| Il codice da Vinci: dove finisce la fantasia e comincia la Verità - III Parte |
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| Scritto da Luis | ||||
| domenica 11 febbraio 2007 | ||||
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Parte III - La fede d'Israele
Inoltre il nome stesso di “Mosè”, si legge a pag. 20 del suo libro, deriva dall’egiziano e significa “figlio di…” o “erede” . Con queste argomentazioni L. Gardner vuole dimostrare che esisterebbe un collegamento tra la fede d’Israele ed i culti egiziani, specialmente quelli tributati alla dea Iside reputata la dea madre universale. Anche D. Brown, ne “Il Codice da Vinci”, allude ad un culto al “femminino sacro” esistente presso gli ebrei lasciandosi andare ad affermazioni sconcertanti sulla storia della religione ebraica: nel tempio di Salomone si adoravano Jehovah e la sua controparte femminile, la Shekinah, tramite i servigi delle prostitute sacre. Secondo D. Brown questa usanza sarebbe ben attestata dalla stessa Bibbia in 1 Re 14, 24. Lo stesso Salomone, il figlio di Davide, deriverebbe la sua saggezza dal fatto che permise il culto degli altri dei oltre a Javhè, così come indicato, ad esempio, in 1 Re 11, 4-10. Sempre ne “Il Codice da Vinci”, al capitolo 74, D. Brown arriva ad affermare che l’antica tradizione ebraica comprendeva rituali sessuali, cioè lo Hieros gamos, il matrimonio sacro, e che ciò avveniva nientemeno che nel sancta sanctorum del tempio di Salomone (cioè nella parte più interna e sacra, n.d.r.). Gli uomini che cercavano la completezza spirituale si recavano al tempio dove trovavano le prostitute sacre, le hierodule, e congiungendosi con loro avevano l’esperienza del divino. Secondo D. Brown il culto della dea dominava universalmente il paganesimo precristiano e il suo rito centrale, lo Hieros gamos, testimonia l’antica prevalenza della sessualità sacra. Affermazioni incredibili, Akhenaton e Mosé la stessa persona ed ebrei regolarmente intenti a congiungimenti carnali all’interno del tempio di Salomone. Stento a credere che si possa solo pensare ad enormità del genere. Affermazioni simili dimostrano una grossa ignoranza sia della storia ebraica che di quella egiziana. In realtà non esiste un solo documento egiziano del tempo di Akhenaton (sec. XIV a.C.) che faccia riferimento alla presenza di ebrei in Egitto, mentre è ben attestato l’uso di manovalanza coatta straniera nel XIII secolo a.C. In una tomba scavata nella roccia della città regale di Tebe, scoperta dall’archeologo Percy A. Newberry, è stato trovato un grandioso dipinto raffigurante le opere realizzate durante la sua vita da un dignitario, il visir Rekhmire, a favore del suo paese. In un particolare del dipinto si vede il visir che sovrintende al lavoro di operai stranieri, raffigurati con la pelle chiara, addetti alla fabbricazione di laterizi. Nei geroglifici accanto al dipinto si legge ciò che dice uno dei sorveglianti: «Ho in mano il bastone,…non siate pigri!». Un elemento veramente attendibile deve essere considerata la breve notizia secondo la quale “Israele”, sistematosi nella terra di Gessen, sarebbe stato addetto ai lavori per la ricostruzione delle città di pit’ôm e ra’ amsês ,in italiano Fitom e Ramesse, (Es. 1, 11). La prima località corrisponde verosimilmente all’egiziano “pr’ tm”, cioè “casa (tempio) di Atum” ed è stata trovata nella regione del wãdî et-tumeilat, poche decine di chilometri ad est del ramo più orientale del delta del Nilo, (altri autori parlano del tell eretâbeh o del tell el-mašhût, comunque località nei dintorni, n. d. r.). La località di Ramses altro non è che l’antica capitale degli Hyksos, Avaris, ricostruita sotto i regni di Sethos I (ca. 1305-1290 a.C.) e Ramses II (ca. 1290-1224 a.C.). Il secondo di questi sovrani, sotto il quale i lavori furono terminati, diede alla città il proprio nome: pr-r’ mššw, ossia Pi-Ramesse «casa di Ramses». Più tardi si chiamò Tanis. Un’iscrizione del tempo del regno di Ramesse II parla di apiru, «che trascinano pietre per la grande fortezza della città di Pi-Ramesse-miamun». Per molti testi egiziani gli apiru sono le genti straniere impiegate in Egitto per svariati lavori. Bassorilievi egiziani del XIII secolo a.C. testimoniano la presenza di tali genti in Egitto. Tra queste sono ricoscibili, attraverso le loro fattezze, hittiti, nubiani ed ebrei. Il termine apiru, in ebraico “hâ’ibrî” è il modo in cui viene chiamato Abramo in Genesi 14,13 e significa «l’ebreo». In altre lingue lo stesso termine, ad esempio “habîru” in mesopotamico, ha anche il significato di «fuorilegge» o «brigante», appellativo dispregiativo riservato spesso