Gli stessi ottimisti, però, non tenevano conto che il buon Idris aveva ormai ottanta anni suonati. Questi timori avevano spinto Rosario a considerare l'eventualità di vendere la terra. - Vendiamo tutto e compriamo un terreno in Sicilia - aveva esordito una sera Teresa. - Ma quale Sicilia, mamma! - - Sono del tutto differenti da questi i terreni in Sicilia! E la mano d'opera, poi! - Zio Carlo ha comprato degli appartamenti. Rosario aveva lasciato che i familiari parlassero. - Comunque il problema di cosa fare dei soldi verrà dopo. Ora bisogna decidere se vendere o meno. Per il trasferimento ho avuto delle offerte - aveva concluso Nino. - Brahim? - aveva chiesto Rosario svegliandosi dall'apparente disinteresse - Quanto vuole? - Per noi farà un prezzo particolare. - Potrebbe non farne alcuno - aveva osservato Giorgio. Rosario aveva abbozzato un sorriso. C'era stato un lungo intervallo mentre mangiavano la pasta. - Ne venderemo una metà, per ora - aveva sentenziato infine Rosario. - Metà?... sì, è una buona idea - aveva osservato Nino. - Almeno ci troviamo qualcosa in Italia! - aveva concluso Rosario guardando fisso la tovaglia della tavola. Brahim era stato la prima persona alla quale era stato offerto l'appezzamento di terreno; il giovane arabo si era recato subito in casa di Rosario, cosa che non faceva da almeno due anni. - Rosario, perché vuoi vendere? - aveva chiesto. La risposta era arrivata dopo qualche esitazione, come se l'uomo stesse cercando le parole più adatte. - Brahim... prima o poi toccherà a noi. - Ma che discorsi fai! chi ti ha messo in testa queste idee? - Nessuno, nessuno. Ma devo pensare al futuro ed è meglio prevedere il domani con un pizzico di pessimismo in più. - Non devi basarti sul caso degli ebrei però, quello è stato un evento particolare! - Lo so e non penso a quello. Ma all'Egitto, all'Algeria, alla Tunisia. Siamo ancora tanti noi italiani in Libia e con una discreta quantità di affari e di proprietà. Te lo immagini quanto sarebbe gradito agli occhi del popolo un esproprio dei nostri beni? "Le stesse parole di Isacco" aveva pensato Brahim. - Un esproprio? ma stai scherzando! - aveva poi risposto cercando di mascherare la propria inquietudine. - No, sto solo facendo dei calcoli. - Il governo, ne sono certo, non ha intenzioni del genere. Cosa credi che possa essere tutta la vostra roba paragonata alle entrate del petrolio? - Ben poco, lo so. Io non intendo parlare del solo valore economico, ma soprattutto di quello ideologico. E neppure mi riferisco al governo attuale. Quanto potrà ancora vivere il re? - Ma c'è già pronto il nipote! - Se ci riuscirà. - Yarsul, yarsul! - aveva detto Brahim rimanendo serio - le hai pensate tutte! - Sì, almeno spero. Ma mi auguro di sbagliarmi! - Vedo che hai deciso. Io naturalmente sono pronto all'acquisto. A nome di mio padre e di mio zio. Rosario lo aveva guardato negli occhi. - Aspettavo che dicessi questo. - Non dimentico la mia famiglia. Teresa era giunta con il caffè e avevano preso a parlare di Fatma e dei bambini. Quando si erano salutati sulla porta Rosario si era ancora rivolto a Brahim. - Vendo quarant' anni della mia vita ma, nella tristezza che mi assale, ho almeno il conforto di cederla a una persona che stimo e che, spero, si ricorderà volentieri di me. I suoi occhi luccicavano. - Spero di meritarla questa tua stima! - aveva detto Brahim stringendo forte, anche lui commosso, la mano di Rosario.
Rosario arrivò da Buagela . - Buonasera, signor Rosario! - Salve Buagela - rispose risvegliandosi dai suoi pensieri - sono venuto a vedere come vanno i lavori. - Bene, grazie, anche se la trivella ha tardato di due giorni. Un grosso cumulo di terra umida indicava il punto in cui la trivella aveva perforato il terreno. A differenza del vecchio pozzo di Rosario questo era quasi invisibile dato il suo limitato diametro. L'acqua era stata trovata a una profondità superiore al previsto, ma in abbondanza, spiegò Buagela mentre si incamminavano verso la casa distante circa cinquanta metri. Il lavoro doveva ancora essere completato con le condutture e la pompa. Un piccolo casotto in muratura avrebbe ospitato la centralina elettrica. Nel terreno