| BRAHIM - 14^ puntata |
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| Scritto da Administrator | ||||
| venerdì 26 ottobre 2007 | ||||
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14^ puntata
Fino ad allora Brahim era vissuto più povero di quando lavorava alle dirette dipendenze di Isacco. I soldi che amministrava, sia quelli che anticipava l'ebreo, sia quelli ricevuti dalle banche, venivano utilizzati esclusivamente per l'attività; per il suo sostentamento Brahim aveva dato fondo ai suoi pochi risparmi. La casa presa in affitto si trovava non lontano dai depositi e la utilizzava soltanto per dormire. Dalle sette e trenta del mattino fino alle otto o alle nove di sera stava sempre fuori; la maggior parte del tempo in giro per uffici e il resto ai cantieri. All'ora di pranzo non tornava mai a casa poiché preferiva mangiare un panino e bere una coca insieme agli operai. Sebbene piccola, quella abitazione a prima vista sembrava grande perché quasi totalmente priva di mobilia; l'ingresso del tutto vuoto, la stanza da letto con una branda e una sedia, la cucina con un tavolino e una seconda sedia. Quando entrava, Brahim si sentiva a disagio: non aveva mai avuto per sé una casa in muratura e non sapeva come mantenerla e come organizzarsi. La sera per cena, avendo a disposizione un fornelletto a gas, due piatti, un paio di tegamini e una padella, si proponeva di preparare dei cibi particolari. Quando, raramente, si ritirava un po' più presto si divertiva a preparare la zammitta: il pasto con il quale era cresciuto e che sempre gli era gradito. Avendone la disponibilità, in città, si sbizzarriva nei condimenti unendo ai soliti pomodori, felfel e arissa, tutti gli ingredienti che gli capitavano sotto mano: tonno, alici, olive. Solo in quell'occasione era soddisfatto della sua cucina. Ma per mancanza di tempo era costretto a fare largo uso di cibi in scatola, che comprava in quantità una settimana sì e una no e spesso le pietanze si riducevano a una scatoletta di tonno e un pezzo di formaggio. Da qualche giorno tornando a casa cercava di liberarsi, almeno parzialmente, dai pensieri del lavoro per rivolgere l'attenzione a una questione che sempre più lo coinvolgeva: il matrimonio. Chi avrebbe sposato era stato deciso dalle due famiglie già da parecchi anni. La ragazza si chiamava Fatma ed era la figlia di un cugino di Salem. Brahim la ricordava quando, bambina, la incontrava mentre conduceva gli animali all'abbeveratoio. Raggiunta però una certa età la ragazza aveva dovuto cedere l'incarico al fratellino, mettere il barracano e uscire sempre accompagnata. Dunque, da allora, a Brahim era capitato rarissime volte, due o tre, di rivederla in viso e da quel poco che aveva potuto vedere gli era sembrata una bella ragazza e i giudizi della gente lo confermavano. Pur volendo appagare il desiderio di sposarsi, gli venivano in mente mille scrupoli che nascevano dalle condizioni in cui si trovava lì in città. Quando si incontrava col nonno in campagna la questione gli veniva puntualmente ripresentata. E lui fino ad allora era riuscito a trovare buone scuse; difficoltà economiche prima e impegni col nuovo lavoro poi. "Povero mio nonno e povero mio padre, si sono fermati al punto in cui sono nati", pensava Brahim. "Sposarsi, per un uomo che sta lì in campagna non è certo un problema, anzi! Ma hanno idea, loro, di quanto sia diverso in città? Immaginano che cosa significhi per una ragazza abituata a vivere libera venire a rinchiudersi qui dentro? Io, non loro, posso capire come si sentirebbe una di quelle donne in questa casa! Tutto è diverso, tutto è più difficile. E chi le insegnerebbe a usare la cucina a gas, le pentole, il lavandino, il bagno, come far le pulizie. Io? ne so poco più di lei!... E poi, come sarà la ragazza? Sì, la ricordo e mi piaceva allora, quando era ancora bambina. Ma adesso? Sarà poi contenta di venire ad abitare a Tripoli?" Decise infine di affrontare il problema e una domenica tornò dai suoi. Salutò tutti e risolutamente prese sottobraccio nonno e padre e si appartò con loro. - Dobbiamo parlare del mio matrimonio. - Bene, parliamone; abbiamo tutto il giorno davanti a noi - disse Salem. - Con voi ho poco da discutere; devo parlare con Fatma. - Devi parlare con Fatma! perché? ti conosce, è d'accordo, me ne parla ogni giorno suo padre. - Mi conosce come io conosco lei, nonno; cioè per niente! C'è poi un altro punto da chiarire; le devo spiegare cosa vuol dire vivere a Tripoli, voglio essere certo che abbia il carattere adatto per superare le difficoltà che presenta la vita di città. Questo è quanto ho da dirvi; prima di decidere voglio parlarle di persona. E dobbiamo essere soli! - Ya Brahim, che idee! la città ti ha fatto male, sempre più ti fa male. Cosa pensi di fare non lo capisco. Non ti basta sapere che Fatma è una bella e brava donna? - No, nonno, non mi basta saperlo dalla bocca degli altri. Lo devo constatare io di persona. E voglio che anche lei sappia chi sono e che genere di vita ci aspetta. - Tu parli così, ma ti rendi conto di quello che pretendi? - disse Salem gesticolando spazientito. - Va' a dire al padre di Fatma quanto ti ho detto. Io resto fino a domani in attesa di una risposta. Brahim troncò così il colloquio e si allontanò dai due che rimasero senza parole. Buagela non aveva preso parte alla discussione, sopraffatto dalla personalità del padre che guardava ora in attesa di una decisione. - Si è ammattito? - disse poi. - No. Non è matto, ma io non lo capisco più. - Che facciamo adesso? - chiese Buagela. - Non lo so, devo pensarci... - poi ebbe un lampo negli occhi - Ah! Ho saputo che c'è il signor Rosario. Chiederò a lui di parlargli. - Buona idea - approvò Buagela - lo farà sicuramente ragionare!... - Domani mattina ci vado.
