BRAHIM - 13^ puntata PDF Stampa E-mail
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domenica 14 ottobre 2007

13^ puntata

corriera Qualche giorno dopo, un venerdì, riuscì a sottrarsi ai nuovi impegni e si recò in campagna, dai suoi. Sentiva il desiderio di rivedere la sua casa e la sua terra. Vedeva cambiare tutto intorno a sé, tutto sembrava proiettato verso il futuro dei suoi sogni, che non era ancora realtà. La sua terra e i suoi familiari, quella era la realtà che custodiva le poche certezze della sua vita. Avrebbe detto tutto al nonno sperando di ottenere almeno un incoraggiamento...

 

 

Sceso dalla corriera, si incamminò a piedi attraverso la campagna. Il silenzio assoluto lo aiutava a pensare; al punto in cui si trovava avrebbe potuto considerarsi soddisfatto o addirittura felice, invece era in uno stato di preoccupata indifferenza. Il caso gli aveva messo davanti un piatto prelibato, ed era stato quasi costretto ad accettarlo... forse era proprio questo il motivo principale per il quale non aveva gioito come avrebbe dovuto. Gli era mancato il gusto della conquista, la battaglia condotta giorno dopo giorno era durata poco e nel futuro non avrebbe potuto raccontare nulla per difendersi dalle malelingue e dalle invidie. Riconosceva di aver lavorato sempre con il massimo dell'impegno e d'aver risparmiato per quanto possibile, ma con i propri risparmi non avrebbe certo potuto ottenere quello che oggi stava per avere. Gli tornava in mente la frase che gli aveva detto l'ebreo "conosco mille arabi ma scelgo te". Pensando a questo si risollevava perché in fondo quella fortuna l'aveva meritata con il suo impegno e con la sua serietà. Il giorno avanti, giovedì, era stato in banca con Isacco. Aveva messo tante firme ma non ricordava dove e perché.

La grande sala circolare in marmo verde era gremita di gente che produceva un monotono brusio. Entrando, Isacco si era avvicinato a una sportello e, alzandosi sulla punta dei piedi, era riuscito a farsi scorgere da un impiegato italiano che stava seduto all'interno. Costui aveva fatto un impercettibile cenno col capo, aveva posato il prontuario che stava consultando e senza fretta, si era alzato scomparendo al di là di una porta.

- Senta, questo giovane deve aprire un conto corrente, garantisco io per tutto. Ci pensa lei?

- Certamente, mettetevi pure a sedere che torno subito.

I due avevano seguito l'invito e erano andati a sedersi a dei tavolini che circondavano una imponente colonna di marmo rosso sulla cui sommità troneggiava la statua della dea Roma. L'impiegato era tornato con alcuni moduli e si era seduto al loro fianco. Aveva preso così i dati di Brahim; alla richiesta dell'indirizzo l'arabo aveva guardato Isacco. Sapeva di non poter dare quello del magazzino e dare quello di campagna non era certo opportuno. Dopo qualche tentennamento aveva sussurrato all'orecchio di Isacco suggerendo l'indirizzo di città di Rosario, e così era stata chiusa la pratica.

- Versa qualcosa subito? - aveva chiesto l'impiegato a Brahim.

- Cinquecento - aveva risposto Isacco prima che l'interrogato avesse il tempo di capire la domanda.

- Qualche minuto per battere tutto a macchina. Ah! dimenticavo... il libretto degli assegni?

- Sì, per favore, tutto oggi, controfirmo io - aveva detto l'ebreo.

- D'accordo, mi farò autorizzare dal direttore.

- Se avessimo dovuto aspettare la fila non saremmo usciti prima dell'una - aveva detto Isacco quando erano rimasti soli - E' raro che disturbi qualcuno, ma se ho fretta conosco due o tre impiegati dell'interno e mi faccio servire da loro.

Brahim che fino ad allora non aveva aperto bocca se non per dare le generalità, in risposta aveva sollevato leggermente la mano che teneva appoggiata al tavolino e aveva stropicciato il pollice con l'indice. Al vedere il gesto l'ebreo aveva dato in una plateale muta risata, la bocca spalancata, la testa rovesciata all'indietro, le mani sollevate. Tutto senza emettere il minimo suono. Tornato eretto si era accostato con lo sgabello a Brahim e, quasi in un sussurro, aveva cominciato a parlargli in  arabo.

