| BRAHIM - 12^ puntata |
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| Scritto da Administrator | ||||
| martedì 25 settembre 2007 | ||||
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12^ puntata
Nel frattempo aveva imparato a leggere l'italiano; gli era servito pochissimo tempo per comprendere le scritte in stampatello, qualche difficoltà in più l'aveva avuta invece per il corsivo. Isacco non era affatto preoccupato per l'assenza di un vero e proprio impiegato, conosceva le potenzialità di Brahim e non aveva quindi la minima intenzione di assumerne uno. Il ragazzo maturava e con l'esperienza aveva pure imparato quella difficile arte dell'imbrogliare che lasciava al cliente l'illusione di aver concluso un ottimo affare e al commerciante la soddisfazione di aver accontentato il cliente. Più che di imbrogliare si trattava di finti malintesi, di mezze frasi, di verità non dette, di volontari qui pro quo. Di tali proficui mezzucci Brahim divenne un vero maestro. Da chi avesse imparato non si poteva dire; bisognava averlo nel sangue quell'istinto del saperci fare, era sufficiente catturare un'occhiata o un cenno di chi già era maestro ed ecco che la dote innata si trasformava in arte. Brahim, pur essendo di indole riservata, in queste occasioni diventava ineguagliabile sia nel rendersi affabile con sorrisi e battute scherzose, che nell'offrire generosamente campioni gratuiti lodando, nel contempo, le scelte del cliente. Sistema adottato da tutti i bravi commercianti del mondo, soprattutto quando hanno davanti acquirenti che cominciano ad assaporare il gusto dello spendere. E in quegli anni a Tripoli il denaro iniziava a circolare. Migliaia di impiegati venivano assunti negli uffici governativi senza che si badasse al grado di istruzione; non sarebbe stato possibile infatti trovare un numero così cospicuo di persone con le qualifiche richieste; era sufficiente che sapessero leggere e scrivere per diventare impiegati, direttori, funzionari di ministeri, di banche, di comuni e di pubblici servizi in genere. Unico criterio per la selezione: la raccomandazione. E col posto di lavoro arrivava il relativo titolo: ai lavori pubblici si diventava ingegneri, al catasto geometri, alle finanze economisti. E' facile immaginare l'effetto che producevano su queste categorie di eletti la gentilezza e l'adulazione con le quali venivano accolti da Brahim quando offriva loro un depliant o un portasapone da mostrare in famiglia pregando di restituirlo per non rendere inutilizzabile l'intera serie. Il cliente si sentiva onorato per la fiducia che gli veniva accordata non immaginando che l'oggetto sarebbe stato venduto comunque, anche separatamente, e che in ogni caso l'avrebbe pagato quando si sarebbe presentato per ritirare tutto il resto. Così, soddisfatto, riferiva all'amico, al collega d'ufficio e la clientela aumentava sempre più. L'abilità di Brahim generava una autentica felicità in Isacco al quale sembrava di trovarsi davanti un proprio figlio, allevato fra le millenarie regole del commercio ebraico. Spesso gli chiedeva se fosse per caso di madre ebrea, certo che la battuta, nonostante la diffidenza esistente fra le due culture, non avrebbe offeso Brahim. Il giovane in effetti si faceva una gran risata mentre gli operai imprecavano scandalizzati all'indirizzo di Isacco. La paga intanto gli era stata notevolmente aumentata; probabilmente era nelle intenzioni di Isacco nominarlo ufficialmente capo magazziniere. Brahim aveva subdorato l'eventualità e, a dire il vero, non ne era del tutto soddisfatto. Da tempo pensava al suo futuro immediato e aveva capito che non avrebbe potuto né dovuto restare in quel magazzino. Non aveva lasciato la sua campagna per diventare e rimanere a vita un anonimo impiegato e, mirando a un obiettivo non ancora chiaro nella sua mente, aveva gettato il seme che lo avrebbe potuto inserire nella vita economica di Tripoli. Insieme