Rosario stava ancora radendosi quando Salem bussò alla porta. Era arrivato il giorno prima approfittando di un passaggio del nipote Roberto che era andato a riparare il generatore di corrente della propria azienda confinante; quella sera stessa avevano appuntamento per il rientro a Tripoli. "Chi sarà a quest'ora?" si disse mentre, con l'asciugamano ancora tra le mani, si avviava verso la porta. - Buongiorno - disse Salem portandosi una mano alla fronte. - Oh, Salem! Che piacere! - rispose Rosario con sincera enfasi - E' successo qualcosa? - riprese poi quasi preoccupato per quella insolita visita. - No, signor Rosario. Si tratta di mio nipote Brahim... la città lo ha rovinato! - Ma che stai dicendo! - esclamò Rosario sollevando un braccio e sorridendo - Entra, entra che faccio il caffè e parliamo con calma. Salem superò l'ultimo gradino, fece l'atto di scuotere i piedi nudi come a volere eliminare la sabbia e seguì l'italiano in cucina. - Siedi pure... Allora? Racconta - disse mentre si spostava verso i fornelli a gas per preparare il caffè. - Tu conosci Fatma, la figlia di mio cugino? - La ricordo quando era bambina. - Quella donna è promessa a Brahim fin dalla nascita. Sono anni che il padre aspetta una conferma da parte nostra delle nozze e ora che Brahim sembra deciso a sposarla vuole prima incontrarla di persona per parlarle a quattrocchi. Rosario si tranquillizzò; secondo lui non era un problema, anzi per un attimo fu tentato di farci su una risata ma si fermò in tempo notando la faccia seria e preoccupata di Salem. Era chiaro che per il vecchio la faccenda rivestiva un rilievo particolare. - Un incontro fra loro due soli, noi non possiamo permetterlo - continuò Salem con voce agitata - tu conosci le nostre tradizioni... con quale faccia potrei chiedere una cosa del genere a mio cugino? - Lo hai spiegato al ragazzo? - C'è poco da spiegare, lui conosce benissimo le nostre usanze ma le considera antiquate. - E quando si mette un'idea in testa... vero? In questo assomiglia a te! - Forse... però io non mi sono mai ribellato alla volontà di mio padre - disse Salem visibilmente inorgoglito per l'accostamento fatto da Rosario. - Non sappiamo come convincerlo... io ho pensato che forse se gli parli tu... - Io?... non credo di essere la persona adatta a parlare di argomenti che riguardano le vostre usanze, la vostra cultura... cosa potrei dirgli? - Signor Rosario, Brahim ha molta stima di te... L'italiano si alzò e portò sul tavolo la caffettiera, due tazzine e lo zucchero. Sorrideva compiaciuto. - Mi fa molto piacere perché anch'io ne ho per lui. Ma non vedo come aiutarvi, non saprei come convincerlo; avrà le sue buone ragioni che io non conosco. - Te le dirà, te le dirà... a noi ha detto qualcosa ma, wallay signor Rosario, non le abbiamo capite... - disse il vecchio appoggiando il bastone al bordo del tavolo per prendere la tazzina - ...ci sembrano solo capricci di un ragazzo che vuole dimenticare la sua terra e le sue tradizioni. Tu forse riuscirai a comprenderle perché fai parte del mondo in cui lui ora vive e allo stesso tempo conosci quello da cui proviene. - D'accordo... ci proverò, digli di venire. Ma dovrete essere pronti a cedere su qualcosa, altrimenti non troveremo una soluzione! - Ne sono consapevole, ma ci sono dei limiti che non possono essere superati e sono quelli dell'onore della famiglia e della mia parola. Nessuno può chiedermi di dimenticarmene. - Capisco le tue ragioni e le condivido. L'onore e la parola sono valori sacri anche per me e sono sempre stati a fondamento dell'amicizia tra le nostre famiglie. - Brahim è giovane ed è così preso dalla sua nuova vita che sembra aver dimenticato. Ma dentro è un Ben Salem e se saprai farlo tornare alla ragione... - Ormai è un uomo, sa quello che vuole ma sa anche rispettare le ragioni degli altri. Vedrai - continuò Rosario mentre accompagnava Salem alla porta - vedrai che capirà. - Grazie per la tua comprensione, ya Rumi. Arrivarono sulla porta e si guardarono negli occhi. Poi Salem porse la mano a Rosario, che gliela strinse forte.
