| BRAHIM - 16^ puntata |
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| Scritto da Administrator | ||||
| domenica 13 gennaio 2008 | ||||
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16^ puntata
Il sei giugno millenovecentosessantasette iniziò a Tripoli come un giorno qualunque, senza alcunché di strano. Mezz'ora prima dell'apertura Nino si trovava già al lavoro insieme a un ingegnere inviato dall'industria italiana che forniva i ponteggi; visitati i cantieri sarebbe stato accompagnato all'aeroporto per fare ritorno a Roma...
Entrando nel terzo deposito, aperto da soli due mesi e adibito esclusivamente alla vendita del cemento, del ferro e del legname, Nino si meravigliò di non trovare gli operai al lavoro. Proseguendo oltre li vide tutti radunati vicino ad alcune cataste di materiale intenti ad ascoltare una piccola radio dalla quale una voce stentorea e metallica parlava in un arabo che Nino non riusciva a capire. Si fermò tentando di afferrare il significato di qualche parola.
- Mohammed! Una testa si alzò dal gruppo e il rais si fece avanti. - C'è la guerra! - disse senza neppure salutare. - Che!? - chiese Nino. - Nasser è in guerra contro Israele. Questa mattina all'alba l'aviazione egiziana ha distrutto tutti gli aerei israeliani e ora stanno avanzando verso Gerusalemme con i carri armati. Il capo operaio disse tutto in un solo fiato, visibilmente eccitato pur volendo ostentare, davanti a Nino, una certa imparzialità. - Nasser sta parlando alla radio. - Ascoltate pure, io sono in ufficio - Nino guardò l'orologio - La porto subito in aeroporto - disse poi all'ingegnere. Chiamò subito a casa di Brahim sperando di trovarcelo ancora. Fatma gli riferì che era uscito non appena saputo della guerra. Telefonò poi a casa propria informando la famiglia e avvisando di non uscire. - La vedo preoccupata, ma se non sbaglio la guerra è lontana parecchie migliaia di chilometri! - disse l'ingegnere. - Sì, è lontana, ma è ugualmente preoccupante. Nasser sta combattendo a nome di tutto il popolo arabo per distruggere lo stato di Israele: dunque anche i libici si considerano direttamente interessati. - Ma che gli frega a questi! sono pieni di soldi, pensassero ai cavoli loro! - Al governo interessa poco Israele, ma è costretto a dare un po' di corda al popolo. Mentre uscivano dal cantiere con la macchina, arrivò Brahim a velocità sostenuta. Scese dalla vettura e tese la mano all'ospite. - Buon viaggio ingegnere. Arrivederci a presto... Nino - disse poi - vieni un attimo dentro. Nino scese e lo seguì in ufficio. - Sai tutto? - chiese Brahim. - Solo della guerra. - E' quasi un'ora che giro in città; sono tutti felici. Ho incontrato due cortei di studenti usciti dalle scuole che manifestavano contro gli ebrei. Un colonnello della polizia mi ha detto che tutti gli agenti sono stati chiamati in servizio e che è tutto sotto controllo. Ci sarà una grande festa per la vittoria - concluse Brahim con un velato sorriso. - Ci credi o ci speri? - Ora che ci siamo mi dispiacerebbe perdere. Ma non credo si possa vincere, non finirà oggi! Nino gli si avvicinò. - Brahim, sai bene chi potrebbe trovarsi in pericolo; ricordati di... - Già fatto. E' stata la prima visita di stamattina, ho portato loro del mangiare sufficiente per alcuni giorni. Lui è molto tranquillo; mi ha detto che da parecchi anni prevedeva un'eventualità del genere e ha predisposto tutto in Italia e in Inghilterra. Mi ha finalmente confessato che gli sono stato utile anche io; piangeva quasi nel dirmelo. A Tripoli ha ben poco, ha venduto quasi tutto e il poco che conserva è a nome di arabi; spera solo che lo lascino partire liberamente insieme alla moglie. Lei piangeva continuamente e tremava per la paura. - Ma la situazione non sembra ancora preoccupante. - No certo. Però secondo lui è l'inizio della fine. - Ti puoi interessare per il visto? - Ho telefonato a chi può, ma oggi è assolutamente impossibile. Gli uffici statali sono in parte chiusi. Mi faranno sapere. Hanno già stabilito il prezzo! - Isacco si trova liquidi? - Non lo so, ci penserò io comunque. - Speriamo