- No, no. Nelle banche è molto pericoloso, sia per chi li dà che per chi li prende. Io non ne ho mai offerti e non lo farò mai. Ti sembrerà strano che questi ragazzi si interessino tanto a me, ma è semplice gentilezza. Naturalmente è una gentilezza riservata a determinati clienti; da parte mia cerco di lodarli di fronte ai loro direttori, mi limito a questo!

Pochi minuti dopo Brahim era uscito dalla banca portando nella tasca interna della giacca un piccolo foglio con i termini del rapporto di conto corrente e un carnet di assegni. Avevano preso entrambi le biciclette dal vicino parcheggio e si erano avviati verso il magazzino.

- Sai guidare la macchina? - aveva gridato Isacco a Brahim cercando di sovrastare il rumore del traffico.

- No - aveva risposto sorpreso.

- Hai mai provato?

- Qualche volta.

- Dovrai prendere la patente, ho comprato una Wolkswagen di seconda mano per te. Trovati qualche amico che ti insegni, tanto per imparare un po', per la patente ci penso io.

  • - Stasera vedrò.

 

Brahim si ridestò dai pensieri e si guardò attorno. Il terreno era arato di fresco e la scorciatoia era sparita. Guardando in direzione della casa ne vide il tetto fra gli alberi; per far più presto si incamminò ugualmente sulla sabbia smossa affondandovi le scarpe.

La mente ormai inquadrata nella nuova impresa tornò subito ai fatti degli ultimi giorni. L'indomani doveva ricordarsi di far verniciare il cancello col minio, comprare e portare al cantiere le mattonelle per l'ufficio in costruzione; i muratori avevano soltanto scavato le fondamenta, ma voleva essere pronto col materiale per anticipare il più possibile l'apertura al pubblico.

Con Isacco si era incontrato alcune volte nei pressi del magazzino e spesso aveva avuto l'impressione che lo volesse evitare. Brahim aveva bisogno di chiedergli consigli sui lavori da effettuare e sulle relative spese; invariabilmente Isacco gli rispondeva con dei vaghi "fa' come credi". Tempo prima aveva ricevuto duecento sterline per provvedere alle prime spese di spianamento del terreno e agli anticipi per la costruzione del muro di cinta e delle stanze dell'ufficio. Spendere, però, soldi non suoi senza una precisa autorizzazione, non gli sembrava giusto. Quando un giorno Isacco gli aveva chiesto quanto gli fosse rimasto, dalla tasca interna della giacca aveva tirato fuori una busta gonfia di banconote.

- Centoventi sterline - gli aveva risposto - però ci sarebbero altri lavori da eseguire e vorrei sapere se sei d'accordo.

Isacco gli aveva alzato un dito, quasi minaccioso.

- Senti, forse non hai capito che io non voglio interessarmi di niente. Devi decidere tu! io devo fare solo due cose: anticipare i soldi e ordinare il materiale. Di tutto il resto non me ne devi neanche parlare. Anzi, non è neppure necessario vederci ogni giorno. Quando saprò dell'arrivo delle navi ti avviserò per fare il versamento e ritirare i documenti. Calcola che sarà per la fine del mese; prepara tutto.

E da quel giorno Brahim non si era fatto più vedere.

Dormiva ancora nel magazzino, ma evitava di starci durante il giorno perché gli seccava farsi veder dagli operai e per tale motivo era costretto a uscire alle otto del mattino per farvi ritorno la sera.

 

Trovò il padre e il nonno seduti sotto uno degli ulivi; vedendolo arrivare, non si mossero ma smisero di parlare. Salem agitò all'indirizzo del nipote il bastone. Dopo i rituali saluti chiese al giovane come andasse il lavoro. In risposta Brahim abbassò gli occhi e non parlò.

- C'è qualcosa che non va? - chiese con voce quasi preoccupata.

- No... va tutto bene. Solo che ho cambiato.

- Cosa? non sei più con l'ebreo? E dove stai allora?

- Sono sempre con lui, però come socio di un deposito di materiale da costruzione.

- Che significa "come socio"? senza soldi non si formano società!

Brahim tentennò.