da poco acquistato sarebbe stata l'unica costruzione in quanto già da circa un anno Buagela, Abdallah e la madre, ancora viva, si erano stabiliti in un' abitazione in muratura fatta costruire da Brahim a proprie spese nel terreno demaniale sul quale da sempre vivevano e che era stato loro concesso in uso dal governo. Era costituita da cinque vani di forma quadrangolare affiancati l'uno all'altro e ciascuno con una propria entrata. Fino a una certa altezza le mura erano graffiate e segnate con il carbone, il terreno antistante era pieno di cartacce e di lattine in mezzo alle quali correvano e strillavano alcuni bambini. La nonna, seduta sulla soglia della sua stanza, guardava nel vuoto ma notò il passaggio di Rosario e sollevò debolmente la mano. Tutte le porte erano aperte e sul pavimento si intravedevano alcuni tappeti e delle casse di legno addossate alle pareti. Nel primo vano la moglie di Buagela stava cucinando su dei fornelli a gas. In una scaffalatura giacevano, insieme a pentole e bicchieri, alcuni piatti di ceramica con gli orli scheggiati. Quelle poche stoviglie di origine occidentale erano state introdotte, non senza una certa difficoltà, da Brahim che aveva imposto alla madre l'uso di quell'attrezzatura e della cucina a gas, comprata nuova, dopo aver dato lui stesso alcune pratiche dimostrazioni. All'indomani dei festeggiamenti fatti per il completamento della costruzione, Brahim aveva inviato un camion carico di armadi, cassettoni, tavoli e sedie, tappeti, reti e materassi e aveva sistemato personalmente i mobili nelle varie stanze. La nonna si era opposta e non aveva voluto per la sua stanza nient' altro che un tappeto e una coperta. Salem era morto poco prima che si trasferissero nella nuova costruzione. Lui non l'aveva mai desiderata ma nemmeno si era opposto all'idea quando il nipote gli aveva fatto la proposta. Era consapevole di essere troppo fuori del tempo per mettere in discussione le decisioni dei giovani, eppoi con l'età era sopraggiunta anche una certa decadenza delle sue facoltà fisiche e mentali. Vedendo la stanza della vecchia, che avrebbe dovuto essere anche quella di Salem, Rosario rivolse il pensiero al giorno della sua morte. Quando il lungo corteo funebre era sfilato davanti alla sua casa, diretto al cimitero, lui, insieme ai suoi tre figli si era accodato silenziosamente. Il feretro, una semplice cassa fatta di assi e coperta da un panno nero, era passato di spalla in spalla perché tutti volevano avere l'onore di portare le spoglie dell'uomo. Nessuno di loro però si era avvicinato alla bara temendo di contaminare quella muta liturgia islamica. Nino, scorto Brahim che era rimasto leggermente arretrato rispetto ai primi, si era avvicinato all'amico cingendogli la vita con un braccio. Sapeva quanto fosse grande il dolore della perdita per il giovane nipote che da sempre Salem aveva prediletto e compreso nelle aspirazioni, negli ideali e nelle scelte. - Ricorderò e ringrazierò ogni giorno mio nonno per quello che ha fatto per me - gli aveva detto Brahim piangendo. Scomparso il vecchio, Buagela era passato capo famiglia. Solo di nome però, perché di fatto i poteri erano stati assunti da Brahim, riconosciuto il più deciso e il più capace della famiglia forse proprio perché più di tutti somigliava al nonno. Né il padre né lo zio avrebbero più mosso un dito senza avere prima la sua approvazione o almeno il suo parere. Capitava che, come in tante famiglie, anche in quella di Salem il componente socialmente più affermato ne diventasse la guida. Era quasi buio quando Rosario fece ritorno a casa. Alessandro aveva apparecchiato la tavola e aspettava il padre leggendo.