Rimasto solo Rosario mise ordine in cucina e finì di vestirsi. Poi uscì fuori per prendere una boccata d'aria; aveva la mente occupata a cercare qualche valido espediente che potesse mettere d'accordo entrambe le parti. Passarono alcuni minuti quando vide arrivare la macchina di Brahim. - Ciao, Brahim - disse andandogli incontro. - Buongiorno signor Rosario - rispose il giovane - come stai? - Bene, bene grazie. E tu? Sempre occupatissimo? ... e adesso anche questo problema!... - disse prendendo il giovane sottobraccio e incamminandosi sulla pista. - E' un problema per mio nonno e per mio padre, non per me. - Senti Brahim, rispondimi sinceramente... intendi sposarti? - Credo che sia arrivato il momento. - Bene. E allora perché sei venuto a cercare moglie qui e non lo hai fatto in città? Non sarebbe stato tutto più facile? Avresti potuto scegliere tra decine di belle figlie di funzionari di banca e di ministeri. Perché proprio qui? Perché proprio Fatma, con la sua ingenuità, la sua poca dimestichezza con la vita di città, con una famiglia alle spalle che impone tempi, consuetudini, tradizioni che tu non ami più? Brahim si sentì spiazzato. E la domanda, inevitabile ed unica, si presentò chiara nella sua testa: perché cercare nella sua terra, ormai lontana, la sua futura moglie? Cercò una risposta che potesse portarlo di nuovo in vantaggio ma non seppe trovarla subito e Rosario ne approfittò per continuare. - Capisco le tue ragioni riguardo a Fatma. Anch'io tanti anni fa ho desiderato conoscere Teresa prima di sposarla. E non credere che le cose in Sicilia fossero così diverse. Io ero stato nove anni in America e tante stupide usanze della mia terra le avevo superate, eppure ho dovuto rispettare le tradizioni del suo paese e della sua famiglia. Ho dovuto parlarle di fronte ai suoi fratelli, ascoltare con pazienza le raccomandazioni dei genitori, garantire la mia posizione economica. Nel tuo caso pensi realmente che suo padre la lascerà uscire con te così come si comincia a fare a Tripoli? Magari per andare al bar a bere qualcosa o per fumare insieme una sigaretta? Che le permetterà di indossare un bell'abito corto, di portare i tacchi alti e i capelli sciolti in modo che tu possa ammirarne la bellezza? Dimmi, pensi di poterlo ottenere? - Non proprio questo - rispose Brahim a mezza bocca non sapendo più cosa replicare... - E cosa allora ? - incalzò Rosario - cosa pretendi da suo padre, che capisca? Sei tu quello che è cambiato, tu devi capire e non loro! Brahim era stato completamente travolto dalle considerazioni di Rosario e si sentiva smarrito. - Ma non posso sposarla senza neanche parlarci una volta! - sbottò fermandosi di colpo e guardando Rosario con sconforto. - Certo che no. Ti chiedo solo di non pretendere troppo da tuo nonno. Sai bene che non può passare sopra l'onore della vostra famiglia e tradire le sue promesse. Non lo merita. Ricordati che... se sei quello che sei, in parte lo devi a lui. Brahim abbassò la testa e rimase in silenzio per un po'. - Cosa mi consigli allora? - domandò riprendendo repentinamente la consueta determinazione. - Dirò a tuo nonno che te la facciano incontrare da solo, ma sotto gli occhi di suo padre che potrà controllarvi da lontano. Starà a Salem convincerlo. - Va bene, va bene signor Rosario. Facciamo come dici tu. - Dì a tuo nonno di tornare prima delle cinque altrimenti non mi troverà. Ti raccomando di fare quello che ti diranno. Non fare di testa tua! - Stai tranquillo... e grazie di tutto. (continua) Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (30) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 414
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