Enzo Biagi. Alla memoria, che non se ne deve andare. PDF Stampa E-mail
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sabato 10 novembre 2007

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Nel mese di ottobre 1992 usciva l'inserto redazionale "Mani Pulite - Storia della corruzione in Italia dal dopoguerra a Tangentopoli" riservato ai lettori di PANORAMA, in occasione dei 30 anni compiuti dalla rivista. Ci auguriamo che quanto prima questo prezioso "libro inchiesta" possa finire come libro di testo generale sui banchi di scuola di tutti  i ragazzi italiani. Di questo torneremo a parlare, perchè è importante, è necessario e vitale che nessuno possa impadronirsi della nostra memoria. Il libro inchiesta veniva così introdotto da Enzo Biagi:

 

 

Mazzetta all'italiana

di ENZO BIAGI

 

 

Parlo dei nostri onorevoli: a quanto pare non hanno imparato nulla. La Commissione inquirente, detta anche «la gran­de insabbiatrice», ha negato l'autorizzazione a procedere contro il cassiere della Dc, il senatore Severino Citaristi. La mag­gioranza, obbedendo a una collaudata consuetudine, ha fatto quadrato. Niente tribunale.In trent'anni la magistratura ha chiesto 520 volte di poter apri­re un'inchiesta sui parlamentari indiziati di qualche reato: 485 domande sono state respinte. E si trattava anche di peculato, eva­sione fiscale, truffa ai danni dello Stato, frode in commercio e perfino omicidio colposo.Altra curiosa "inadempienza": tre deputati non hanno presen­tato alla Camera, come la legge impone, il loro "740". Provateci, e poi raccontatemi come è andata a finire.La gente è indignata, e la Chiesa aggiorna l'elenco dei peccati: oltre a quelli soliti e tradizionali, che vanno dall'adulterio alla ubriachezza, vanno messi in lista le frodi delle imprese, e quelle fiscali, le speculazioni in Borsa, la corruzione politica, e anche la guida pericolosa e l'abuso di medicinali.Ma le mazzette mi sembrano una delle offese più gravi a Dio e alle tasche dei cittadini. Anche perché la storia è lunga e antica.C'è chi ha tentato una cronologia degli scandali, ma fatalmente ci sono dei vuoti: ricordo che si cominciò con una fornitura di tu­te per i postini, e vi rimase compromesso un sottosegretario che si chiamava Fano, poi arrivarono le banane, il tabacco, l'aero­porto di Fiumicino, il petrolio, gli ospedali, le carceri, le autostra­de, la Lockeed, la Federconsorzi, le lenzuola d'oro, il Belice, l'Irpinia, Sindona, Giuffrè, l'Ambrosiano, i"fondi neri" dell'Iri.Secondo Piero Ottone, «siamo come l'impero ottomano», bat­tiamo ogni primato, secondo gli italiani (indagine Makno) 82 sudditi della Repubblica su cento sono convinti che la tangente è «moltissimo, molto, abbastanza diffusa». Del resto, afferma una sentenza del Palazzo di Giustizia di Catania, non è neppure reato pagarla: lo Stato è debole, e non protegge il ricattato.Ha detto Malraux: «Non si fa politica con la morale, ma non si fa meglio senza». II potere ha sempre cercato i privilegi, convin­to, in fondo, dell'impunità. E ha sempre accettato qualche "dono": perfino Lenin gradì i generosi sostegni dei mercanti russi, e Hitler avrebbe fatto poca strada senza l'aiuto dei banchieri e de­gli industriali della Ruhr, e le rotative del Popolo d'Italia girarono più allegramente quando i francesi incoraggiarono Benito Mus­solini che voleva a tutti i costi che l'Italia entrasse in guerra.Sembra di essere ritornati al tempo dei signori e dei signorot­ti: e al posto del valvassore e del re c'è il Comune, o la Re­gione, o la Ussl, o i Trasporti, o i Lavori, o le Finanze.Allora non c'era il bollo di circolazione e non c'erano neppure le autostrade, ma l'artigiano o il servo della gleba trovavano sbarrata la strada polverosa, e bisognava versare il « rotatico», e al cavalca­via, ancora mano alla borsa, e avanti col «pontatico» , e, se le man­drie dovevano pascolare, pronto un altro balzello: «l'erbatico».Anche la tecnica di riscossione è collaudata. Ferdinando Il è stato il penultimo sovrano di Napoli. Era molto cattolico e molto cinico, e si era fatto un'idea realistica della burocrazia: «Chi trae grandi guadagni dal lavoro» sosteneva «farà di tutto per non per­derlo».A un capoccione