- I soldi li avrò fra qualche mese dalle banche. All'inizio li anticipa lui e compriamo tutto a nome mio, poi chiederò un prestito.

- Yarsul... Yarsul ! - esclamò il vecchio portandosi le due mani alla testa e mantenendo i gomiti sulle ginocchia. Il suo viso era serio ma lasciava trasparire una certa soddisfazione. Buagela aveva ascoltato in silenzio capendo ben poco di quanto era stato detto.

- E l'ebreo ti mette in mano tanta roba senza chiederti neanche un pezzo di carta?

- Così vuole. Mi ha già aperto un conto in banca per affrontare le prime spese e non vuole sapere altro. Anzi non vuole che si sappia in giro della società:  tutto deve apparire a nome mio.

Buagela disse le prime parole.

- Ma se sicuro che non ti voglia imbrogliare?

- Imbrogliare? - intervenne Salem voltandosi verso il figlio - Gli ebrei sono ebrei, ma mantengono sempre la parola! e poi cosa ci può perdere Brahim se non ci mette un millesimo di suo?

Battendo col bastone sulla sabbia e socchiudendo gli occhi, continuò.

- Credo di capire perché ha pensato a un affare del genere... basta sentire cosa sta succedendo in Palestina; non vuole mettersi in mostra con i suoi commerci per non creare invidia. Così può guadagnare e allargare le sue attività senza che nessuno se ne accorga. Brahim! sono contento per te, vuol dire che l'hai meritato. - poi, alzandosi, si rivolse al figlio con tono perentorio - C'è una cosa da stabilire, Buagela... solo io e te sappiamo che Brahim si è associato a un ebreo; diremo che ha formato una società con degli arabi. Capito? Così rispettiamo la promessa del ragazzo e salviamo la nostra reputazione!

Alla mamma, alle altre donne e allo zio non disse nulla; gli seccava terribilmente dover riprendere quel discorso che non avrebbero neppure compreso. Nelle poche ore che rimase a casa cercò sempre di evitare che si parlasse di lavoro e alla fine del pasto disse che sarebbe dovuto partire presto. Alle due del pomeriggio salutò tutti e riprese la strada del ritorno.

Aveva visto la sua terra con altri occhi; spiritualmente si sentì molto lontano da essa. Circa i lavori e i raccolti nella vicina azienda, aveva risposto con cenni distratti del capo. Quando aveva saputo che la giornata era stata aumentata di cinque piastre aveva collegato subito quell'inezia alle migliaia di sterline che solo dopo pochi giorni sarebbero state sue. E aveva riso tra sé. Riconobbe che il suo atteggiamento era stato irriverente, ma una forza incontrollabile lo aveva spinto a pensare e ad agire in quel modo. Quando aveva salutato, aveva provato un senso di sollievo a lasciare quel luogo che non sentiva più suo. Aveva forse perso l'affetto per i suoi? Alla domanda, che gli toccò il cuore, subito rispose con un risoluto no. La ragione che lo portava a tanta freddezza non era mancanza d'affetto per le persone, ma scaturiva dall' ambiente in cui esse vivevano e che gli era divenuto di difficile sopportazione fin dal giorno in cui aveva potuto assaporare il clima cittadino. Scopriva solo adesso, e con dolore, che l'unica ragione che lo aveva spinto a tornare alla sua terra era quella di ricevere dal nonno, l'unica persona della famiglia che lo aveva sempre sostenuto nelle sue aspirazioni, l'approvazione per quanto si accingeva a realizzare.

 

Mancavano pochi minuti alle otto, quando un uomo in bicicletta si accostò al cancello grigio del deposito e si fermò. Prese una chiave dalla tasca degli ampi pantaloni americani e aprì la serratura. Con un vigoroso spintone fece scivolare il pesante cancello sulle rotaie. Quello che fino a pochi mesi prima era un prato incolto e abbandonato, si presentava ora modellato e trasformato secondo le necessità e i gusti dell'uomo. Sulla destra del cancello una bassa costruzione in muratura formata da due stanze era adibita a ufficio vendite. Seguiva un lungo capannone aperto sul davanti che era in parte occupato da betoniere verniciate di rosso e da altre attrezzature. Sul lato opposto del muro di cinta un secondo capannone, col tetto in eternit e le pareti in lamiere di zinco, luccicava al sole; era adibito al ricovero del cemento. Al centro del quadrato e addossate ai muri perimetrali, erano accatastate maioliche e marmettoni in granulato di marmo. Appariva chiaro che la sistemazione dei materiali era stata lasciata incompiuta la sera precedente. Alcune pallets di maioliche erano ancora da aprire e giacevano lungo il passaggio. Quattro uomini entrarono nel deposito e salutarono con un rapido cenno di mano il rais che aveva poco prima aperto. Dietro di loro entrò a forte andatura una Volkswagen nera le cui ruote stridettero nella frenata. Dal posto di guida scese Brahim e dall'altra portiera, uno dopo l'altro, quattro uomini.

