| Il codice da Vinci: dove finisce la fantasia e comincia la Verità - VIII Parte |
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| Scritto da Luis | ||||
| lunedì 19 marzo 2007 | ||||
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Parte VIII - Autorità dei vangeli canonici
Alle predicazioni evangeliche della risurrezione di Gesù, fatte dagli apostoli e dai primi cristiani, fa esplicito riferimento Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che ho anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è resuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli» (1 Corinzi 15, 3-7). Paolo scrive questa lettera tra il 53 e il 56, siamo, quindi, agli inizi della formazione di una tradizione scritta cristiana, vicinissima ai fatti riportati. Paolo ci dice di aver ricevuto la testimonianza degli apostoli e di altri 500 testimoni della risurrezione, per la maggior parte allora ancora viventi. Quando questi testimoni cominciarono a morire si avvertì la necessità di fissare per scritto quanto essi avevano visto e raccontato. Nacquero così i quattro vangeli, scritti per raccontarci la vita, la resurrezione di Gesù e le sue apparizioni in quattro Chiese differenti di luogo, di tempo e di mentalità. Giovanni scrisse il suo vangelo attorno al 100 d.C., molto probabilmente a Efeso, Luca verso il 63 d.C., Matteo, che lo scrisse in aramaico, testo andato perduto, tra il 50 e il 60 d.C. e Marco verso il 60 d.C., scritto a Roma secondo la testimonianza di Pietro. Ogni evangelista, oltre ai suoi ricordi personali, aveva raccolto le tradizioni di altri testimoni e della propria comunità cristiana. Si concretizzò così un’operazione di conservazione e trasmissione del messaggio della salvezza portato da Gesù. A tal proposito leggiamo nel prologo del vangelo di Luca: «Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teofilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto» (Luca 1, 1-4). Questa tradizione, che nasce dalla vita delle prime chiese, dall’amore che regnava tra i membri delle comunità e verso gli apostoli, che annunciavano la buona novella di Gesù, dall’eroismo dei martiri, viene ancora oggi negata, derisa e dileggiata. Le fesserie che si leggono su libri come “Il Codice da Vinci” ed altra spazzatura simile non solo offendono il sentimento cristiano, ma dimostrano il disprezzo per ogni elementare regola di ricerca storico-scientifica. Ne “Il Codice da Vinci” i vangeli inclusi nel Nuovo Testamento vengono considerati come delle storie false, costruite ad arte, che non riportano i veri insegnamenti di Gesù. Secondo D. Brown fu l’imperatore Costantino a commissionare e finanziare una nuova Bibbia dove furono esclusi tutti i vangeli che testimoniavano i tratti umani del Cristo. In particolare si legge a pag. 275: «… i vecchi vangeli vennero messi al bando, sequestrati e bruciati [….] i rotoli evidenziano i falsi e le divergenze storiche, confermando così che la Bibbia moderna è stata scelta e corretta da uomini che seguivano un ordine del giorno politico, per promuovere la divinità dell’uomo Gesù Cristo e usare la sua influenza per consolidare la base del proprio potere…». Quindi i vangeli canonici sarebbero delle farsette scelte apposta per abbindolare i creduloni e negare i veri vangeli, ossia quelli “gnostici”. Queste affermazioni sono molto gravi, perché, con scandalosa leggerezza, si permettono di infangare l’enorme autorità dei vangeli canonici. Non esistono altri scritti che possano vantare la stessa autorità. Essa deriva direttamente dalla testimonianza degli apostoli e delle prime comunità cristiane. Di questi vangeli conosciamo gli autori e il processo di formazione. Sappiamo che raccolgono la testimonianza diretta di coloro che hanno vissuto con Gesù, cioè gli apostoli e i discepoli della prima ora, ma anche quella della prima generazione dopo Gesù che ci ha trasmesso la tradizione orale, fortissima nelle prime comunità cristiane. Tutto ciò è attestato da un elevato numero di documenti letterari, possiamo contare sulla testimonianza di importanti esponenti di tali comunità, come Papia, il vescovo di Gerapoli; Giustino, filosofo e martire cristiano; Teofilo, vescovo di Antiochia; Ireneo, vescovo di Lione; il Canone Muratoriano (tutti del II secolo) e tutti gli scrittori cristiani posteriori. Ad esempio Papia, che fu discepolo di Giovanni l’evangelista e quindi testimone diretto della primissima fase di composizione dei vangeli, nella sua opera “Esposizione dei loghia del Signore”, a noi tramandata dallo storico Eusebio di Cesarea, scrive nel 110 d.C.: «Se in qualche luogo veniva uno che avesse seguito gli Anziani (cioè i discepoli, n.d.r.), mi informavo (da lui) delle parole degli Anziani, che cosa avesse detto Andrea, o Pietro, o che cosa Filippo o Tommaso o Giacomo o Giovanni o Matteo o qualche altro dei discepoli del Signore e