Una mattina Nino vide entrare in ufficio Brahim raggiante; si domandò quale fosse la novità del giorno. - Nino, diventerò il rappresentante della più grande industria automobilistica giapponese! - Ah sì? - fece Nino mostrando un finto interesse. - Quasi certamente. Ieri sera ho ricevuto la visita di tre giapponesi, due funzionari dell'industria e l'addetto commerciale dell'ambasciata. In due parole mi hanno detto che stanno facendo un'indagine di mercato per sapere se a qualche commerciante libico interesserebbe la rappresentanza della casa. Mi sono mostrato interessato ma titubante. - Solo con te avranno trattato? - lo interruppe Nino. - Ah no, certo che no. Mi hanno esplicitamente detto che interpelleranno altri cinque nominativi e poi decideranno a chi affidare la rappresentanza a seconda della garanzie e delle capacità economiche. Saputo questo, mi sono lasciato andare a qualche cifra, senza alterare niente, però; ho capito che è gente astuta che va conquistata con i numeri più che con le chiacchiere. - Non avranno difficoltà a controllare. - Lo spero, lo spero. Perché controllando me e gli altri vedranno che non ho gonfiato niente, mentre gli altri... mi gioco la testa che diranno delle enormità! - Pensi che possa diventare un'attività redditizia? - chiese candidamente Nino. - Che!? c'è da chiederselo? - E perché no? - Ma sì, sì che lo è. - Che margine di utile offrono? - Non ne hanno parlato e io non ho chiesto, ho però detto loro che non mi sarei impegnato definitivamente senza aver prima studiato dei dati precisi. - Sarà stata la frase maggiormente apprezzata. - Sì, li ho visti guardarsi a vicenda quando l'impiegato dell'ambasciata ha tradotto in inglese. - Quando avrai la risposta? - Fra un mese, su per giù. Dovranno tornare a Tokyo per sottoporre la documentazione in azienda. Intanto mi devo preparare. Brahim entrò nella seconda stanza e chiese una scheda nuova. Tornato da Nino si sedette e cominciò a scrivere un nome in stampatello sul cartoncino. Lo porse poi a Nino. - Da tempo ho promesso di costruire una villa a questo signore; domani lo porterò a fargli vedere il terreno che acquisterò e inizieremo al più presto i lavori. - Banca? - chiese Nino con espressione seria. - Banca - rispose Brahim. E continuò. - Di' a Giorgio di tenersi pronto per venire a lavorare con me. - Si trova molto bene dove sta - obbiettò Nino. - Starà meglio con me; non gli dispiacerà dirigere tutto il settore macchine! - Glielo dirò. - Alessandro studia ancora? - Ha terminato lo scorso mese. Vuoi pure lui? - Sì, voglio pure lui. Perché, potrebbe forse trovare di meglio? O glielo sconsigli tu? - Ne abbiamo già parlato a casa; a lui piacerebbe venire a lavorare qui. - Perché non me lo hai detto allora? - Non ho niente da darti in cambio! - disse Nino allargando le braccia e sorridendo pesantemente. Brahim si rabbuiò e gli si avvicinò. - Certe cretinate non le devi dire neanche per scherzo, non le posso accettare - disse piano ma con durezza. Se ne andò senza salutare. Nei giorni successivi tutta l'opera di Brahim si concentrò nell'attuazione del progetto giapponese. Passò lunghe ore con il signore della villa ricercando il luogo adatto e studiando il progetto. Acquistò poi, sempre nella zona industriale dei depositi, un terreno di circa ottomila metri quadri. - E se ti sfugge l'affare? - gli chiese Nino. - Lo rivenderò. Iniziata a tempo di record la costruzione della villa, a Brahim sembrò giunto il momento di chiedere la contropartita. Prospettata al funzionario l'eventualità della rappresentanza della casa automobilistica, chiese, a semplice titolo di curiosità e senza nessun impegno, quanto avrebbe potuto ricevere di fido in relazione a tale attività. L'indomani ebbe la cifra approssimativa. "Parigi val bene una messa" disse quel re opportunista. Brahim pensò qualcosa di simile. Credette opportuno intanto di far giungere fino a Tokyo qualche notizia e grazie ad appostamenti durati alcuni giorni, riuscì a incontrarsi con l'addetto commerciale dell'ambasciata giapponese fingendo la casualità. Il giapponese gli riferì di non avere notizie dalla casa, Brahim finse di essere poco interessato alla proposta motivando l'incertezza con la grande distanza che separava i due Paesi, ostacolo non indifferente per garantire efficienza e puntualità nelle consegne. Si disse anche preoccupato per l'inadeguatezza del terreno che avrebbe potuto mettere a disposizione. - Quanto è grande? - chiese il giapponese. - Poco meno di un ettaro - rispose Brahim sollevando le sopracciglia come per scusarsi della pochezza. - Penso che sarà sufficiente. - Ho pure parlato con dei funzionari della mia banca principale per chiedere quanto mi concederebbero di