| Il codice da Vinci: dove finisce la fantasia e comincia la Verità - V Parte |
|
|
|
| Scritto da Luis | ||||
| domenica 25 febbraio 2007 | ||||
|
Parte V- La Chiesa cristiana primitiva
Secondo D. Brown l’imperatore romano Costantino avrebbe spostato la festa ebraica del sabato per farla coincidere con quella pagana del dio sole. Tra le pagine 271-275, de “Il Codice da Vinci”, si legge: «Anche il giorno di festa dei cristiani è stato rubato ai pagani […] Costantino ha spostato la festa ebraica del sabato per farla coincidere con il giorno che i pagani dedicavano al Sole. Oggi la gente va in chiesa la domenica senza neppure immaginare che lo fanno per rendere omaggio al dio Sole: del resto, in inglese, la domenica, Sunday, è letteralmente Sun day, giorno del sole»...
Dovrei essere abituato a leggere tali enormità, eppure non riesco a non sbalordirmi di fronte a cretinate del genere! Ma come si fa a scrivere certe cose! Quando vado in Chiesa alla Messa, sono consapevole di riunirmi alla mia comunità per ascoltare le memorie degli apostoli, la Parola di Dio, e partecipare, assieme ai fratelli, alla mensa eucaristica di Gesù Cristo risorto. Dov’è in tutto questo il culto al dio sole? In realtà siamo di fronte all’ennesima dimostrazione della sbalorditiva ignoranza di D. Brown.Il termine italiano “domenica” deriva dal latino “dies domini” che significa: il “Giorno del Signore”. La domenica è il giorno in cui è risorto Gesù, cioè il primo giorno dopo il sabato, così come dicono i vangeli (Mt 28, 1; Mc 16, 1; Lc 24, 1; Gv. 20, 1). Per questo motivo la domenica è sempre stata la festa primordiale dei cristiani e questo molto tempo prima di Costantino. I cristiani degli inizi festeggiavano esclusivamente il giorno in cui Gesù risorse, la Pasqua annuale fu introdotta solo dal secondo secolo ed il Natale addirittura nel quarto secolo. E’ nell’Apocalisse di Giovanni (Ap 1, 10) che compare per la prima volta l’espressione “giorno del Signore”: è il giorno in cui tutta la chiesa si riuniva per celebrare l’Eucarestia. La chiesa deriva i ritmi della sua vita liturgica direttamente da Gesù che risorge la domenica ed appare agli apostoli la sera di quello stesso giorno e poi otto giorni dopo quando c’era anche Tommaso, quindi la domenica seguente, iniziando così a scandire il tempo cristiano secondo il ritmo domenicale. Di tutto ciò abbiamo numerose testimonianze storiche, ad esempio nella Didachè, un documento dei cristiani del primo secolo, si legge «…di domenica in domenica convenendo insieme, spezzate il pane,…», oppure si può leggere nella lettera del governatore della Bitinia, Plinio il giovane, all’imperatore Traiano dell’anno 112 d.C., come, già nel primo secolo, i cristiani si riunivano in un giorno stabilito, cioè la domenica, per celebrare l’Eucarestia: «Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi in un giorno stabilito prima dell’alba per mangiare un cibo normale e comune e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio» (cfr. Plinio, Epistole X,96). Nel 150 d.C. San Giustino, famoso apologista del II secolo, nella sua Apologia, scrive: « Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del sole, poiché questo è il primo giorno nel quale Dio, trasformate le tenebre e la materia, creò il mondo; sempre in questo giorno Gesù Cristo, nostro Salvatore, risuscitò dai morti» (Apologia, cap. 67). Da notare che i pagani chiamavano “giorno del sole” il primo della settimana (per questo, e non per altro, in inglese per tale giorno è rimasto questo nome, n.d.r.), ma non era un giorno di festa e di riposo come per noi oggi, ma un semplice giorno lavorativo. Infatti per questo motivo Plinio ci dice che i cristiani si radunavano all’alba, perché, conclusa la celebrazione dell’Eucarestia, andavano a lavorare. Dagli Atti dei Martiri dell’8° e 9° libro della Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, abbiamo una stupefacente notizia dell’enorme importanza che ha sempre avuto per i cristiani la festa della domenica. Nell’anno 304 d.C., durante la persecuzione di Diocleziano (sempre prima dell’avvento di Costantino, n.d.r.), ad Abitene, città della provincia romana dell’Africa proconsolare, più o meno l’odierna Tunisia, la locale comunità cristiana si ribellò all’editto imperiale che vietava le riunioni e le celebrazioni di riti cristiani. Sorpresi