bene! Vado ad accompagnare questo tizio, non ci voleva proprio oggi. - Già... porta Muftah con te, non si sa mai. - Per oggi basteranno gli ebrei, non credi? Brahim si sedette alla scrivania e compose il numero di Isacco. Parlò per un paio di minuti in arabo per non destare sospetti informandolo che si sarebbe trattenuto in quel cantiere fino alle dodici. Poi telefonò alla moglie rassicurandola della situazione in città e chiedendole del piccolo Salem, nato due mesi prima. Depose il ricevitore e rimase assorto nei suoi pensieri. Non aveva nulla di che preoccuparsi per la sua famiglia, naturalmente. In qualunque modo si fosse risolto lo scontro, la Libia era ben lontana e non sarebbe mai stata coinvolta in una guerra sul proprio territorio. Quello era un evento eccezionale nella apparentemente monotona attività politica e sociale della Libia; persino a Brahim, che se ne interessava poco e quel poco attraverso i discorsi della gente, persino a lui sembrava una guerra vicina e reale. Erano anni che fra Israele e i Paesi confinanti gli scontri si facevano sempre più frequenti e sanguinosi. Un tale epilogo era inevitabile. Seppure a malincuore, Brahim non aveva mai creduto in una vittoria araba, pur riconoscendone la supremazia negli armamenti. Nella sua ancor breve ma intensa vita trascorsa nel commercio non gli era ancora capitato di incontrare un ebreo che non possedesse un'intelligenza fuori dal comune; rimaneva sempre sorpreso dalla loro abilità e dalla loro perspicacia. Inoltre riconosceva obbiettivamente quanto fosse diverso lo spirito che animava il popolo israelita, che combatteva per conservare la propria terra, da quello che animava i popoli arabi, che combattevano per un ideale forse più reclamizzato che sentito e con la certezza che le proprie case e i propri averi sarebbero rimasti al sicuro. Si alzò e andò alla porta. Clienti non se ne erano visti, due camion stavano per essere caricati per un'ordinazione del giorno prima. Chiese ad alcuni operai se avevano altre notizie; uno di essi estrasse dalla tasca della camicia una radiolina che emetteva una fievole marcetta militare. - E' quasi un'ora che non danno informazioni - disse. Brahim tornò dentro e aprì la porta della seconda stanza dove la ragazza stava battendo a macchina. - Signorina, sa quello che è successo? - Sì. - Si prepari che l'accompagno a casa. - Grazie; sarei andata insieme a Nino; mi aveva detto di aspettarlo. - Meglio andare ora. Poco dopo, la ragazza con la sua auto e Brahim dietro con la propria, uscirono dal cancello. Lasciata la signorina sotto casa, Brahim si avviò verso il centro. Arrivando sulla Giaddat Omar El Muktar dalla via Michelangelo fu fermato, come altre macchine, dalla polizia. Stava passando un lunghissimo corteo di manifestanti che inneggiavano alla certa vittoria. Numerosi striscioni con scritte verniciate di fresco acclamavano a Nasser e alla potenza del popolo arabo. Due grandi quadri che raffiguravano il presidente egiziano aprivano il corteo. Tre uomini di mezza età, camminando a ritroso, davano il tempo ai canti battendo le mani. Polizia non se ne vedeva, a parte quella che controllava il traffico. Brahim fece marcia indietro e andò via. Lungo la strada del ritorno notò che buona parte dei magazzini erano chiusi e decise di far chiudere pure i cantieri. Dall'ufficio ritelefonò a Isacco e da lui seppe che in vari punti della città erano state prese a sassate alcune macchine di ebrei. Arrivato a casa, Brahim accese la radio. Fra una marcia e l'altra la voce dello speaker cairota comunicava a tutti i popoli arabi che la vittoria su Israele sarebbe stata vicina e totale. All'orecchio attento di Brahim però non sfuggì un particolare: non venivano annunciate ulteriori conquiste territoriali né altre battaglie aeree. Sintonizzò la radio su Roma. Da quella fonte imparziale la verità appariva ben diversa: l'aviazione israeliana aveva il totale dominio del cielo e le forze di terra si fronteggiavano in territorio egiziano. Spense la radio e si mise a giocare col figlio. L'indomani mattina Nino si svegliò all'alba con il