- Muftah! - gridò Brahim appena sceso.

Dall'ufficio uscì fuori il rais con la scopa in mano e salutò.

- Metti via quella scopa e apri il capannone del cemento, stanno arrivando le macchine da scaricare.

- Cemento? - chiese l'uomo meravigliato.

- Sì, muoviti - gli ordinò Brahim - ho portato quattro operai dal porto, ne verranno altri con i camion. Ora vado ad affittare la gru per scaricare il materiale che arriverà più tardi.

Brahim si rimise in macchina e con una brusca marcia indietro uscì dal cancello.

I quattro operai seguirono Muftah verso il capannone e quando il rais aprì le due grandi ante, vi entrarono e si sedettero silenziosamente sui sacchi grigi del cemento. Brahim tornò poco dopo e con la macchina iniziò un giro del cantiere; a un tratto, al di là delle cataste di maioliche, si udì un prolungato suono di clacson e la voce di Brahim che chiamava. Muftah e un altro operaio accorsero; furono accolti da una scarica di improperi perché una pedana di marmettoni ostruiva il passaggio ai camion in arrivo.

- Deve sempre essere libero, te l'ho detto mille volte! chiama tutti e in cinque minuti dovrà sparire. Forza!

Brahim non era neppure sceso dalla vettura, passò abilmente attraverso la strettoia e terminò il giro sollevando un gran polverone. Si affacciò col muso della macchina fuori dal cancello sperando di scorgere il primo camion. Batté nervosamente la mano sul volante e ripartì a gran velocità.

Alle nove il lavoro ferveva in tutto il deposito. Al capannone del cemento gli operai scaricavano con buona lena i sacchi; quasi tutti avevano sul viso delle pezzuole o dei rudimentali passamontagna per proteggere il naso e la bocca dalla polvere di cemento che abbondantemente si diffondeva all'interno del magazzino, benché fosse munito di ampie aperture nella parte superiore.

Le macchine entravano all'interno e quindi la distanza da percorrere col sacco in spalla era breve. Brahim aveva dato ordine di accatastare il cemento nell'angolo rimasto libero e gli operai presi al porto, più esperti, impostarono velocemente il lavoro posizionando i sacchi uno dopo l'altro fin quasi a toccare il tetto; man mano che salivano ne ponevano alcuni a terra in modo da formare una sorta di gradinata che li portava comodamente in cima. Dalla spalla il pesante sacco veniva fatto scivolare con maestria nel punto giusto e lì, afflosciandosi, formava corpo unico con il resto.

 In un altro punto del deposito un'autogrù scaricava dai camion pesanti cassoni contenenti marmette per pavimento. Un anziano italiano la manovrava con la massima attenzione. Due operai sul cassone imbracavano una cassa per volta e a un loro cenno il manovratore tirava dolcemente a sé una leva; il motore scoppiettava rabbiosamente e, piano piano, la cassa andava su mentre il cassone del camion, alleggerendosi, cigolava. Dopo un volteggio in aria, l'opposto movimento della leva posava dolcemente a terra il carico. Brahim stava anche lui in cabina; gli sarebbe piaciuto manovrarla come aveva fatto altre volte quando era capitata un'autogrù meno vecchia; sapendo però quanto fosse geloso l'italiano della sua macchina, non ebbe il coraggio di chiederglielo.

- Quanto pesano? - chiese l'autista in un ottimo arabo.

- Dai seicento ai settecento chili.

- Porca Eva ! non è tanto, ma sempre troppo per questa.

- Da quanti anni ci lavori?