a un ragazzo arabo che lavorava in officina con Gaetano aveva comprato un terreno di circa quattromila metri quadrati nella periferia della città poco distante dalla strada per Suani. Data l'ubicazione, il prezzo era davvero conveniente. Un italiano stava vendendo a piccoli lotti l'azienda che fino ad allora gli aveva fruttato ben poco anche perché non sufficientemente curata e ora, grazie alla vicinanza con la città, gli stava fornendo dei bei quattrini. Casualmente Gaetano era venuto a sapere della vendita e aveva pensato di comprare un lotto insieme al suo socio. Preferendo però inviare i risparmi in Italia, aveva rinunciato all'affare e lo aveva offerto a Brahim. In un primo momento il giovane non si era ritenuto all'altezza di assumere un tale impegno; i soldi che continuava a consegnare a Rosario non gli sarebbero bastati, ma non era questo l'ostacolo principale. Il dubbio gli era venuto dalla difficoltà di stabilire se si trattava di un buon investimento. Si era deciso dopo tre giorni. Ne aveva parlato con Isacco e si era fatto anticipare il denaro che gli mancava. Così la settimana successiva si era ritrovato comproprietario di un terreno edificabile. Che cosa dovesse farci non ne aveva idea; o meglio le idee erano tante ma tutte economicamente irrealizzabili al momento. Entrambi lo avevano comprato facendo debiti e dunque il primo impegno sarebbe stato quello di pagarlo. E poi? Costruire, affittarlo o venderlo quando avrebbe acquistato un valore maggiore? Quel giorno, dopo circa un anno, aveva estinto il debito con Isacco. Mentre riceveva le ultime quaranta sterline a saldo, l'ebreo si mostrò interessato al terreno e volle sapere quanto fosse grande e dove esattamente si trovasse. Brahim capì che stava maturando una qualche idea e temette di dover cedere a una sua eventuale richiesta. Con grande stupore, quella sera stessa verso le nove, quando si era appena disteso sulla stuoia per immergersi nei suoi tanti pensieri, sentì bussare e chiamare alla porta secondaria. Senza incertezza riconobbe la voce di Isacco e andò ad aprire. L'ebreo entrò. - Buonasera, Brahim. Stavi già dormendo? - No, ho appena finito di mangiare. - Mi dispiace, stasera andrai a letto più tardi; desidero tanto un buon tè come lo fate voi, me lo prepari? - Certo, vai pure avanti, ti prendo la sedia dalla cassa. L'uomo si avviò attraverso gli imballaggi. Brahim lo raggiunse reggendo una sedia che pose sotto la luce fioca della lampada. Isacco si sedette. Attese che l'altro si accovacciasse dietro un piccolo fornello a gas e che accendesse il fuoco. - Brahim, sono venuto a proporti un affare, un'attività da iniziare subito e da svolgere insieme; voglio parlartene ora, con calma. Su quel terreno che hai comprato l'anno scorso ho pensato di aprire un deposito di materiali da costruzione, naturalmente facendo tutto in società con te, a metà. Che ne pensi? Secondo me è proprio il momento buono. Quando Brahim aveva sentito la voce di Isacco alla porta gli era balenato in mente che venisse a proporgli qualche novità, ma non aveva sospettato niente di simile. La testa che teneva china sulla barrada ancora fredda si alzò di scatto con il labbro inferiore cadente; le mani che stavano soppesando le misure di tè e di zucchero si fermarono sospese con i cartocci fra le dita. - Isacco... certo che è una buona idea. Ma io che capitale ci metterei? Il terreno è poca cosa! - Ho già pensato come fare, non è un problema. Tutto è basato sulla fiducia che ho in te. Dunque faremo così. Iniziamo a comprare la metà del terreno da quel tuo amico; anzi domani mattina esci e gli vai a chiedere quanto vuole, mi dicevi che ancora non avete un'idea precisa di cosa farne, vero? Dunque gli faremo una buona offerta e te lo darà. - A me? - Certo, lo compri a nome tuo, è meglio. Dopodiché i primi acquisti di materiali li pagherò io; quando il cantiere sarà pieno a sufficienza andrai in una o più banche