scopertura per un'attività del genere. - Hanno fatto cifre? - Sì, ma approssimative per ora. Dalle duecento alle duecentocinquantamila sterline; in seguito si potrebbe aumentare in relazione all'andamento del lavoro. - Sono delle cifre discrete... - Mi conoscono ormai da tanti anni, sanno come lavoro e hanno una certa fiducia. Però... non so ancora se valga la pena investire un tale capitale in questo ramo anziché in un altro. Il gioco mi sembra troppo rischioso; per la sola costruzione dei capannoni, dei magazzini, per i pezzi di ricambio e per le officine occorreranno la metà di quei soldi! - Certo, capisco. Dove ha il terreno di cui mi parlava? - Sulla strada per Suani. Sa dove ho i depositi del materiale edilizio? - Non con precisione. - Perché non viene a farci una visita qualche volta? - Con piacere, quando vorrà! - Per me anche subito, sto andando proprio là. - D'accordo, mi permetta di salire un attimo al mio ufficio per lasciare dei documenti. Torno subito. - L'aspetto, sono in quella macchina nera - concluse Brahim dirigendosi alla sua auto. Attese pazientemente un quarto d'ora augurandosi che il telex dell'Ambasciata, in quei minuti, stesse parlando con Tokyo proprio di lui!
La casa automobilistica scelse proprio Brahim come rappresentante per la Libia. Quanto fossero pesate le relazioni dell'ambasciata non lo seppe mai, ma di sicuro il contatto tra l'addetto e la società era stato costante sin dall'inizio. E la strategia adottata da Brahim nell'incontro di qualche tempo prima aveva avuto gli effetti desiderati. Quando Brahim si sentì offrire ufficialmente l'incarico, riuscì con un invisibile sforzo a nascondere la propria soddisfazione. Era seduto alla scrivania del suo ufficio, davanti a lui stavano quattro funzionari dell'azienda; l'addetto, in piedi, gli traduceva la proposta. Alcuni fogli dattiloscritti in inglese contenevano le clausole dell'accordo e attendevano la firma per l'accettazione. Brahim era di una serietà funerea. La baldanzosa sicurezza dimostrata fino a un'ora prima, quando in cuor suo c'era solo un'ansiosa speranza e non l'attuale problematica certezza, era del tutto scomparsa. I dubbi che fino ad allora aveva esternato soltanto per dare un tono di buona politica commerciale, ora lo assalivano con fredda ironia! Rimase alcuni lunghi secondi immobile con gli occhi fissi sul documento. - Perché hanno scelto me? - chiese infine. L'addetto tradusse la domanda in inglese; i quattro sorrisero nella stessa misura, come per un simultaneo impulso elettronico, ma non risposero. - Avete fatto un preventivo sul costo degli impianti? - Sì - fu la risposta - Cinquantacinquemila sterline libiche. Brahim teneva sempre lo sguardo basso e una matita tra le mani. - Tutta l'attrezzatura la porterete voi dal Giappone? Compresi i capannoni? - Penseremo noi a tutto. Ci occorre solo il terreno, il materiale per le costruzioni in muratura e un'impresa che esegua i lavori. - L'attrezzatura è compresa nel preventivo? - No. - Mi è data, allora, in uso senza alcun pagamento? - E' previsto un pagamento dilazionato in cinque anni a partire dal terzo dopo la firma del contratto. - Costo? Uno dei quattro sollevò un foglio che teneva posato sulla propria borsa. - Quarantaseimila dollari - rispose. - Mi può leggere tutto, per favore? - chiese Brahim all'addetto. Tre volte fermò la lettura per avere spiegazioni. - Capirete - disse al termine - che una così grossa decisione ha bisogno di essere presa con molta calma, dopo aver studiato tutti i dettagli. Perciò vi chiedo di lasciarmi controllare almeno per un giorno questi dati insieme ai miei collaboratori; credo sia giustificata questa ulteriore titubanza. Ci potremo incontrare nuovamente qui domani alla stessa ora, se vi fa comodo. Brahim concluse così. Aveva parlato lentamente per dar tempo all'interprete di tradurre; a metà dell'ultima frase i quattro si alzarono di scatto profondendosi in numerosi e rapidi inchini. Brahim accompagnò tutti alla porta con un largo sorriso stampato sulla faccia. Tornato alla scrivania formò un numero di telefono. - Nino? ciao. Senti, stasera mi occorre vedermi con te, Giorgio e tuo cugino Enzo. Alle otto e mezza a casa