- Beh, dalla fine della guerra. E' roba americana. Ed era già vecchia allora, ma ancora si trovavano i ricambi originali e sono riuscito a metterla su abbastanza bene. Adesso ogni volta che occorre una riparazione devo girare tutta Tripoli per trovare il pezzo che si adatti.

- Perché non la butta via il tuo capo allora?

- E no! finché ci sarò io andrà avanti. E fino a oggi ha fatto bene il suo lavoro.

Verso le undici, all'ultimo camion di cemento non seguì il successivo come fino ad allora era accaduto. Dopo mezz'ora di attesa gli operai cominciarono a lamentarsi poiché erano pagati a cottimo. Brahim, riprese la macchina e corse al porto. All'ingresso, come al solito, stazionavano un paio di carrettini che vendevano panini con tonno e arissa. Si fermò pensando che non sarebbe stata una cattiva idea mettersi a posto lo stomaco; tirò fuori dal taschino alcune piastre per comprarne uno. Ma si ricordò degli uomini che, al deposito, stavano lavorando per lui. Mise in tasca le monete e dal portafogli sfilò una banconota.

- Vorrei venti panini, ce li hai pronti? - chiese al ragazzetto della bancarella.

- Venti? no. Pronti ne ho cinque.

- Va bene - riprese Brahim porgendogli cinquanta piastre - fra poco torno e me li fai trovare, D'accordo?

- D'accordo - rispose il venditore sollevando un braccio.

Giunto sotto la nave del cemento scorse l'incaricato dell'agenzia di spedizioni e gli chiese il motivo della sosta.

- Solo pochi minuti ancora - rispose - il comandante ha fatto sospendere lo scarico del cemento perché erano indietro con lo scarico del tondino, che sta dall'altro lato della stiva, per cui temeva che la nave si inclinasse troppo. Ora le piattine ci sono e si farà presto.

Brahim proseguì con la macchina verso la nave e visto un uomo in maglietta bianca e berretto blu appoggiato al parapetto che gesticolava e dava ordini a gran voce, scese dalla vettura e si accostò a filo di banchina.

- Capo! - gridò. Ma l'uomo continuava a sbraitare verso i gruisti e non poteva sentirlo. Quando un grosso fascio di tondino volteggiò sul ponte e poi perpendicolarmente sulla piattina, gli occhi del capitano, seguendo il carico, notarono Brahim che si sbracciava.

- Prego? - gridò portandosi la destra dietro l'orecchio.

- Quando riprendiamo col cemento? - chiese Brahim da giù mentre l'ombra del tondino lo colpiva.

- Ancora due piattine e si riprenderà! - sentenziò il capitano con un forte accento napoletano.

- D'accordo, grazie! - e tornò in macchina dall'impiegato dell'agenzia. Solo allora Brahim si accorse che non c'erano camion sottobordo pronti per il carico.

- Stanno là, sotto la tettoia - lo tranquillizzò l'uomo.

Brahim si avvicinò al primo avvisando di portarsi sotto la nave. Già che c'era si recò presso l'altro molo dove stavano scaricando le marmette; tutto sembrava procedere bene e non si fermò neppure. All'uscita del porto trovò i mezzi filoni già pronti e ben incartati; prese il pacco e il resto e filò via. Arrivato in cantiere, fece fermare tutti gli operai e distribuì i panini.

- Spero che non ci sia troppo felfel per te, ya sciabani - disse porgendo il pane al gruista.

- Ah, ah. Si vede che non mi conosci; a casa mia non mi siedo a mangiare se non vedo il peperoncino sulla tavola! sono cinquant'anni che vivo con voi! - aggiunse accostandosi a Brahim e abbassando la voce.

Dopo vari ringraziamenti si sedettero a mangiare, chi a terra e chi sulle casse. In un punto nascosto tra gli imballaggi e il muro di cinta, Muftah stava accendendo il fuoco per il tè.

Escluso il gruista italiano e i quattro operai fissi del deposito, nessuno aveva ancora capito che era Brahim il titolare del cantiere; gli altri lo capirono da alcune frasi dette dallo stesso Brahim durante la pausa. Un autista si disse felice di vedere finalmente un giovane arabo mettere su un'attività in così grande stile e si disse sicuro che avrebbe fatto dei grossi affari; era ora, continuò, che venisse frenata la libera espansione degli ebrei.