a chiedere un fido. Il terreno e il materiale risultano a nome tuo e forniranno una buona garanzia. - Beh, mi sembra tutto così semplice... che mi dà qualche pensiero...non so che dire. - D'accordo allora, Brahim, qua la mano. Ti assicuro che sarà un'ottima impresa, ma dovrai lavorare tanto e usare tutto il cervello che hai! Brahim versò il nerissimo tè in due piccoli bicchieri uno dei quali porse a Isacco. Per un paio di minuti non parlarono, apparentemente assorti nella degustazione dello shehi e forse Isacco pensava proprio solo a quello avendo ormai da parecchio tempo riflettuto sulla cosa. Non altrettanto Brahim il quale, se al posto del tè avesse avuto olio di ricino, lo avrebbe sorbito con la stessa impassibilità. Dopo che entrambi i bicchierini furono posati sulla stuoia, i due rimasero ancora un po' in silenzio. L'ebreo sembrava tranquillo e, con disinvoltura, spostò il cappello da un ginocchio all'altro e si piegò sul tronco per leggere la scritta su un cartone. Brahim invece aveva un viso serio, pensieroso e quasi preoccupato; era tormentato da un valido dubbio che in qualche modo, per sua tranquillità, aveva bisogno di chiarire. E sembrava che il mutismo di Isacco attendesse proprio una sua domanda. - Isacco, mi devi scusare se mi vengono delle perplessità. - l'ebreo a quelle parole si era immobilizzato nella posizione che aveva - ho la massima fiducia in te e poi, come mi hai detto, non impegnerò una sola piastra. Mi devi spiegare, allora, una cosa che non capisco; non ho una testa ebrea per capire un altro ebreo. Perché vuoi me come socio e non lo apri, invece, da solo il deposito? Isacco si mosse, quasi si destasse da un torpore; allargò le labbra in un secco sorriso, abbassò più volte la testa e si alzò. - Bene, bene - disse mettendo una mano in tasca e tenendo con l'altra il cappello - una domanda che mi aspettavo... anzi che desideravo mi facessi. E ti risponderò con franchezza. Ricordati però che alcuni segreti devono rimanere chiusi nei nostri cuori per sempre, capito? - dava in quel momento le spalle a Brahim e non si preoccupò di attendere la risposta - Dunque. Sì, è vero, posso fare tutto da me per quanto riguarda i capitali, ma non voglio... e forse non potrei. Brahim, tu sei arabo, libico, tutto di questa città ti può appartenere se lo ottieni onestamente e nessuno ti potrà ostacolare. Cosa sono io invece? un ebreo. Ti sento ragionare su molte cose ma non ti ho mai sentito parlare di politica, per fortuna. Un ebreo e un arabo vanno in perfetto accordo, ma due arabi farebbero la pelle a due ebrei, ne sei convinto? - Ma tu parli dei fatti di Suez, di Egitto e Israele! noi qui in Libia stiamo tranquilli, non ci interessiamo di quella roba. - Fino a qualche tempo fa, dici bene, nessuno si interessava di quei fatti, ma ora tanti ci guardano con sospetto, non certo i commercianti, che hanno spesso bisogno dei nostri prestiti, ma i giovani che più degli altri sentono e credono a radio Il Cairo, radio Damasco e tutte le altre. La nostra epoca qui in Libia secondo me è finita. Nessuno di noi se ne andrà volontariamente perché ne abbiamo viste tante, di cotte e di crude, che ormai l'ebreo, in qualsiasi parte si trovi, non ha più paura. E poi dove andare? in Italia? in America? in Israele? non certo noi vecchi, forse i nostri figli! dunque questa è la situazione attuale; tutto è calmo, gli ebrei lavorano come prima, ma sotto c'è qualche strano sentimento che serpeggia. Brahim, alzatosi si era piazzato di fronte a Isacco. - Stai esagerando! non ho mai sentito parlare contro di voi. Certo sento anch'io, a volte, le radio arabe che denunciano l'espansionismo di Israele e il suo armamento ma per noi quello è un altro mondo, non ci viene l'idea di associare voi che state in Libia con i vostri in Israele. - L'ho detto anch'io che possiamo ancora stare in pace, ma non per molti anni. Lo sai che parte dell'economia della Libia è nelle