mia, va bene? - Per me sta bene, ma devo sentire gli altri. - Telefona subito, è necessario per stasera. Dobbiamo leggere attentamente il contratto che mi hanno sottoposto i giapponesi. - Enzo a che serve? - E' scritto in inglese. Tra dieci minuti ti richiamo. Ciao. Nino rimase meravigliato da quell'esplosione di comunicatività; capiva che era la necessità a spingere Brahim a rivolgersi a qualcuno perché in numerose altre occasioni aveva deciso da solo. In più avrebbe potuto rivolgersi ad altre persone, libici per esempio, che ben conoscevano l'inglese, a cominciare da quei due impiegati di banca che bazzicavano il suo ufficio. "Avrà finalmente capito che l'unico aiuto disinteressato lo può ottenere da noi" si disse con un certo orgoglio. Quando Nino, Giorgio ed Enzo si presentarono alla porta di Brahim furono ricevuti con affetto sincero. Vennero fatti accomodare in un salotto ben arredato con tappeti di Kairouan e poltrone in velluto rosso; attraverso una porta aperta si scorgeva la sala da pranzo. L'intero appartamento era ammobiliato con molta cura e con altrettanta semplicità. Brahim chiamò sua moglie e Fatma apparve sulla porta. Come era diversa dall'arabetta intravista di sfuggita nella campagna di tanti anni prima! Sembrava una perfetta signora europea dalla carnagione leggermente abbronzata; indossava un vestito chiaro alla moda appena sopra il ginocchio e scarpe con tacchi alti. Una bellissima capigliatura lunga e nera era trattenuta sotto la nuca con delle forcine. Stese la mano ai tre mantenendo un cordiale sorriso sulle labbra dipinte. Non parlò ma accompagnò ogni stretta di mano con un delicato inchino della testa. Sul volto disteso di Brahim si leggeva chiaramente la soddisfazione che provava nel far ammirare quella donna così raffinata a delle persone che ne conoscevano l'origine. - I bambini? - chiese Nino. - A letto - rispose Fatma, sempre con lo stesso incantevole sorriso. - Peccato! mi sarebbe piaciuto vederli. - Venite, venite pure. Dormono, ma si possono vedere. Si alzarono. Brahim col braccio fece cenno a Fatma di precederli e, in silenzio, sfilarono lungo il corridoio per andare nella camera da letto. Ai piedi del letto matrimoniale, in due piccoli lettini dormivano Salem, di quasi tre anni e Abdulaziz, di un anno e mezzo. - Carini! - Come dormono bene! - Belli! - furono i commenti. - Io vorrei che Salem andasse a dormire nella stanza che abbiamo già pronta per loro, ma la mamma non vuole! - Ancora piccolo - disse Fatma in italiano portandosi le mani al petto. Tornati in salotto Brahim portò vicino al tavolo un carrello con delle bottiglie di liquore e dei bicchierini capovolti su di un vassoio. - Cosa volete bere? - in quel momento arrivò Fatma con una bottiglia di aranciata e due bicchieri - Per noi c'è l'aranciata! - continuò sorridendo. Sorseggiati i liquori si spostarono nella sala da pranzo; sul tavolo c'erano due block notes e alcune penne. - Cominciamo il lavoro - disse Brahim invitandoli a prendere posto. Rimasero fino a mezzanotte a discutere sul contratto. Enzo leggeva frase per frase e la trascriveva in italiano. Giorgio dava delucidazioni tecniche sulla possibile organizzazione basandosi su quella della ditta presso la quale lavorava, dando indicazioni sul numero minimo di impiegati e di meccanici per la vendita e l'assistenza. Per la complessa organizzazione le varie voci di spesa dettero un totale di considerevole entità. Nino, sulla base delle cubature delle costruzioni previste dal progetto, calcolò con molta approssimazione che la cifra indicata dai giapponesi era accettabile. Allegato al contratto c'era un listino dei prezzi di vendita da rispettare scrupolosamente. Fra questi e il costo da loro calcolato col trasporto e la tassa di sdoganamento c'era un discreto margine di utile, ma le sole spese correnti sembravano proprio tante! Fu fatto un calcolo per dedurre quante vetture bisognasse vendere ogni mese per coprire le spese del personale e Brahim previde di poter raggiungere quel limite entro il primo anno. Alla firma di Brahim seguì subito un telex a Tokio con la conferma dell'accordo e con la richiesta dell'invio dell'attrezzatura per le officine. Alcuni