che gli domandava un adeguamento dello sti­pendio, il re diede un non tanto spassionato consiglio: «Tardate a mettere la firma sul mandato di pagamento ai fornitori».Il pubblico ufficiale capì subito, e mise assieme un bel mallop­po di scudi: anzi, diventò ricco. Ma si sa che è difficile stabilire un limite all'ingordigia.Ci pensò Ferdinando che una sera, a passeggio in via Caracciolo, vide arrivare su uno splendido calesse tirato da lucidi cavalli il funzionario. Capì che il suo suggerimento era stato rispettato e con un eccesso di impegno. Lo bloccò bruscamente: «Mo' firma, ‘cca si no te manno a Nisida».La degradazione è tanta e così diffusa che la parola scandalo ha perso il vero significato: non coinvolge né la coscienza né i va­i interessati. Siamo diventati come Petronio Arbitro che di fronte alle orge di Tigellino non si scomponeva: una donna nuda ti turba o ti eccita, molte ti nauseano.Ai partiti servono sempre più soldi: ogni loro manifestazione è una messa in scena, il trionfo dell'addobbo. E gli apparati costa­no, e le campagne elettorali anche. Ma oltre alle casse romane, e alle varie correnti, i quattrini prendono altre destinazioni: come dimostrano i conti nelle banche svizzere. Ci sono gli intermedia­ri, i portaborse, i segretari, i funzionari amministrativi, e per salvarli, una volta, si faceva in modo che venissero eletti in Parla­mento, per assicurargli l'impunità. L’architetto De Mico, per sbrigare con eleganza e alla svelta la pratica della bustarella, aveva addirittura inventato un modello di valigetta che potrebbe essere battezzata «mezzo miliardo». Un capolavoro del design e dell'altissimo artigianato: non poteva contenere neppure un biglietto da mille in più, conto esatto cinquecento milioni.Ha scritto in una sentenza Antonio Lombardi, un giudice istruttore: «Si paga al ministero o negli uffici dell'impresa, per strada o al cantiere, in pieno giorno e a tarda sera, in cielo, in ter­ra, in ogni luogo».Tangenti, pizzo, racket: e un fatturato che si aggira tra i 18 e i 20 mila miliardi. Racket: vengono in niente i film con Edward G. Robinson, bocca larga, sigaro tra i denti, vestito gessato, e pistola sempre pronta, così si chiamavano quelle raccolte di fondi.È sicuro che non esistono isole felici, e che gli sporcaccioni non hanno patria, e ne peschi da tutte le parti. Sono capitato nel­lo Zaire: l'obolo, obbligatorio, lo chiamano « pour la bière», e il primo assetato che incontri è il doganiere dell'aeroporto. Poi si prosegue. In Messico la polizia non interviene se non dietro man­cia, neppure in caso di omicidio. In Indonesia, a scanso di equi­voci, il presidente Tien Suharto è rispettato dai sudditi col nomedi «Mister Tien per cent».Brutte figure ce ne sono ovunque: forse Oscar Arias, che nel 1987 ricevette il Nobel per la pace, venne eletto alla guida del Co­starica coi soldi degli spacciatori di droga.Il generale Ochoa, eroe della rivoluzione cubana, è stato fucila­to con la scusa che aveva smerciato tonnellate di droga. Anche in Unione Sovietica il genero di Breznev faceva traffico di valuta e di gioielli. In America c'è stato prima il Watergate che ha fatto saltare Nixon, poi l’Irangate che ha messo nei guai Reagan. Ma sono storie di slealtà più che di commerci illeciti.Anche la Santa Sede è stata compromessa nel crack dell'Am­brosiano: l'evangelico soldo della vedova, monsignor Marcinkus l'aveva affidato a Roberto Calvi. Quella scelta e costata alle finanze vaticane 240 milioni di dollari.Nelle avventure dei politici stranieri, di solito, c'è meno danaro e più sesso: sono più libertini che ladri. In Grecia il vecchio Papandreu chiude gli occhi sui prezzolati, ma li apre su una giovane e prosperosa hostess. In Inghilterra il ministro Profumo mente non su degli assegni circolari, ma su una party girl, Christine Keeler, che saltellava su vari letti.Anche Willy Brandt faceva discutere, ma perché aveva tra i col­laboratori una spia dell'Est, e in segreteria una gradevole trenten­ne che non piaceva ai compagni.La morale, in Giappone, è apertissima agli incontri dei gover­nanti con le geishe, un po' meno con certi industriali. Invece ne­gli Stati Uniti Gary Hart, candidato alla Casa Bianca, ebbe il percorso sbarrato da un fatale weekend trascorso con un'indossatri­ce che non era sua moglie.