nostre mani? te lo immagini come si scatenerebbero a toglierci ogni cosa appena se ne presentasse l'occasione? non hai idea che cosa può fare di un popolo tranquillo un ideale! Dunque confermo; voglio mettere l'attività a nome tuo. In tal modo potrò investire ugualmente senza mettermi in mostra. Ci facciamo un favore reciproco ed è inutile, quindi, ringraziarci a vicenda, siamo pari. Un giorno ti potranno dire che ti sei arricchito con i favori di un ebreo; rispondi che l'ebreo conosceva mille arabi da prendere come soci ma ha scelto te! Isacco parlava tenendo la testa chinata, ogni tanto la tirava su e guardava negli occhi Brahim. Questi era rimasto in piedi, con le gambe divaricate e le braccia dietro la schiena; nascosto da una lunga ombra si vedevano a stento i contorni del viso. - Prendiamo la seconda tazza - disse Isacco dopo qualche secondo di silenzio. I due ripresero i propri posti e sorbirono il tè. - Domani a mezzogiorno telefoneremo al notaio Bashir e prenderemo accordi per la stipula del contratto. Per il prezzo del terreno cerca di tirare ma mettiti comunque d'accordo. Dovrai anche fare la domanda per la licenza, ti darò il nome di una persona che conosco e in dieci giorni l'avrai. Dobbiamo fare presto, è urgente entrare in tempo sulla piazza! Ho fatto un elenco dei materiali che bisogna avere sin dall'inizio, naturalmente tondino, legname, foratini e cemento. Questi li posso ordinare domani pomeriggio e in quindici giorni, tranne il ferro, potremo averli qui. Poi seguirà il resto. Tirò dalla tasca della giacca un foglio di quaderno sul quale aveva scritto in italiano con caratteri traballanti. Mise la carta nella migliore posizione sotto la luce e lesse a stento. - Maioliche, marmette, calce, gesso, carriole, betoniere e tutti gli attrezzi - rimise il foglio in tasca e guardò Brahim - Ehi! sto parlando con te, che ti prende, mi stai ascoltando? - Sì, certo che ti sto ascoltando, Isacco... ma quello che mi stai dicendo è una cosa enorme alla quale io, in certi momenti, ho anche sognato di arrivare... ora tu con due parole mi presenti l'impresa già fatta! Capirai che ho bisogno di pensarci, di fare dei calcoli... mi hai preso alla sprovvista e non riesco, così su due piedi, a ragionare su affari di così grossa portata! Vorrei pensarci qualche giorno. - Sì, capisco. Ma non c'è tempo per pensare, bisogna cogliere l'occasione e questa è la tua, non certo la mia, data l'età. E non devi ringraziarmi , t'ho già detto. Devi solo lavorare... e tanto. Domani sarà l'ultimo giorno che starai qui in magazzino. Ho assunto un ragazzo italiano che ti sostituirà. Bisognerà mettere un po' di ordine in quel terreno, ripulirlo, recintarlo e fare un cancello. E tutto entro pochi giorni. - Hai già organizzato tutto, come se avessi già accettato! - Sei un ragazzo intelligente, perché non dovresti? Isacco si alzò. - Me ne posso andare, ci rivedremo domani. Una cosa ancora: non dire a nessuno di questo nostro affare, di' solo che ti ho prestato dei soldi per metterti in proprio, d'accordo? Buonanotte... e dormi! Calcatosi il cappello sulla testa si avviò verso l'uscita. Brahim lo precedette e gli aprì la porta. L'arabo tornò sulla stuoia, si sedette con i gomiti sulle gambe incrociate e le mani sotto il mento e così rimase per parecchi minuti. Poi si alzò, infilò una mano nella valigia della biancheria e tirò fuori un pacchetto di Safir, si risedette, si accese una sigaretta e cominciò ad aspirarla lentamente, a occhi semichiusi. Finito di fumare, spense la luce e si sdraiò. Quella notte non riuscì a dormire; nella sua mente confusa giostravano cifre, speranze e ricchezze. (continua) Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (19) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 353
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| Ultimo aggiornamento ( domenica 14 ottobre 2007 ) | ||||
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