ciò che dicono Aristone e Giovanni l’Anziano discepolo del Signore. Infatti pensavo che le cose che provengono dai libri non fossero così utili come quelle udite dalla voce libera e duratura» (Frammento in Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, III, 39, 1-16). Di questa sua antichità e della possibilità che ebbe di ascoltare testimoni diretti degli apostoli si avvalsero molti altri scrittori cristiani posteriori, tra cui Ireneo di Lione. Importantissime sono, allora, queste altre informazioni che Papia ci trasmette, sempre nella sua opera “Esposizione dei loghia del Signore”: «Anche questo diceva il presbitero: Marco, interprete di Pietro, scrisse con esattezza, ma senza ordine, tutto ciò che egli ricordava delle parole e delle azioni di Cristo; poiché egli non aveva udito il Signore, né aveva vissuto con Lui, ma, più tardi, come dicevo, era stato compagno di Pietro. E Pietro impartiva i suoi insegnamenti secondo l’opportunità, senza l’intenzione di fare un’esposizione ordinata dei detti del Signore. Cosicché non ebbe nessuna colpa Marco, scrivendo alcune cose così come gli venivano a mente, preoccupato solo d’una cosa, di non tralasciare nulla di quanto aveva udito e di non dire alcuna menzogna a riguardo di ciò». E ancora riguardo a Matteo: «Matteo scrisse i detti [del Signore] in lingua ebraica; e ciascuno poi li interpretava come ne era capace» (Frammento in Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, III, 39, 1-16). Eusebio di Cesarea ci trasmette anche questa altra testimonianza di Clemente Alessandrino, vescovo di Alessandria vissuto tra il 150 ed il 215 d.C., che riferendosi alla predicazione di Pietro ai romani, dice: «La luce della religione rifulgeva con si affascinante splendore nelle menti di coloro che udivano Pietro, che essi non si appagarono di aver inteso solamente l’esposizione orale di questa predicazione divina e, con ripetute istanze pregarono Marco, l’autore del vangelo e seguace di Pietro, di lasciar loro scritto un memoriale di quell’insegnamento impartito a viva voce; e non desistettero sino a tanto che non lo compose: così essi furono la causa della redazione del vangelo secondo Marco. Dicono che Pietro conobbe il fatto per rivelazione dello Spirito Santo e, rallegratosi per lo zelo di quella gente, ratificò lo scritto da leggersi nelle Chiese» (Frammento in Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, II, 15). Il vangelo di Marco è stato, quindi, ratificato nientemeno che da Pietro in persona, il principe degli apostoli, l’uomo a cui Gesù affidò la sua Chiesa. Da un altro documento molto importante, del 190 d.C., Il frammento muratoriano (chiamato così perché scoperto dal Muratori nel 1740), traiamo la seguente informazione: «…il terzo libro del vangelo lo scrisse Luca […] il quarto libro dei vangeli lo scrisse Giovanni, uno dei discepoli…». Mentre i vangeli di Giovanni e Matteo traggono la loro autorevolezza ed autenticità dalla testimonianza diretta dei loro autori, in quanto apostoli chiamati al loro ministero direttamente da Gesù, abbiamo visto come il vangelo di Marco è ratificato da Pietro. Stessa esigenza si avverte per il vangelo di Luca e, infatti Paolo, di cui Luca è discepolo, sente il bisogno di verificarne la conformità con gli apostoli Giacomo, Pietro e Giovanni (Galati 2, 1-10) (1). Ovviamente le redazioni dei vangeli canonici arrivate fino a noi risentono sempre, specialmente nel caso del vangelo di Giovanni, dell’influsso di fede delle comunità che ce li hanno trasmessi, ma ciò non inficia in alcun modo la validità della loro origine storica. Niente di tutto questo si riscontra per i vangeli “gnostici” di cui non si ha la certezza storica di chi siano i loro autori, non sono in alcun modo collegati ad una tradizione apostolica, anche perché molto più tardi (III e VI secolo d.C.) dei canonici, ma quel che è più importante, non hanno alcun tipo di riconoscimento dalla comunità cristiana. A tal riguardo diversi esponenti dello gnosticismo cercarono un riconoscimento dalla Chiesa di Roma, ritenuta da sempre, per i meriti di Pietro e Paolo (2), la chiesa principale dove era conservato il deposito dell’ortodossia della fede. Attorno al 140 d.C. venne a Roma dalla Giudea un certo Cerdone, uno gnostico che ripudiava il Dio vendicativo del Vecchio Testamento per il Dio buono e misericordioso del Nuovo Testamento. Successivamente dal Ponto, una regione dell’Asia minore, si presentò Marcione, altro esponente gnostico, che propose una radicale opposizione al giudaismo e all’Antico Testamento (3). Tutti e due questi personaggi furono decisamente respinti, addirittura Policarpo, vescovo di Smirne, discepolo dell’apostolo Giovanni, che in quel periodo (inizio del pontificato di Aniceto, n.d.r.) era presente a Roma, rispose così al tentativo di saluto da parte di Marcione: «Ti conosco! Ti conosco!: tu sei il primogenito di Satana» (Ireneo di Lione, “Adversus haereses”, III, 3, 4) e (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, IV, 14, 7). Nello stesso modo si comportò l’apostolo Giovanni con un altro gnostico, un certo Cerinto, incontrato alle terme di Efeso (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, IV, 14, 6). Anche uno dei più grandi esponenti dello gnosticismo, cioè Valentino, proveniente da Alessandria, si recò a Roma per vedersi riconosciuta la sua dottrina, anzi aspirò addirittura ad essere eletto vescovo (4). Infatti il capo della comunità in cui nacquero i cosiddetti “vangeli gnostici”, come quello detto “di Tommaso” o quello “di Filippo”, scrisse lui stesso un vangelo detto “della Verità” in cui avvedutamente non presenta critiche al giudeo-cristianesimo e non ripudia alcun scritto del Nuovo Testamento. Quando, però, divengono palesi le sue eresie sull’unità di Dio e la bontà della Creazione (5), anche lui viene decisamente allontanato. Il processo di formazione dei vangeli non dipese, quindi, dall’imposizione di una autorità laica, ma si sviluppò all’interno della comunità cristiana sulla base dell’autorità delle testimonianze degli apostoli e dei discepoli di Gesù. Nel prossimo appuntamento affronteremo il tema della storicità dei vangeli. Noi tutti sappiamo che questi scritti sono principalmente dei documenti di fede, ma possiamo anche considerarli storicamente attendibili? L’appuntamento è per lunedì 26 marzo. A presto.
Note (1) la lettera di Paolo ai Galati è stata scritta non più tardi del 57 d.C. Il primo confronto con i “capi” degli apostoli a Gerusalemme è detto avvenire 17 anni prima, quindi nell’anno 40 d.C., solo sette anni dopo la morte di Gesù. E’ una ulteriore conferma che l’evangelizzazione attinge a fonti fresche ed è rigidamente controllata, non è possibile aggiungere né togliere nulla che non sia approvato dagli apostoli. (2) ciò è ben attestato da una quantità enorme di documenti, riporto solo alcuni esempi: in ”Adversus haereses” di S.Ireneo di Lione si legge: “…Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest'opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la tradizione ricevuta dagli apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi… Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d'accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte — essa nella quale per tutti gli uomini è sempre stata conservata la tradizione che viene dagli apostoli”. Nel III secolo Cipriano, vescovo di Cartagine, nel suo trattato “De catholicae ecclesiae unitate”, nel capitolo IV, scrive che ciò che Cristo ha conferito a Pietro lo ha conferito anche agli altri apostoli, ma all’inizio si è rivolto a Pietro singolarmente e ciò per stabilire l’unità della Chiesa. Il vescovo di Roma, che siede sulla cattedra di Pietro continua ad essere il simbolo di questa unità. Eusebio di Cesarea, il più grande storico della Chiesa dei primi secoli, ci presenta sempre l’immagine della Chiesa di Roma come quella in cui si riflette l’autorità di Pietro che l’ha fondata. Il suo ruolo è quello di garante della fede e giudice in tutte le questioni dottrinali e di prassi ecclesiale che vengono sollevate nella cristianità. Eusebio riporta il viaggio di Policarpo a Roma per confrontarsi con Aniceto circa la controversia Pasquale (Historia Ecclesiastica, IV, 14, 1), parla della questione dei “lapsi” (coloro che hanno apostatato dalla fede per paura delle persecuzioni e vogliono essere accolti nuovamente nella comunità cristiana) con le decisioni prese dal vescovo di Roma Cornelio e comunicate a tutte le chiese d’Africa ed ad Antiochia e da tutti accettate (Historia Ecclesiastica, VI, 43, 1-3). Altra preziosa testimonianza del ruolo riconosciuto universalmente alla Chiesa di Roma è una lettera, trasmessaci da Eusebio, del 170 d.C. che Dionigi, vescovo di Corinto, indirizza a Sotero, capo della Chiesa di Roma. Vi si legge: «Oggi che abbiamo celebrato il giorno domenicale, abbiamo letto la vostra lettera e continueremo sempre a rileggerla a nostro monito, come del resto facciamo con quella scrittaci prima da Clemente» (Historia Ecclesiastica, IV, 23, 11). Queste lettere venivano lette nell’assemblea liturgica, erano, quindi, degli scritti ufficiali considerati un punto di riferimento con cui confrontare il proprio comportamento. Clemente fu il vescovo di Roma prima di Sotero. (3) R.M. GRANT, “Gnosticism an Early Chrystianity”, New York. (4) PSEUDOTERTULLIANO, “Adversus omnes haereses”, n.17.
(5) gli gnostici credevano nell’esistenza di due dei, uno buono e misericordioso e uno malvagio ed inferiore, il demiurgo, creatore della materia corrotta e satanica. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (13) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 502
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