Brahim credette opportuno interrompere lì il discorso.

- Se tu sapessi quante cambiali ho dovuto firmare! occorre tanto coraggio per iniziare un lavoro del genere!

Una leggera pacca sulla spalla dell'autista e una sguaiata risata fecero cambiare argomento.

Quando alle tre del pomeriggio fu terminato lo scarico del cemento, Brahim trattenne tre operai che pose allo scarico delle marmette, che ancora continuava. Gli operai fissi e il rais vennero condotti ciascuno in un punto del deposito. Il cantiere era abbastanza in ordine, ma per l'indomani non una sola maiolica doveva risultare fuori posto. Brahim aspettava ospiti. Ospiti molto importanti.

 

 La domanda per una scopertura sul conto corrente presentata da Brahim alcune settimane prima avrebbe avuto finalmente una risposta. Sin dal primo incontro con un funzionario della banca, il neo imprenditore aveva avuto vita facile grazie ai passi che Isacco aveva in precedenza fatto presso i cinque o sei responsabili dell'istituto. A costoro aveva esplicitamente dichiarato che garantiva personalmente l'attività di Brahim. Non aveva detto che era lui il sovvenzionatore ma a quei signori non occorse altro per capirlo; del resto era quasi impossibile che di punto in bianco un uomo giovane quanto Brahim potesse trovarsi in mano tanto denaro. E poi era bastato scorrere le schede del conto corrente  per notare che a ogni addebito di divisa relativa ai materiali da sdoganare, precedeva un versamento in contanti. Sulla parola di Isacco facevano pieno affidamento e con le garanzie che offriva non si ponevano limiti! La pratica così era andata avanti speditamente.

Brahim aveva saputo della raccomandazione durante un colloquio che avevano avuto in macchina.

- Mostrandoti interessato a  me, avrai fatto capire tutto! - aveva detto con voce leggermente alterata, lasciando decelerare la vettura. Isacco gli aveva risposto sorridendo.

- Avevano già immaginato che c'era qualcuno dietro! per comprare ventimila sterline di materiale in contanti, i soldi non si trovano certo per strada e non si possono neppure risparmiare in cinque anni di lavoro. Ora sanno chi te li dà e sono tranquilli. La prossima settimana verranno a visitare il cantiere - aveva continuato Isacco - di solito mandano i loro segretari ma li ho pregati di venire di persona per vedere con i loro occhi. Ti raccomando di mettere tutto in ordine e di riceverli bene; compra delle sedie, qualche bibita e dei liquori. Ti informerò del giorno e dell'ora.

Brahim guardava avanti sulla strada, pensieroso, stupito sempre più di quell'ebreo che poteva tanto in una così grande banca.

- Te ne intendi di attrezzature edili? - aveva chiesto poi Isacco.

- Imparerò - aveva risposto Brahim.

- Dovrai dimostrare a quei signori di conoscerle a fondo, è importante.

- Chiederò a Nino di venire a darmi delle spiegazioni.

- Anch'io ho pensato a lui.

Brahim aveva voltato per un attimo il viso verso Isacco.

- In che senso?

- Sarebbe un ottimo aiuto!

- E' poco soddisfatto del trattamento che riceve attualmente.

- Bene, perché non gli offri di lavorare per te?

- Non ho osato.

- Chiediglielo per telefono, ti sarà più facile.

 

L'indomani mattina, dopo essere passato dal deposito per controllare gli operai, Brahim tornò in centro dove, in un negozio di mobili per ufficio, comprò una scrivania, otto sedie e un piccolo tavolino. Trasportati al cantiere, li fece disporre come meglio credette; nella prima stanza la scrivania con qualche sedia, nella seconda il tavolino e il resto delle sedie.