«Perché una società produce scandali?» è stato chiesto a Mino Martinazzoli, rispettato parlamentare della Dc. «Perché è fatta di uomini». Che dalle nostre parti esagerano. Un rappresentante del popolo ha spiegato che la democrazia è come un supermarket non solo perché dentro c'è di tutto, ma perché il gestore del gran­de magazzino sa che deve accettare una regola, e metterla in bi­lancio: un 3 per cento della merce va destinata al furto. Non si può dunque fare a mano dei ladri.Forse anche per questo la ruberia è ormai una consuetudine: a seguire la cronaca, pare impossibile che non esista un appalto corretto, un'asta senza imbrogli e senza l'intromissione dei faccendieri: dove lo Stato decide, il sottobanco è obbligatorio.A un tratto scoppia Tangentopoli, a Milano: sembra che tutti sapessero, e nessuno si meraviglia. Si fanno anche le classifiche: il partito che ha dimostrato la maggiore vivacità in materia di bu­starelle è il PSI: ha i suoi rappresentanti negli ospedali, nel Piccolo Teatro, nell'Ipab, nel Trivulzio, un pio istituto per i vecchi, nel passante ferroviario, nell'edilizia cimiteriale, nei corsi professio­nali e in attività varie.Indro Montanelli mi ha raccontato che seguì da cronista il congresso socialista di Firenze, quello che anticipò l'entrata dei seguaci di Turati nel governo. Un solo delegato si alzò per esprime­re la sua contrarietà, un vecchio militante, il probo senatore emi­liano Ferdinando Santi.In un intervallo Montanelli gli chiese il perché di quella dura opposizione: «Io li conosco» disse Santi, piuttosto addolorato «se si siedono a tavola, non si alzano più».Al secondo posto il Pds: capisco perché Occhetto ha pianto. Cer­to è più facile spiegare il cigolio dei carri armati a Budapest che il lampeggiare blu delle auto dei carabinieri. Nell'elenco dei possibi­li reprobi: un deputato, il segretario cittadino, un assessore, un consigliere comunale, poi i soliti vice presidenti: gente contraria allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, ma non dell'appalto.Terza la Dc: col suo cassiere, perché c'è rispetto delle compe­tenze, e col segretario regionale, più alcuni distinti lottizzatori che dividevano cariche e incassi. Ultimi, anche per l'esiguità delle forze, i repubblicani. I socialdemocratici sono rappresentati, finora, da ex: che furo­no irresistibilmente attratti dal garofano. Ma sul piano nazionale, Tanassi e Longo sono finiti in carcere, e Nicolazzi è in attesa di processo.È vero che l'occasione fa l'uomo ladro, ma inquieta una domanda: il ladro è democratico? Nel suo primo discorso da presi­dente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro ha detto: «Non c'è pericolo più grande della collusione tra politica e affari».Non è possibile che tra quelli che contano nessuno sapesse da dove arrivavano tutti quei soldi per le feste, i manifesti, gli spot televisivi, di legioni di funzionari. Neanche chi crede nei miracoli può confidare nella Provvidenza: Gesù moltiplicò i pani ma non risulta che gestisse forni.  Per me la storia dell'assessore romano Mancini, Psdi, che pri­ma depone una corona al monumento a Matteotti e poi, appena ha le mani libere, va a prendere la consueta bustarella, interpreta il copione nazionale. Prima, con un nobile e toccante discorso, il compagno esalta la virtù del defunto «che si batté fino alla morte contro quella cultura dell'illegalità che è così presente ai nostri giorni» poi, sbrigata la parte ufficiale, passa di corsa a riscuotere.Mi chiedo: ma prima d'ora nessuno ha mai indagato su queste autorità, su questi apostoli votati al bene di tutti, alla società, in­tesa soprattutto come anonima, mentre siamo stati perseguitati dagli sproloqui contro gli evasori? E c'è ancora chi, come il catto­lico socialista Acquaviva, che insiste a distinguere tra «i casi di corruzione evidente» e «situazioni che attengono al finanziamen­to dei partiti»: come se ci fossero due morali.La distanza tra Roma e il resto dell'Italia è enorme: la citta­della del potere non ha ancora capito che, con le elezioni del 5 aprile, sono caduti l bastioni dell'indifferenza, della