durante una loro riunione in casa di un certo Ottavio Felice, 49 cristiani di Abitene vengono arrestati e condotti a Cartagine, capitale della provincia, davanti al proconsole Anulino per essere interrogati. Alla domanda del proconsole: «Perché hai accolto nella tua casa i cristiani, contravvenendo così alle disposizioni imperiali?», un cristiano di nome Emerito rispose: «Sine dominico non possumus», cioè: «Senza domenica non possiamo vivere», intendendo non solo il giorno di festa, ma la riunione dell’assemblea del popolo di Dio per celebrare l’Eucarestia. Per la loro fede quei 49 pagarono con la loro vita, furono tutti uccisi scarnificati vivi. Non conoscendo vergogna D. Brown arriva ad affermare che Costantino ha spostato la festa del sabato per farla coincidere con la festa pagana del “Sol invictus”. Panzana senza precedenti! La tesi che vede Costantino con presunte velleità da teologo è totalmente sbagliata. In realtà la sostituzione della festa del sabato con la celebrazione domenicale nelle prime comunità cristiane, è un processo che si svolge e si realizza già molto tempo prima dell’avvento di Costantino. I primi cristiani, gli apostoli, essendo comunque ebrei, hanno continuato, assieme alla celebrazione domenicale, ad osservare il sabato e a compiere il culto ebraico recandosi al tempio per la preghiera. In seguito, quando il cristianesimo si diffuse presso i gentili (cioè i non ebrei) si creò una contrapposizione tra i cristiani provenienti dall’ebraismo, con a capo Giacomo, vescovo di Gerusalemme, che reputavano imprescindibile l’osservanza della legge mosaica (e quindi del sabato), e i convertiti dal paganesimo che, invece, non volevano sopportare quel fardello. Il concilio di Gerusalemme, chiamato Concilio Apostolico, dell’anno 49 d.C. stabilì una volta per tutte che per essere cristiani non c’è bisogno di essere prima ebrei e, quindi, l’osservanza del sabato viene sostituita con la celebrazione eucaristica domenicale. Nella sua lettera ai Colossesi, Paolo dice: «Nessuno più abbia a riprendervi per l’osservanza del sabato, o per le neomenie, o per le feste perché tutto ciò è ombra del futuro, ma la realtà è Cristo» (Col 2, 16). Nel 107 d.C., più di due secoli prima di Costantino, il vescovo di Antiochia, Ignazio, morto martire a Roma sotto la persecuzione di Traiano, nella sua lettera alla Chiesa di Magnesia (in Asia minore) dice, riguardo al modo in cui bisognava comportarsi: «Non più vivendo alla maniera del sabato (cioè alla maniera giudaica), ma vivendo alla maniera del giorno del Signore (cioè la domenica, alla maniera cristiana)». Clamoroso esempio dell’abissale ignoranza storico-religiosa di D. Brown sono le sue dissertazioni sui simboli religiosi. A pag. 173 de “Il Codice da Vinci”, l’esperto di simbologia Robert Langdon, un personaggio del libro, afferma: «...Non era la tradizionale croce cristiana con il lungo braccio verticale, ma una croce quadrata - con quattro bracci di uguale lunghezza – che precedeva di quindici secoli il cristianesimo. Quel tipo di croce non aveva nessuno dei connotati cristiani della crocifissione, associata alla croce latina, inventata dai romani come strumento di supplizio. Langdon si stupiva sempre nel constatare quanto fossero pochi i cristiani che, guardando il “crocifisso”, pensavano alla violenta storia di quel simbolo…». Secondo l’”eminente” scienziato, quindi, la croce cristiana sarebbe solo quella latina, cioè con i bracci disuguali, inventata dai romani come strumento di supplizio. Veramente un cumulo di sciocchezze! Le croci cristiane sono sempre state raffigurate sia con i bracci uguali (croce greca) che con i bracci disuguali (croce latina). I romani non hanno inventato la croce latina. In realtà la maggior parte delle “croci” usate dai romani per le esecuzioni delle condanne a morte avevano una forma a “T”.Già per le primissime comunità cristiane la croce rappresentò il grande sacrificio di Gesù, quindi la redenzione. Era, ed è, il simbolo stesso di Gesù, “Signum Christi”, che, immolandosi per noi, ci apre le porte della vita eterna. Egli ha trasformato lo strumento di morte in sogente di vita, di salvezza e di gioia per il mondo intero. I cristiani hanno sempre raffigurato la croce considerandola un segno di fede e consolazione, infatti le sue primissime raffigurazioni le troviamo