I funzionari della banca giunsero verso le dieci con una grossa Fiat blu condotta dall'autista; erano in quattro. Brahim salutò gli ospiti con calorose strette di mano; per l'occasione aveva indossato un nuovo abito molto scuro, quasi nero, e per la prima volta in vita sua mise la cravatta, anch'essa scura. Prima di accomodarsi nell'ufficio vollero visitare il deposito. Brahim si incamminò precedendo i quattro verso il capannone delle macchine edili per poi condurli ai marmettoni, alle maioliche, al cemento e così via. Su consiglio di Isacco, non accennò mai a costi e prezzi di vendita, si limitò soltanto a far notare il funzionamento di un paio di betoniere e le diverse qualità dei materiali. Dei quattro dirigenti, di cui uno solo libico, il più anziano e probabilmente il più autorevole, stava sempre accanto a Brahim e dava l'impressione di intendersi di tutto ciò che gli veniva spiegato. Gli altri due italiani lo seguivano a un paio di passi con le mani dietro la schiena senza far notare alcun palese interesse. L'arabo, staccato dal gruppo, si soffermava spesso a guardare attentamente i marmi e le maioliche. Il giro non durò più di mezz'ora. Al termine furono fatti entrare nell'ufficio dove erano state disposte le sedie intorno al tavolino. In un angolo, a terra, vi era una tinozza di plastica con mezzo blocco di ghiaccio, diverse bottiglie di bibite e una di whisky. Brahim prese un vassoio con dei bicchieri che stava sulla scrivania e lo pose sul tavolino.

- Grazie, grazie - disse il direttore - bevo con piacere qualcosa. Sì, va bene una coca - continuò seguendo il gesto di Brahim che indicava la bottiglia.

Sorseggiando la bibita, il funzionario continuava a reggere la conversazione. Stava ora complimentandosi con Brahim per il suo ottimo italiano.

- Ha studiato, forse, nelle nostre scuole? - gli chiese.

- No - rispose - sono stato a contatto con gli italiani sin da bambino in campagna e così ho avuto la fortuna di impararlo. Poi, qui a Tripoli, stando nel commercio, sono riuscito a imparare un po' anche la scrittura.

- Bene, bene.

Tutti fecero un sorriso di circostanza.

Attraverso la finestra aperta, a pochi passi, si scorgeva l'autista della banca attendere appoggiato alla vettura, con una sigaretta fra le labbra. Brahim, scortolo, si alzò di scatto, prese una bottiglia dal ghiaccio, chiamò l'uomo e gliela porse. Questi ringraziò più volte, si inchinò e tornò alla macchina. Per l'attento funzionario quel gesto di cortesia evidenziò l'innata attitudine del giovane arabo a conquistarsi simpatia e benevolenza.

Quel giorno non fu discussa la cifra del finanziamento e dopo una ventina di minuti i funzionari si accomiatarono e risalirono sulla vettura.

Nei giorni che seguirono la visita, Brahim fu impegnato nel contattare impresari e costruttori per informarli della sua nuova attività. Nuovi arrivi di materiale non ne erano previsti, fortunatamente, e fu così libero di prendere appuntamenti; prima di presentarsi, però, dovette informarsi sui prezzi che venivano applicati dagli altri depositi per potersi così regolare, confrontandoli con i costi franco deposito che gli aveva fornito Isacco. In questo lavoro fu molto aiutato da Nino il quale, all'invito di Brahim, lasciò la società italo-ebrea presso la quale lavorava. Lo scambio delle parti tra il padrone e il dipendente non fu commentato; a dimostrazione di quale fosse lo spirito che animava la gente di quel paese in quel particolare momento. Tutta la Libia era coinvolta in una grande evoluzione sociale ed economica; il petrolio cominciava a fornire enormi capitali allo stato dal quale passavano nelle mani dei privati attraverso appalti di grandi opere. Le stesse società petrolifere che avevano ottenuto le concessioni per le perforazioni, immettevano nel giro finanziario privato immense ricchezze attraverso il trasporto delle attrezzature dalle città costiere all'interno desertico e attraverso tutto l'apparato logistico necessario: palazzi per le sedi e abitazioni per i tecnici. 

Durante i giorni che erano seguiti all'offerta di Isacco di aprire il cantiere, Brahim aveva pensato spesso a Nino come collaboratore ideale nella difficile impresa. Da più di un anno l'italiano aveva lasciato la scuola per impiegarsi in una ditta che commerciava in materiali da costruzione; dunque  non sarebbe stato soltanto di aiuto morale ma anche tecnico. Presa la decisione e incoraggiato da Isacco, la difficoltà maggiore Brahim la trovò nel fargli la proposta. Nino gli ricordava buona parte della sua vita trascorsa in campagna e la sua figura rappresentava la monolitica famiglia italiana della casa gialla, il loro benessere e la loro cultura rispetto alla quale il giovane si era sempre sentito inferiore.

