| Sostiene Villari - 1° c. |
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| Scritto da Livius | ||||
| giovedì 14 gennaio 2010 | ||||
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Le Lettere Meridionali, ed altri scritti sulla questione sociale in Italia.
Sostiene Villari che in molti scritti del suo tempo “le due idee che in essi s’incontrano più spesso ripetute, sono queste: lo stato presente di cose è deplorabile, ma è conseguenza necessaria del passato e delle leggi economiche.
Nessuno ci ha colpa, nessuno può, nessuno deve essere accusato.« Se in una bottega » così abbiamo letto in uno di questi scritti, «mi chiedono un per un goletto (colletto per camicia da uomo n.d.r.) ottanta centesimi, e nella bottega accanto me ne chiedono invece sessanta per uno egualmente buono, c’è alcuno che si crederà in diritto d’obbligarmi a preferire la prima, o non riderà di me, se la preferisco io stesso? Con quale ragione dunque mi si potrebbe obbligare a pagare la giornata del lavoratore 80 centesimi, se ne trovo quanti ne voglio a 60? (…) ». E non veniva mai in mente allo scrittore di domandare a se stesso, se c’era una differenza fra un uomo e un goletto, se lo stato di cose che esso descriveva, come necessaria conseguenza del passato, era oggi o no dannoso alle condizioni morali del paese, e se era dovere di tutti il cercarvi, in ogni modo possibile, rimedio. Manca assai spesso, in questi scritti, il sentimento dei molteplici doveri che ha la classe dei proprietari come classe dirigente e governante, dei diritti che hanno i contadini, come produttori della ricchezza pubblica”. Sostiene Villari di essere dell’avviso del senatore Boccardo, quando questi “biasima l’ottimismo di coloro i quali negano la possibilità d’una questione sociale in Italia, e quando dice che i possidenti del nostro paese non hanno capito che la loro unica salvaguardia sta nel migliorare le condizioni del contadino…” I lavoratori italiani di oggi sono soprattutto figli dei contadini dell’Italia di ieri. Ma questi, sostiene Villari, erano in buona sostanza i “produttori della ricchezza pubblica” del tempo. Sono poveri i lavoratori italiani di oggi? Secondo chi si occupa e si preoccupa del nostro panem et circenses quotidiano, sicuramente no; ma, sostiene Villari ne “Le lettere meridionali” come anche in altri suoi scritti sulla questione sociale in Italia, che il lavoratore non può in realtà uscire da una situazione di povertà qualora lo Stato, nel proprio tessuto sociale, permetta contratti di lavoro iniqui, discontinuità strutturale del lavoro stesso (precarietà), come anche l’assenza di un sistema bancario che operi verso i lavoratori/produttori di ricchezza con criteri e principi diametralmente opposti a quelli usurari che proprio sulla povertà e sul bisogno si fondano e speculano. Riguardo l’argomento dei “contratti iniqui” di lavoro, Pasquale Villari osserva, legge, si informa e ci racconta (Le lettere meridionali – I rimedii ) che “Il 15 febbraio 1850, il Gladstone, primo ministro d’un paese che è più di tutti contrario all’ingerenza dello Stato, diceva, in mezzo all’assenso generale della Camera dei Comuni, queste memorabili parole :« Nessuno apprezza più altamente di noi la libertà dei contratti; essa è la radice di ogni condizione normale della società. Ma anche in quelle condizioni sociali, che noi riconosciamo come normali, non è possibile concedere illimitata libertà di contratto. La legislazione inglese è piena di queste ingerenze dello Stato, ed il Parlamento ha dimostrato una decisa tendenza a moltiplicarle. Voi non permettete nelle officine, che il padrone impieghi l’operaio con tutte le condizioni che questi accetterebbe; voi non permettete che lo shipmaster trasporti gli emigranti, con ogni specie di quei contratti che pure ambedue accetterebbero. E il caso dell’Irlanda è ancora più grave, perché questi contratti, quantunque nominalmente liberi, tali non sono nel fatto, per le condizioni speciali del paese. Anche nei casi in cui la legge ha lasciato l’Irlandese pienamente libero, le condizioni in cui si trova lo hanno privato della sua libertà; ed è perciò divenuto nostro stretto dovere l’intervenire per difenderlo. In un paese dove le braccia abbondano, e non v’è altra industria che l’agricoltura, il contadino non è più libero nel fare il contratto col padrone. Può essere perciò necessario di prescrivere con legge, fra certi limiti, i termini e le condizioni dei contratti agrarii ». La legge fu approvata e, sostiene Villari, sempre ne I rimedii, che “il Parlamento inglese si guardò bene dal rendere obbligatoria per tutti una sola forma di contratto. Invece, lasciando libere quelle che esistevano, si restrinse ad annullare tutte le condizioni che giudicò contrarie alla giustizia ed al pubblico bene. I miglioramenti portati nel fondo dal contadino, che prima andavano ad esclusivo vantaggio del proprietario, debbono, secondo la nuova legge, essere da questi invece pagati al contadino. Il contratto con cui questi facesse rinunzia di un tale risarcimento, è nullo. Il proprietario non può, senza ragioni giustificate e determinate, mandar via il contadino che ha preso in affitto la terra, ed è tenuto a rifarlo del danno che gli reca, licenziandolo senza ragione. La legge tende a prolungare i termini dell’affitto sino a 30 anni, riguardando quelli a breve scadenza come dannosi, e tende a spronare il contadino a migliorare la coltura dei campi, a suo proprio vantaggio”.
