| Forti coi deboli, deboli coi forti: una storia italiana |
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| Scritto da Marat | ||||||
| mercoledì 13 febbraio 2008 | ||||||
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Il poveretto, avendo messo da parte qualche soldino per la vecchiaia correndo in moto, e non fidandosi dell’Agenzia delle Entrate che, tra cartelle pazze e dirigenti scemi, semina il terrore nei contribuenti, si è preso la residenza (fittizia) all’estero e si è dato da fare ad evadere all’ingrosso alterando in maniera grottesca le sue dichiarazioni dei redditi. Una volta scoperto, è stato minacciato di sanzioni, carcere e tortura, e i solerti 007 delle tasse gli hanno comunicato il debito fiscale: una cifretta sui 112 milioni di euro da resituire senza indugio.
Questo è l’antefatto. In ogni paese civile l’evasore in questione, sottoposto prontamente alla gogna mediatica, sarebbe stato costretto a restituire la somma senza discutere, pena il carcere. Non per niente Al Capone, il gangster della Chicago anni ’30, fu incastrato dalla legge non per gli omicidi commessi, né per il contrabbando di alcolici o lo sfruttamento della prostituzione, bensì per evasione fiscale. Cioè fu spedito ad Alcatraz da dove uscì quasi vent’anni dopo ridotto ad un rottame. In Cina fanno prima: ti fucilano facendoti pagare la pallottola e amen. In altri paesi non si arriva a tanto, ma la sostanza è la stessa: se non paghi le tasse sei un criminale, sovversivo e pericoloso perché togli finanziamenti allo stato sociale e alla macchina amministrativa, in definitiva rubando risorse alla comunità. Non è un concetto da poco, e mi riferisco soprattutto all’America: pagare le tasse non è solo un onere, ma anche un privilegio, un modo attraverso il quale il cittadino si sente parte integrante della collettività, e non farlo significa rinnegare i valori fondanti della società e diventare un essere moralmente indegno. Un’accusa di evasione fiscale può mettere in ginocchio la carriera di un politico, di un attore hollywoodiano, di un medico di fama internazionale. Certo, la pressione fiscale in questi paesi, e ripenso ancora all’America, è sicuramente inferiore alla nostra, si paga di meno ma guai a sgarrare. Da noi la filosofia è ribaltata. Pagare le tasse è una seccatura, visto poi che fine fanno i soldi rastrellati dal Fisco, per lo più impiegati a mantenere dipendenti pubblici improduttivi, carrozzoni clientelari, enti statali e parastatali inutili o dannosi, servizi collettivi fatiscenti e inadeguati, lavori pubblici improbabili dai risultati imbarazzanti e via discorrendo. Quindi non solo non è immorale non pagarle, ma addirittura è un merito. Un vanto da esibire presso amici e conoscenti, una dichiarazione di italica furbizia che attira comprensione, ammirazione e magari anche un pizzico di invidia. Salvo quando il Fisco ti becca e allora devi restituire il maltolto. Ma qui la faccenda prende due strade diverse. C’è la strada percorsa dalla massa che, per un errore nella compilazione del modello Unico, per una interpretazione errata delle relative istruzioni, per una svista del commercialista o anche per una disattenzione degli impiegati dell’Agenzia, si trovano inseguiti da missive minacciose tipo la Mano Nera che ingiungono perentoriamente di saldare il debito con le sanzioni e gli interessi e il pizzo (massì, anche quello) pena il trasferimento della pratica a una società di recupero crediti con corollario di fermi amministrativi, pignoramenti, iscrizioni ipotecarie, tortura e squartamento. Lo chiamano “ravvedimento operoso”, modo elegante per dire paga o muori. E badate bene, queste operazioni di intimazione alla restituzione di somme dovute, peraltro legittime, vengono esperite anche per somme irrisorie, addirittura inferiori al costo della raccomandata A/R con cui vengono notificate al viscido evasore. Fin qui per la massa. Poi c’è la strada dei VIP miliardari, bella larga, in discesa, dotata di numerose aree di sosta da cui gustarsi il panorama (magari gettando un’occhiata sulla stradina polverosa in salita dove sgomitano gli evasori comuni dei cento euro) e di numerose stazioni di servizio per fare il pieno di complimenti e leccatine. La strada percorsa dai vari “dottor” Rossi, dai vari Pavarotti, Maradona e così via. A questi non si ingiunge un tubo: si fa loro una faccia di circostanza tipo “ma dottor Rossi, cosa mi dice mai? Non si è ricordato di pagare le tasse? Vabbè, lei ha tanti impegni poverino che qualche cosa può pure sfuggire!”, si stabilisce la cifra dovuta e poi si inizia la trattativa tipo suk di Marrakesh, con il responsabile delle Entrate (lo vorrei conoscere di persona, avrei due o tre cose da dirgli, cose che per decenza non scrivo) che fa un’offerta e l’evasore VIP che fa una controfferta tipo il gioco dei pacchi di Insinna, poi una nuova offerta e una controproposta, poi una discussione bonaria, un rilancio, un controrilancio, un “parol”, un’offerta al buio, una proposta e infine l’accordo. L’accordo che per il “dottor” Rossi consiste nel pagare al Fisco 35 milioni al posto di 112. Cioè un terzo circa della cifra dovuta. Ah, mica da dare sull’unghia o in un anno, no, quello vale per la massa. Per i VIP la cifra viene divisa in tante comode rate di 1,5 milioni di euro per esempio, che noi non vediamo in una vita ma per loro equivalgono a una rata per la lavatrice. Tutto qui? No, perché il coglione di turno dell’Agenzia, nella sua sudditanza psicologica al VIP gli fa pure gli auguri di vincere ancora così potrà pagare di più. Magari in comode rate. Con lo sconto del 66 per cento. Cosa che a noi è negata. Ma la legge non era uguale per tutti? Scrivi Commento
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| Ultimo aggiornamento ( mercoledì 13 febbraio 2008 ) | ||||||
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