sopportazione, e anche quello del privilegio. I fatti parlano più forte dei giornali e sono invincibili.Anche il giovane Stalin, si racconta, aveva il problema di pro­curare rubli ai bolscevichi, e se fa cavava assaltando le banche: si tratta sempre di un rapinatore, ma almeno correva qualche rischio e in fondo è più comprensibile, se non rispettabile, di chi derubava, con ricatti, i cittadini.Apprezzo Craxi quando proclama: «Basta con l'ipocrisia», e conferma che non c'è partito che non sia corrotto, e che si è sem­pre saputo. Solo mi chiedo se era proprio necessario che si desse da fare il giudice Di Pietro per indurre il leader socialista a con­fermarlo.Lo sapeva, dunque, che c'erano in giro tanti «mariuoli», come il compagno Chiesa, che agiva alla Baggina, e molti altri col garo­fano rosso, che non tenevano tra i denti, come le ballerine, per­ché disturba quando si deve mangiare, ma infilato all'occhiello.Si paga anche per un diritto, non per un favore. C'era una do­manda classica: «Conosci qualcuno?»; ma credo non serva più. Alcuni imprenditori dovevano tenere un computer per prendere nota dei miliardi distribuiti. Si potrebbe tracciare una mappa dell'immoralità, anche se sono convinto che il malcostume non abbia connotazioni regionali, o specifiche roccheforti.La riscossa è partita dal Palazzo di Giustizia di Milano: ma c’erano già precedenti a Torino e a Savona, e adesso è come una immensa campagna archeologica: si scave ovunque. Non ritengo che la società politica sia peggiore di quella chiamata civile: si integrano, anche nelle cattive azioni. Collaborano, forse, per necessità. E male gliene incoglie a chi critica lo strapotere e i giochi non sempre limpidi che si combinano nei dintorni di Montecitorio. Si tratta, secondo Ugo Intini, portavoce del Psi, di «neoqualunquisti », e alla spregevole categoria appartengono «intellettuali, giornalisti, professori, moralisti e potentati economici». Ma chi è che alimenta il malessere e le proteste che poi si traducono anche in astensioni o in schede bianche? Perfino preti e frati hanno speculato. Ci fu l'affare Giuffrè, una specie di catena di Sant'Antonio truffaldina, che favoriva anche restauri di chiese e conventi della Romagna, opere caritatevoli e imprese speculatrici; e sempre per stare  in un clima raccolto e conventuale, arrivarono alla ribalta anche i frati di Mazzarino, specialisti in ricatti. Sciocchezze, naturalmente, in confronto ai dollari che fece circolare la Lockeed Aircraft Corporation, una patacca di respiro internazionale, perché coinvolse, oltre al nostro modesto Tanassi, il principe Bernardo d'Olanda, Franz Josef Strauss, il mastino della Baviera, il ministro giapponese Tanaka, e  gettò l'ombra del sospetto anche su Leone e Rumor. Ancora adesso non si sa chi era Antelope Cobbler, un forte incassatore di provvigioni.Poi c’é stata la corruzione di Stato. Il fondatore è considerato I'ingegnere honoris causa Enrico Mattei. È il creatore dell'Eni. Personalmente, correttissimo: percepiva solo lo stipendio di un alto funzionario. Non aveva il culto dei soldi, e molti bisogni: la pesca e le donne. Per raggiungere i suoi traguardi non guardava troppo ai particolari: pagava tutti. Faceva una sua politica, e aveva­ in Parlamento chi votava per lui. Facilitava carriere, imponeva nomine. Non piaceva a Don Sturzo, né al severo Ernesto Rossi, che intuiva il pericolo delle sue scelte. Si dava da fare per far rieleggere Gronchi, dava contributi anche all'Msi, «Li adopero come un taxi» spiegava «salgo, faccio la corsa, guardo il tassametro e pago». Intrigava perché lo Scià di Persia sposasse Maria Gabriella di Savoia.Aveva, in ogni caso, un'attenuante: era una persona integra e, come ha scritto Luigi Barzini, «voleva fare dell'Italia una nazione moderna, civile e prospera». Il suo aereo cadde il 27 ottobre 1962 a Bascapè, in provincia di Pavia.  