Si erano sentiti una sera per telefono. Al primo accenno della novità, Nino lo aveva invitato a casa per parlarne tranquillamente. Brahim non se lo era fatto ripetere.

Appena in casa, porgendogli la mano, Nino era entrato subito in argomento.

- Con Isacco?

- Sì... ma non deve saperlo nessuno.

- Lascia a te tutte le decisioni?

- Sì, lui vuol fare solo le ordinazioni.

- Capisco, e così farà allora, puoi esserne certo.

Brahim non riusciva a trovare le parole adatte per la domanda più importante.

- Senti, Isacco mi ha detto che avrebbe piacere di averti con sé - aveva detto infine.

- Con lui ?  al magazzino?

- No, non al magazzino. Al deposito.

- Al tuo deposito?

- Al mio deposito - aveva confermato Brahim sorridendo e calcando con la pronuncia sul "mio".

- Tu che ne pensi? - aveva chiesto Nino aggrottando la fronte.

- Non ti posso garantire molto; conosci sia me che lui, sta a te decidere valutando la situazione.

Nino aveva lasciato passare alcuni secondi.

- Brahim, siamo nati nella stessa terra io e te! perché non dovremmo vivere bene nello stesso ufficio?

Brahim era rimasto in silenzio non credendo necessario dare una risposta.

- Grazie - aveva detto porgendogli la mano.

 

Il giorno in cui Nino entrò al deposito come impiegato, fu anche aperta ufficialmente la vendita al pubblico. Nino, da buon venditore, non si fece scrupolo di contattare i clienti della ditta che aveva appena lasciato. Con diverse imprese bastò una semplice telefonata per far dirottare le ordinazioni verso la ditta Brahim Ben Salem. Brahim era entusiasta per un così facile inizio; il fido in banca era stato ottenuto ma non ancora utilizzato e i primi incassi già si vedevano. In un incontro con Isacco e Brahim, Nino fornì un lungo elenco di materiali indispensabili per avere un assortimento completo che soddisfacesse pienamente le imprese costruttrici, affinché potessero avere la comodità di fare le ordinazioni presso un unico fornitore. Secondo Nino la forte concorrenza si poteva combattere soltanto con la perfetta efficienza. Isacco trovò l'idea valida e già l'indomani mattina prese accordi con i rappresentanti per ordinare, fra l'altro, ferro e legname in grande quantità. Brahim accettò quello che i due avevano deciso.

La sorpresa di Nino fu grande, qualche giorno dopo, quando arrivarono dall'Italia le copie degli ordini a conferma delle richieste telegrafiche. Nel leggere le quantità si mise le mani nei capelli. Chiamò subito Brahim.

- Ma Isacco è impazzito - disse - ha ordinato tanta di quella roba che qui dentro non ci starebbe neppure se fosse del tutto vuoto!

- Ma non avete deciso insieme?

- No. Sulle quantità no. Gli avevo fatto solo un elenco delle misure più usate.

Brahim prese i fogli dattiloscritti fra le mani. Ma più che leggere stava pensando. Posò i fogli e si sedette alla scrivania. Si rialzò con decisione.

- Va' a cercare Isacco e mettilo al corrente, io voglio fare un giro qui intorno.

Uscirono entrambi con la propria macchina dopo aver incaricato Muftah di badare ai clienti. Nei pochi minuti in cui era rimasto assorto, aveva pensato e forse risolto il problema. Il materiale non sarebbe arrivato prima di venti giorni e in quel frattempo si potava ottenere quello che mancava: lo spazio. Si recò da un negoziante di generi alimentari che aveva la sua bottega lungo la strada per Suani e che faceva il sensale. Da lui seppe che erano in vendita in quella zona due lotti di terreno. A Brahim il secondo sembrò più adatto in quanto era molto vicino al deposito e di superficie più ampia. Saputo il prezzo, rimandò alla sera la conferma definitiva. Dopo due giorni il terreno fu suo. (continua)

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Ultimo aggiornamento ( venerdì 26 ottobre 2007 )
 
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