Sic… che Ministri. Mi viene in mente un certo scocciato ministro Castelli, l’altro giorno, un momento che digito sul programma di Michele Santoro, “Anno Zero”. Il politico lamentava la propria insofferenza verso una signora siciliana che aveva da poco manifestato a sua volta il suo rincrescimento per la situazione che nella sua regione andava peggiorando di giorno in giorno, riguardo l’occupazione…
Già una volta ebbi occasione di ammirarlo nel modo in cui riesce con facilità ad uscire completamente dal ruolo di ministro, per tuffarsi con enfasi liberatoria in quel suo io per il quale deve raccontare a se stesso per l’ennesima volta di quando lui, (anche lui) , epicamente, decise di "scendere in campo" e iniziò andando ad attaccare i giusti manifesti per strada… Ora invece rampognava la povera signora in quanto sempre lui, tanti anni prima, si svegliava presto la mattina per andare a fare il rappresentante di non so che in giro, e ritornava poi tardi a casa… Lo stato di evidente alterazione gli faceva poi sottolineare lo stato di precario del povero giornalista Mentana (credo imbarazzatissimo) lì vicino a lui (sicuramente intendeva: “E lui che dovrebbe dire?”) per sfumare infine sul dubbio mal celato che i siciliani possano un giorno decidersi a mettersi a lavorare, e buona notte. E invece i lavoratori italiani di oggi, tutti, stanno regredendo sempre di più. Così è…dagli anni 80 (o no?), fra potere d’acquisto dello stipendio e precarietà del lavoro (questo soprattutto dagli anni 90). Si iniziò tutto sommato con la politica del diritto al lavoro da parte delle donne e, immancabilmente, subdolamente e italianamente, attraverso questa “patente” di una faccenda sacrosanta da risolvere, si realizzò in realtà la prima fregatura, ovvero la possibilità con le ovvie leggi di mercato merci (e quindi oggi anche delle persone…) legate all’abbondanza di mano d’opera creatasi, di poter abbassare man mano lo stipendio unico del nucleo familiare anni 70, per farne con il medesimo “due” (moglie & marito). Insomma, l’acquisizione di un diritto giustissimo, nell’Italia dei furbi, della contingenza bloccata, di tutti i diritti lavorativi persi nell’ultimo trentennio, eccetera, diventa anche (sim sala bim) che un nucleo familiare ha sempre la stessa entrata mensile con una mamma meno presente in casa e che invece di un lavoro ora ne ha due… Negli anni 90 tutto peggiora: i furbi della politico-finanza connection tirano fuori parole come “flessibilità” e via dicendo, e così alla fine del decennio i lavoratori sono pronti, a novanta (gradi), con i contratti del nuovo millennio voluti sicuramente da chi, letto il Gladstone anche lui come Villari, ha pensato che quelle tesi fossero in effetti abbastanza istruttive e illuminanti per fare nel nostro paese l’esatto opposto, per i soliti chiari interessi… D’altronde anche l’entrata dell’euro in Italia è stata usata per fini poco nobili, dai soliti noti; per l’altra entrata, quella mensile della famiglia italica, dei lavoratori in genere, sempre quelli, gli stessi, che producono la ricchezza nazionale e poi cittadini contribuenti in primis, l’euro è stato: mazzate per gli stipendi e speculazione per le solite mani libere (dicesi in primis quando il fisco guarda prima te, e poi poco o per nulla la classe potente e opulenta, per la quale dicesi “contribuenti cum scutum fiscalis"). Penso alla mentalità ancora così individualistica dell’italiano, che forse vizia ancora fondamentalmente la mancanza nel nostro paese di opinione, e anche indignazione pubblica… E quindi penso anche alla speculare stampa che ci meritiamo. Sostiene in proposito Villari… “La nostra indifferenza nel lasciar correre il male, e dire che non c’è rimedio, invece di unirci tutti a combatterlo dovunque si trovi, è segno della nostra corruzione, è la causa che più aiuta a diffonderla. L’italiano d’una provincia, quando nota con calma il male che germoglia in un’altra, e, soddisfatto che ne sia immune il suo luogo nativo, non crede di dover pensare ad altro(…) non s’accorge che pronunzia la sua condanna, e dimostra di non avere la moralità politica che è necessaria a far parte di un popolo libero. Un giorno il deputato inglese Plimsoll, passando ogni confine delle sue parole (alterato alquanto n.d.r.) , denunziò nella Camera dei Comuni le iniquità di quei ricchi e potentissimi armatori, che costruivano navi, le quali non potevano tenere il mare; e dopo averle assicurate, le facevano partire, non curandosi poi che naufragassero in gran numero, perché se i marinai morivano, essi invece guadagnavano il premio dell’assicurazione. Il Plimsoll allora fu punito con la temporanea esclusione dalla Camera, e i nostri giornali levarono a cielo la disciplina del popolo inglese. Si fermarono però assai poco sul secondo atto del dramma. Il giorno dopo quella memorabile discussione, tutta la stampa, tutta l’opinione pubblica inglese si sollevò unanime contro gli abusi denunziati dal Plimsoll, il quale potè, ritirando le parole offensive, e riconfermando i fatti da lui rivelati, tornare alla Camera, e far vincere la legge proposta, prima che la sessione fosse chiusa” (Pasquale Villari, L’Italia giudicata da un meridionale, Nuova Antologia, 1 dicembre 1883). Che dire. Proprio come da noi, più di un secolo dopo. O no? No. Una frase tipo "Il giorno dopo quella memorabile discussione, tutta la stampa, tutta l’opinione pubblica italiana si sollevò unanime contro gli abusi denunziati..." eccetera eccetera, al momento è ancora fantascienza; chissà perchè... Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (78) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 481
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