Trent'anni dopo, ancora un mi­stero.A osservare le storie, o meglio i titoli dei giornali, pare che in Italia ci sia più oro che in America, al mitico Fort Knox: il prezio­so metallo si fa notare ovunque. Ci sono le lenzuola d'oro (Ferro­vie dello Stato), le mense d'oro (refezione scolastica del comune di Roma), le merendine d'oro (Milano: pasti dei bimbi dell'asilo), i cespugli d'oro (Autostrada Serenissima), le carceri, le bistecche, (quattrocento quintali di carne che spariscono), gli aeroporti, e i sacchetti di plastica per raccogliere la spazzatura che l'azienda municipale per la nettezza urbana della città della Madonnina pagava 126 lire invece che 85. Del resto il termine «sottogoverno» entrò nell'uso comune già nel lontano 1951: inventore, un articolista del Corriere della Sera, Panfilo Gentile. «Lo Stato» scrive il politologo Angelo Panebianco «non solo ha dissestato le finanze pubbliche ma ha alimentato un sistema di corruzione che non ha eguale in alcuna altra democrazia occidentale». Concussione è parola di origine latina: e vuole dire scuotere, spremere.E nulla ci è stato risparmiato, e non c'è categoria che si salvi: imprenditori e politici, proletari e sacerdoti. Con aspetti anche folcloristici: la genialità dei napoletani ha inventato i falsi terremotati. Per sei anni una famiglia composta da padre, madre quattro figli, che aveva già un decente alloggio, ha vissuto all'Ho­tel Admiral di Sorrento, a spese dei contribuenti. Conto finale: 840 milioni di lire.Vale allora il ritornello: così fan tutti? Forse non è vero, ma l'apparenza disegna un quadro impressionante. Pare che l'italia­no debba versare il suo contributo all'intrallazzo da quando nasce, perché la madre trovi un letto nella clinica, a quando se ne va, per un posto al cimitero.Oltre alla mazzetta cospicua, c'è anche quella ruspante che ha ritmi quotidiani. La Federazione Italiana Pubblici Esercizi ha fat­to interrogare da una società specializzata i suoi soci: un com­merciante su tre ha pagato il «pizzo bianco» ai vigili dell'Annonaria o dell’Ufficio d'Igiene, a uscieri o ad assessori, perché chiudessero un occhio su un'auto in sosta vietata, o firmassero una licen­za. Queste "pratiche", che hanno quasi un'aria cordiale, rappresentano in un anno, un giro d'affari di 2500 miliardi. Ha raccontato un negoziante siciliano: « Da me viene la moglie del boss; e porta con sé anche le amiche. Fanno la spesa tutte in­sieme, e tutti sanno chi è. Non posso ribellarmi. Minacciano di incendiarmi il locale, e mi hanno: “Ti piacerebbe vedere i tuoi bei ragazzi con la faccia sfregiata?”». Il cardinale Martini ha detto: «Siamo tutti peccatori», ed è ve­ro: ma anche nella colpa esistono differenze. L'etica dei politici suscita la ribellione degli italiani, che arrivano a drastiche conclusioni: via dal Palazzo anche chi è stato sfiorato dalle bustarelle. Non  c'è stato, nel malaffare, distinzione tra laici e cattolici: La morale socialista ha dimostrato la stessa elasticità. «Credono tutti» diceva lo scrittore Longanesi «che la morale sia la conclusione delle favole».Per le strade di Milano c'è chi distribuisce un volantino ai pas­santi. C'è scritto: «Chi pagherà le tasse sulle tangenti? Tu».
Forse  un'epoca, d'oro per qualcuno, è finita. Hanno fatto quel­lo che volevano, sicuri che nessuno li avrebbe infastiditi. A Roma e in provincia: anche le Regioni si sono dimostrate perfette macchine mangiasoldi. In Calabria sono stati arruolati venticinque­mila forestali, forse più degli alberi; l'assessore ai Lavori pubblici della Campania esigeva il 3 per cento, non trattabile, sugli appalt­i, quello del Turismo della Toscana ha voluto 350 milioni per da­re il via alla costruzione della pretura di Viareggio. Lasciamo perdere quello che succedeva al Pirellone, a Milano.
A Palermo hanno speso una somma cospicua  per regalare borse di cuoio a soffietto ai consiglieri e alle gentili consorti.E tutti hanno viaggiato in nome della cultura: i lombardi, per esempio, sono andati a Mosca, in Australia e a Hong Kong, i siciliani in Norvegia e negli Usa, i laziali, ammirevoli, si sono limitati all’Europa. Tra le escursioni di lavoro, cascate, acquari, fiordi.
E poi affitti di bellissime case a equo canone, 50 mila vetture blu, con autista e telefonino, imposte proprio trascurabili. «Addio mangiatoia» era intitolata un'inchiesta sulla Federconsorzi. Vale anche  per tanti altri ghiottoni.

 biagi_montanelli

 

  

 

  

 

  

 

  
 

 

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