giorni dopo giunsero due ingegneri incaricati di costruire gli edifici secondo i progetti standard della casa. I lavori vennero affidati a due diverse imprese in modo da accelerare il più possibile l'approntamento delle opere. Infine, quando si poté avere la data precisa della consegna dei lavori, furono ordinate le automobili. Brahim sembrava tornato alla solita sicurezza, almeno in apparenza. La banca fornì, come previsto ufficiosamente, una generosa scopertura di conto corrente. Giorgio presentò le dimissioni e in attesa che trascorresse il mese di preavviso, si recava ogni sera nell'ufficio di Brahim o ai magazzini in costruzione per perfezionare l'organizzazione. Definiti gli ultimi accordi, i quattro funzionari giapponesi lasciarono i lavori sotto la supervisione dei loro ingegneri. Il giorno precedente la loro partenza Brahim offrì un pranzo nella sua casa di campagna. Vi parteciparono i quattro, i due ingegneri a loro subentrati, due alti dirigenti della Banca Nazionale, Nino, Giorgio e, naturalmente, Brahim. Il pranzo fu sontuosamente allestito in due giorni dalla moglie e dalla sorella del fattore. Il grande salone che si affacciava sulla veranda era pieno di piante e di fiori. Sulla tavola, una tovaglia bianca faceva da sfondo all'abbondante argenteria, alla cristalleria e al prezioso vasellame di cui era fornita la villa.
Il fagocitante mercato tripolino accettò di buon grado i modelli delle nuove vetture. Brahim aveva organizzato, sotto la guida di un giapponese, una buona campagna pubblicitaria sin dal momento della stipula dell'accordo; aveva speso parecchie migliaia di sterline, in parte da addebitare alla società, in cartelloni stradali, nella scritta luminosa in piazza Cattedrale, in cliché a tutta pagina sui principali giornali, in annunci radiofonici. Ancora le vetture erano in pieno oceano e le prenotazioni sul tavolo di Giorgio aumentavano a vista d'occhio. Già in base alle richieste fu ordinato un secondo stock ritenendo inutile attendere il riscontro del pubblico. In effetti le prime centotrentaquattro vetture furono tutte vendute come da prenotazione, tranne un paio di annullamenti che trovarono subito nuovi acquirenti. Al momento dello sbarco le officine non erano ancora entrate in servizio e si dovette ricorrere a prestazioni esterne per eseguire alcune piccole riparazioni. Ma i lavori proseguivano con un ritmo incessante e si aveva ormai la certezza che al momento del secondo sbarco sarebbero state utilizzabili. Insieme alle vetture giunsero tonnellate di pezzi di ricambio. Alla costruzione dei magazzini furono messi altri cinque operai e in pochi giorni furono completati. Man mano che la ditta incaricata montava le scaffalature metalliche, Giorgio, con l'ausilio di quattro ragazzi appena assunti, apriva le casse e distribuiva i pezzi nell'ordine già stabilito con una meticolosità quasi esasperante. Brahim appariva soddisfatto e le sue paure sembravano del tutto scomparse; nelle frequenti visite spingeva gli operai e i responsabili ad accelerare i lavori. Offrì anche un incentivo ai muratori affinché rimanessero un'ora in più. Davanti alla lentezza del lavoro di Giorgio, chiese se fosse proprio necessaria tanta precisione. - Sì, purtroppo. Fra qualche mese avremo qui dentro non meno di ventimila pezzi di cinque cilindrate differenti; per poterli tenere tutti sotto controllo e non trovarci mai sprovvisti questo è l'unico sistema. - Quanto tempo ci vorrà? - Al prossimo sdoganamento sarà tutto completato. - Fra venti giorni! - Senz'altro - rispose Giorgio chinato su una cassa a scrivere un numero di catalogo su di un cartoncino adesivo. Brahim se ne andò; fuori non l'attendeva la solita Mercedes nera, ma un'altra grossa macchina blu. Era l'ammiraglia della casa giapponese inviatagli come dono dal presidente della società. Con le successive importazioni Brahim richiese una dozzina di queste grosse cilindrate che furono facilmente "vendute" a persone influenti della vita economica di Tripoli. I tanti che si erano costruiti la villa o rimodernati la casa ebbero anche la nuova vettura. E anche Giorgio fu autorizzato ad aprire conti particolari... Il "do ut des" della politica