fischio delle sirene della polizia. Già dalle prime ore la situazione era diventata incontrollabile; Nino e Brahim si telefonarono. - Oggi si resta a casa - disse Brahim. - Sì, l'avevo pensato. Hai notizie del vecchio? - L'ho già chiamato e più tardi ci andrò. - Bene. - Più tardi ti richiamerò, ciao. Poco dopo una vicina di casa bussò alla porta di Nino chiamando la mamma. - Signora Teresa! Signora! Nino corse ad aprire. L'anziana donna si fece avanti affannata. - Venite a vedere dal terrazzo, la città è in fiamme. Mio Dio, che starà succedendo? Nino corse subito su mentre Teresa arrivò dalla cucina slacciandosi il grembiule e, insieme alla vicina, si mise a salire sveltamente le scale. Dal terrazzo si dominava tutta la città e in quel momento lo spettacolo era davvero impressionante. Nino capì subito che erano stati presi di mira i negozi degli ebrei che si trovavano nei pressi della Cattedrale. Da quella zona si levavano alte e dense volute di fumo ora nero, ora grigio chiaro; il campanile si vedeva a stento. A quel drammatico spettacolo si univano i tonfi sordi delle bombe lacrimogene lanciate dalla polizia e l'ululato delle sirene dei vigili del fuoco. - Incendiano la Cattedrale - strillò sgomenta Teresa. - Mamma che dici! sono i negozi degli ebrei. - Che rovina, signora mia, che rovina! - Perché non si portano via la roba invece di bruciarla! - disse Teresa che non capiva il senso di tanta distruzione. In tutta la città si diffuse il panico. Comprensibile in coloro che venivano direttamente colpiti; in parte legittimo anche fra gli italiani perché si sentivano anche loro ospiti. Tornata in casa, Teresa si mise in contatto con Giovanna e Adelaide; anche loro sapevano dei gravi fatti tramite una vicina di casa che, attraverso le imposte semichiuse di una finestra interna, le aveva avvertite di non uscire pur rassicurandole con un "Voi stare sicure, italiani non toccare!". La sera cadde su una città deserta, distrutta nella sua parte più vitale dalla furia ceca della massa in rivolta. Nella zona in cui erano divampati gli incendi file di saracinesche scardinate, prima dai saccheggiatori per incendiare gli interni, poi dai vigili del fuoco per spegnere le fiamme, giacevano contorte insieme ai mucchi di biancheria bruciata e ancora fumante. In quell'esplosione di fanatismo si scatenarono rancori repressi, sempre e in tutti rintracciabili, e si vendicarono antiche offese. Il governo anche in quell'occasione confermò a quali sacrifici il popolo debba sottostare perché sia sempre salvata la ragion di Stato. Con la forza pubblica a disposizione in città sarebbe stato senz'altro possibile bloccare l'avanzata degli incendiari, ma così facendo si sarebbe dato adito a credere che si volessero proteggere gli interessi degli ebrei, i nemici che ora stavano uccidendo i fratelli egiziani, giordani e siriani. Dunque opposizione sì, ma non totale! Per diversi giorni venne istituito il coprifuoco e le attività commerciali furono totalmente sospese. Quando le restrizioni dell'ordine pubblico vennero ridotte ripresero, anche se lentamente, le normali attività commerciali. Improvvisamente i libici si trovarono nelle mani enormi ricchezze; da soci o prestanome di ebrei divennero proprietari unici e anche i piccoli imprenditori ebbero un forte incremento commerciale. I depositi di Brahim furono tenuti chiusi per qualche giorno; le navi cariche attendevano in rada il turno per poter attraccare. Alla ripresa delle attività furono scaricate tonnellate e tonnellate di materiali. Giungevano in continuazione telefonate da parte delle agenzie di spedizione che offrivano stock di merce giacente al porto indirizzata ad ebrei. Brahim non disse mai di no, accettò tutto. Per il solo fatto che fossero ordinazioni effettuate da ebrei era certo del buon affare. Nino non fu mai ascoltato, secondo lui sarebbe stato necessario un preventivo esame delle offerte per scegliere quelle che rientravano nel loro ambito. Si mise le mani nei capelli quando vide arrivare in cantiere casse piene di ferri da stiro provenienti dalla Polonia, bilance da cucina