principalmente nei cimiteri cristiani per consegnare i cari defunti alla salvezza operata da Gesù. All’inizio, per paura delle persecuzioni, la croce veniva raffigurata in forma dissimulata, la ritroviamo, infatti, nelle ancore cruciformi, inserita nei pani eucaristici, ecc… tutti motivi ornamentali che decoravano le pareti di cappelle e loculi nelle catacombe (antichi cimiteri). Anche il monograma di Gesù, formato dalla sovrapposizione delle prime due lettere greche del nome di Cristo, “chi” e “ro”, nasconde la sagoma di una croce.Le croci raffigurate dai cristiani sono sempre state indifferentemente sia croci “greche” che croci “latine”. Tra le più famose posso citare la cosiddetta “iscrizione di Rufina” nelle catacombe di S. Callisto, a Roma, del III secolo d.C. Si tratta di un’epigrafe che ricorda il nome di una certa Rufina Irene con sotto incisa una croce greca, cioè con i bracci trasversali di uguale dimensione. Sempre a Roma, della stessa epoca, si può ammirare nella tomba degli Aurelii, un affresco che mostra un personaggio con in mano una croce “latina”. Nel cimitero di Domitilla, incisa su una tomba di una fanciulla cristiana di nome Gaudentia, del III secolo d.C., è possibile osservare una bella croce greca. Famosissima, del I secolo d.C., è una croce cristiana “latina”, scoperta nel 1937, incisa sulla parete di una casa di Ercolano sepolta dalla famosa eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Ancora, nelle catacombe di S. Priscilla, aderente al loculo di una tomba cristiana del II secolo d.C., una tegola riporta raffigurate tre croci greche.Langdon (D. Brown) si stupisce nel constatare che i cristiani guardano alla croce non pensandola come uno strumento di morte. Ma ciò è normale, perché D. Brown è un pagano. Diceva bene Paolo ai Corinzi: «Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor 1, 23). I cristiani guardano alla croce pensandola come uno strumento d’amore.Il prossimo appuntamento sarà dedicato ad un argomento scottante che ha dato adito al proliferare di un’infinità di congetture e fantasie circa il retaggio storico-culturale di Gesù: “Gesù era un esseno?”. Un saluto a tutti e a lunedì prossimo 5 marzo! Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (13) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 670
Powered by AkoComment Tweaked Special Edition v.1.4.6 |
||||
| Ultimo aggiornamento ( lunedì 26 febbraio 2007 ) | ||||
| < Prec. | Pros. > |
|---|
Il mondo che vogliamo è un network a-partitico di libero pensiero, riflessione, critica sociale, politica e cultura con gli occhi aperti verso ciò che di buono e di positivo si può costruire.
Un sito non solo di critica ma anche di buone notizie.
Un network di informazione non giornalistico che si apre all'occhio del cittadino con filmati video e segnalazioni in movie
Questo sito Web non appartiene ad alcuna istituzione ecclesiastica, civile o
militare; non è collegato ai siti segnalati o recensiti, né è responsabile
del loro contenuto. La segnalazione di un sito non comporta per ciò stesso
l'approvazione di tutti i suoi contenuti. I documenti forniti, sia testuali
che multimediali, non implicano alcun coinvolgimento delle istituzioni
ecclesiastiche, civili o militari eventualmente citate, direttamente o
indirettamente, con le attività e le finalità proprie del sito.
Ai sensi della Legge 7 marzo 2001, n. 62, si dichiara che questo sito non
rientra nella categoria di "informazione periodica" in quanto viene
aggiornato ad intervalli non regolari. Questo sito non è collegato ad alcun
periodico o testata giornalistica, non persegue finalità politiche o
economiche e in ogni caso fini di lucro, altri vantaggi materiali o ingiusto
profitto. In qualità di iniziativa di servizio il sito si ispira al
principio della totale gratuità.
Tutti i marchi eventualmente citati o riprodotti nel sito appartengono ai
rispettivi proprietari che ne detengono integralmente i diritti. L'uso di
logotipi e immagini caratteristiche o peculiari non implica in alcun modo
l'appartenenza di questo sito alle persone fisiche o giuridiche ad esse
eventualmente connesse, né un coinvolgimento delle stesse - diretto o
indiretto - con le attività e le finalità proprie del sito e viceversa. I
testi non firmati, salvo diversa indicazione, si intendono di proprietà
dell'Autore/titolare del Sito.