imperiale romana veniva usato con una tale sfacciataggine da donatori e beneficiari che aveva quasi superato il "pregiudizio" dello scandalo! L'ambiente in cui Brahim aveva una maggiore necessità di conoscenze era quello bancario, naturalmente. E se in quasi tutti gli istituti era ben piantato, in uno aveva radici così profonde che era riuscito a raggiungere l'apice della dirigenza. Il successo in un mercato così in espansione come quello dell'automobile portò Brahim a credere che tutto fosse più facile di quanto i timori potessero far credere. Se prima dell'impresa si considerava soddisfatto di quanto aveva raggiunto con l'attività dei materiali da costruzione ora, con la capillare organizzazione messa in piedi nell'ambito della rappresentanza della casa giapponese, lo era ancora di più. Ultimata la villa del suo maggiore fornitore di liquidità, Brahim incaricò la stessa impresa di costruirne una anche per sé. Si fece fare il progetto dall'architetto che seguiva la costruzione del palazzo chiedendo un disegno originale, moderno e, soprattutto, diverso dai soliti. Per i pavimenti del salone furono ordinati pregiati marmi verde Alpi e bianco di Carrara, per le camere da letto marmo rosa del Portogallo e per i corridoi i graniti. I sanitari e le rubinetterie furono ordinati in Francia, su indicazione dell'architetto. Per le maioliche della cucina e dei bagni si fece prima inviare un vasto campionario da due ditte fornitrici italiane, non fidandosi dei colori riprodotti sui depliant, quindi fece la scelta. Avviati i lavori della villa comunicò con un telegramma la sua disponibilità a recarsi in Giappone, accettando l'invito del Presidente dell'azienda. Si recò personalmente dall'ambasciatore giapponese in Libia per chiedere di essere accompagnato dall'addetto commerciale nel suo viaggio. La visita, che secondo il programma prevedeva vari incontri con lo staff dirigente dell'industria e visite alle catene di montaggio, si risolse in continui spostamenti lungo il Paese con relative stipule di contratti con industrie locali. L'accordo più importante fu con una società siderurgica. Con essa Brahim stipulò un contratto che prevedeva l'invio mensile di un'enorme quantità di tondino, lamiere zincate e profilati. Una seconda industria gli offrì la rappresentanza di macchine industriali come trattori, bulldozer e gru. Del Giappone, in definitiva, non vide che catene di montaggio e fonderie. Al suo ritorno a Tripoli si presentò la difficoltà di trovare lo spazio nel quale sistemare i materiali in arrivo. Le quantità erano veramente da capogiro, ma Nino evitò di porre obiezioni. - E' un' ordinazione enorme - gli fece notare Brahim. - Sì, è vero. Speriamo di poterla smaltire con il ritmo degli arrivi. - Certo che sì. Dobbiamo però diminuire il prezzo di vendita per non avere assolutamente concorrenza; pur avendo un esiguo guadagno, il giro di capitale più veloce ci darà lo stesso utile. Anche per le banche è importante far notare un buon movimento. Nino lo guardò. - Problemi? - Macché problemi! vogliono solo vedere movimento - rispose Brahim un po' risentito. In verità per l'acquisto del ferro aveva dovuto chiedere alle banche un considerevole aumento del credito e aveva trovato qualche resistenza. Ma i soliti amici riuscirono a favorirlo. Dopo alcuni mesi Brahim e famiglia si trasferirono nella villa appena terminata. L'arredamento era al completo, Fatma non aveva partecipato ad alcuna scelta e Brahim aveva solo approvato quello che l'architetto aveva proposto. Era veramente una bellissima casa con tutto l'esterno verniciato di bianco, un largo porticato la circondava su tre lati. All'interno il vasto salone e le numerose stanze ammobiliate con il gusto del professionista davano l'aspetto di un appartamento di grande prestigio. Fatma non sembrò trovarsi a disagio in tutto quello spazio e sebbene avesse a disposizione due donne per le pulizie, faticò diverse settimane a ordinare biancheria e vasellame, quest'ultimo quasi del tutto rinnovato. (continua)Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (22) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 118
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