cecoslovacche, macchinette per fare la pasta italiane e tanti altri articoli completamente estranei all'edilizia. La totale scomparsa degli ebrei dall'economia libica rivoluzionò tutto il sistema esistente. Gli spazi lasciati vuoti furono occupati da chi aveva una certa esperienza da utilizzare e un nome da far valere. Inoltre il nuovo corso veniva favorito dalla sempre maggiore quantità di petrolio che dai pozzi del Fezzan riversava sul mercato i milioni necessari all'ulteriore sviluppo economico. Secondo le direttive governative le banche ebbero facoltà di aumentare le quote dei fidi per favorire la nascita di nuove imprese e per sopperire al congelamento dei capitali ebraici. La partenza di Isacco da Tripoli aveva definitivamente liberato Brahim dall'ombra che sentiva incombere sul suo operato e che lo teneva legato alla sua origine di imprenditore, favorito più da un privilegio che dalla propria abilità. Brahim si sentì libero, completamente libero di agire secondo l'estro del momento. E saper approfittare di quel momento, ne era certo, significava fissare per sempre la propria stabilità economica a un livello molto alto. Si tuffò a capofitto nelle attività commerciali, non si fece sfuggire nessuna occasione né tralasciò alcun tentativo per conquistare i primi posti. Era passato quasi un anno dalla guerra in Palestina e Nino notava ogni giorno di più che Brahim stava cambiando. Lo vedeva taciturno, sempre crucciato e pensieroso; si fermava in ufficio per pochissimi minuti, non chiedeva mai dell'andamento delle vendite, né si consigliava per le ordinazioni da inoltrare. Qualche settimana dopo spuntò in cantiere con una enorme Mercedes nera, il simbolo dell'opulenza del momento. - Comprata? - gli chiese Nino ammirandola. - Sì - rispose laconicamente Brahim. Nei cantieri era un continuo viavai di persone che si presentavano con il biglietto da visita di Brahim col quale si autorizzava a fornire qualsiasi cifra di credito. Si trattava di impiegati, funzionari di banca, pezzi grossi di ministeri, direttori di grosse società. A Nino non rimaneva altro che adeguarsi agli ordini del capo e alle richieste di quei particolari clienti. Una mattina si presentò al cantiere numero uno una giovane signora chiedendo quale e dove fosse il lavoro a lei assegnato. Vista la faccia stupita di Nino, spiegò che aveva conosciuto Brahim allo sportello della banca presso la quale lavorava e che da lui era stata invitata a passare alle sue dipendenze. - Nino, ho deciso di andare in Italia per farmi conoscere dalle ditte - esordì una mattina Brahim. - Fai bene - rispose Nino soprappensiero. - Non credo che Isacco continui a incamerare la sua percentuale, ma non si sa mai. Nino taceva. - Preparami per domani gli indirizzi con i numeri telefonici. Credi sia meglio telefonare o telegrafare per avvisarli del mio arrivo? Nino alzò la testa per rispondere alla precisa domanda. - Meglio telefonare. - D'accordo. Dopo qualche giorno partì. Era la prima volta che si recava all'estero e questo quasi lo spaventava per l'inesperienza con la quale si sarebbe presentato in un Paese a lui sconosciuto e in più con dei precisi compiti da assolvere in diverse grandi città. Ma non lo dette a vedere. Aveva sentito parlare dei treni, dei collegamenti aerei, del traffico cittadino. Cercò dunque di eliminare ogni preoccupazione portando con sé parecchi soldi. Con essi era certo di risolvere qualunque problema. La conoscenza della lingua lo rincuorava un po'. Comprò una cartina turistica e se la studiò attentamente per imparare, almeno sommariamente, la collocazione delle città più importanti. A Nino non chiese mai né informazioni né consigli. Disse che non sarebbe mancato per più di due settimane. Poco dopo la sua partenza, Nino telefonò a Fatma per avere notizie. La donna gli confessò di avere un po' di paura a rimanere sola con il piccolo Salem ed era preoccupata pensando al marito in viaggio in un Paese mai visitato prima; disse che aveva cercato di convincerlo a portare con sé proprio lui, Nino, ma senza riuscirvi. - Potevi offrirti di andare! - Ma non me lo ha chiesto, Fatma! - Nino... ma andate sempre d'accordo? - Credo di sì... almeno io sì. - Non vedi qualcosa di strano in lui? Nino ascoltava con molta attenzione le parole di Fatma che non sempre comprendeva perché pronunciate in un arabo molto stretto e veloce. - Sì, è vero, è un po' cambiato da qualche tempo, ma sarà senz'altro dovuto alle grosse responsabilità che ha. - E' sempre nervoso, parla poco. - Non ti preoccupare, è un momento difficile per lui. E con te? - azzardò Nino - come si dimostra? come ti tratta? - Non ho da lamentarmi, ma prima era diverso! - Come vedi ti vuole sempre bene; non badarci tornerà a essere come prima. - Nino, sono incinta. - Bene, auguri! per quando sarà? - Fra cinque mesi. - Devi stare ancora più calma. Hai il mio numero di telefono sotto mano? per qualsiasi motivo telefonami, capito? Io ti chiamerò spesso. Passarono i quindici giorni previsti e Brahim non si vide. Non aveva mai telefonato né tantomeno scritto. Ne passarono altri cinque. Da Fatma Nino seppe che le aveva telefonato per dirle che avrebbe passato ancora qualche giorno a Milano dove stava trattando alcuni affari. Nino in cantiere riceveva continuamente telefonate e visite di persone che chiedevano di lui. Passavano i giorni e costoro da discreti divenivano invadenti, chiedendo a Nino il pagamento di fatture per lavori eseguiti. Alla fine del mese si presentarono due persone con la pretesa di avere lo stipendio. Nino, meravigliato, si fece spiegare chi fossero. Con molto candore chiarirono di essere impiegati di banca che, dopo l'orario, andavano a prestare servizio presso l'ufficio di Brahim. Nino cadde dalle nuvole ma non lo fece capire. - Ah sì, l'ufficio. Lo ha aperto poco tempo fa. - Sì, saranno un paio di mesi. Non dette ascolto a nessuno dei questuanti e si limitò al pagamento dei salari e degli stipendi dei dipendenti del deposito mentre gli incassi delle vendite li versava ogni giorno in una banca diversa, come gli era stato indicato. Che Brahim avesse aperto in quell'ultimo anno altre attività più o meno vaste, Nino lo aveva capito ma non avrebbe potuto immaginare che arrivasse a tanto. Era una pericolosa febbre di megalomania o soltanto la temporanea, caratteristica esplosione del nuovo ricco? Brahim rimase in Italia quasi un mese. Aveva telefonato solo due volte e mai in cantiere. Una mattina, alla solita ora, entrò in ufficio. - Ciao Nino, tutto bene? - Io sì, tu? - Benissimo, l'Italia è una meraviglia, ci tornerò spesso! Mi hanno cercato? - Sì, diverse persone. - Le hai cacciate via? - Cacciate no, ma non le ho ascoltate. - Hai fatto bene! non si fidano di me? - Potevi però dirmi che ti saresti fermato più a lungo, almeno mi avresti evitato le processioni quotidiane! - Non pensavo di stare tanto - disse Brahim sorridendo - E poi gli affari... sai! - a quest'ultima frase unì contemporaneamente la strizzatina di un occhio e il sollevamento di un angolo della bocca. - Cioè, che significa? - chiese Nino con una voce leggermente alterata quasi chiedendo chi volesse prendere in giro. - Eh Nino, Nino... è proprio un peccato avere qualche soldo e starsene qui. All'estero è tutta un'altra cosa! Vedendo che Nino continuava a non capire chiarì. - Le donne, Nino, le donne! Nino lo guardò con una espressione dalla quale traspariva una evidente commiserazione. - Ti mancano le puttane a Tripoli? - Ma che c'entra; quelle di cui parlo io non sono mica come queste! Sono delle vere signore che hanno la pazienza di aspettare l'occasione giusta! - In così poco tempo hai avuto la possibilità di trovarle? - Sono stato aiutato, naturalmente. - Tutti qui i tuoi affari? - No, con le industrie si contratta di giorno. Ho fatto molto, vedrai. Riprese la borsa nera dalla scrivania e uscì dall'ufficio. Nino rimase disorientato da quell'atteggiamento e dall'ermeticità dell'ultima frase. - Vaffanc....te e i tuoi affari - concluse Nino lasciandosi cadere sulla poltroncina. (continua...)Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (30) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 337
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