agli Israeliti. Le lettere di Amarna ed altre fonti minori cuneiformi chiamano apiru i gruppi semiti seminomadi insediati nella Palestina centrale intorno a Sikem, cioè gli ebrei. Tutte queste identificazioni vengono oggi generalmente accettate e situerebbero la data della schiavitù verso l’inizio del secolo XIII a.C. (1), quindi posteriore di oltre un secolo al regno di Akhenaton, durato circa trent’anni, dal 1359 al 1342 a.C. Già questo dato sarebbe sufficiente a dimostrare l’infondatezza della teoria di L. Gardner, ma anche il riferimento all’origine del nome di Mosé non prova un bel nulla. Infatti, anche se è sicuramente certa l’origine egiziana del nome di Mosé, cioè “Mosis”, letteralmente: “figlio di …”, nella lingua egiziana appare sempre in combinazione con un nome di divinità: ah-, ka-, ra’-, tut-, cioè “Ahmosis”, “Kamosis”, “Ramosis”, “Tutmosis”, ossia “figlio di Tut”, “figlio di Ra” e così via. Quindi l’uso del solo suffisso come nome non può ascriversi ad una tradizione egiziana, bensì ad una interpolazione ebraica. Tra l’altro è ben nota presso gli ebrei la presenza di numerosi nomi di origine egiziana a testimonianza del loro soggiorno in Egitto. Ne sono esempio i nomi tipicamente egiziani dei due indegni figli del profeta Eli, Hofni e Pineas.Sconcertante appare l’imbarazzante confusione operata da L. Gardner tra il culto di Aton e il monoteismo ebraico. L’introduzione del culto di Aton, cioè del disco solare, caratterizzò la rivoluzione religiosa che diede vita il faraone Amenofi IV (XIV sec. a.C.) per abbattere il potere del clero tebano basato principalmente sul culto di Amon. Infatti, prima di Amenofi IV, la monarchia egiziana era caduta sotto la forte influenza dei sacerdoti del dio Amon. Questa divinità aveva una grande importanza ed aveva il ruolo di protettrice della regalità. Il suo tempio principale, situato a Karnak, nel corso dei secoli, aveva ricevuto in dono molte terre e svariate proprietà fino a diventare quasi uno stato nello stato capace di determinare la successione al trono d’Egitto. La rivoluzione di Amenofi IV, che cambiò il nome in Akhenaton cioè “amato da Aton”, fu quindi un tentativo di recuperare l’antica autorità sacra dei sovrani. Il monoteismo di Akhenaton, comunque, sebbene riservava ad Aton il culto principale, non rinnegava il complesso politeismo egizio. Gli studiosi, infatti, preferiscono parlare di enoteismo, cioè un culto in cui Aton non era l’unico dio, ma quello supremo. Akhenaton stesso, pur cambiando nome, non rinunciò al titolo di “Horo, figlio di Rà” che lo rendeva, egli stesso, una divinità. Egli non soppresse nessuno della miriadi di culti presenti in Egitto, ma volle solo porsi come unico intermediario tra l’umanità e la divinità estromettendo, così, il clero tebano. Altro elemento importante da considerare è che questo contrasto tra il culto al dio Amon e quello al dio Aton interessò solo una stretta cerchia elitaria costituita dai sacerdoti tebani, il sovrano e la sua corte. Il popolo aveva una sua religiosità costituita da una miriade di culti locali e credenze ancestrali e non partecipava alle complesse e riservate cerimonie che si svolgevano nei templi.Di ben altro genere è il monoteismo ebraico. Già in Gen. 1,1 “In principio, Javhè creò il cielo e la terra….”, ci si rende conto che il concetto di Dio per Israele è, fin dal principio, del tutto nuovo. La grossa novità risiede nel fatto che la natura viene separata da Dio. Per ogni sistema religioso antico l’elemento divino si ritrova nelle manifestazioni della natura. Dovunque l’uomo vede spiriti, demoni, tutta la realtà circostante è pervasa da un magico potere. Persino per l’evoluta Babilonia, maestra di sapienza per tutto l’oriente, la luna e le stelle sono esseri divini. Invece per Israele, costituito in gran parte da rozze tribù di pastori, il sole e la luna, come qualsiasi aspetto della realtà, non sono che creazioni dell’unico Dio. Solo presso Israele la natura è svuotata da ogni connotazione divina. Il carattere distintivo del monoteismo d’Israele è, quindi, l’universalità di Dio, in quanto creatore del cielo e della terra, di tutto ciò che esiste. Egli è indipendente dalla natura e da ogni limite geografico, mentre gli altri dei sono divinità “locali” relativi solo al popolo ed alla città. Ma la novità più sconvolgente del Dio d’Israele è la sua “moralità”. Gli ebrei hanno sempre creduto in un Dio che pone in cima ai suoi pensieri la cura per la santità e la giustizia. In Levitico 19 il comandamento della santità rivolto agli uomini si fonda sul convincimento che Dio stesso è santo: “Il Signore parlo a Mosè dicendo: «Parla a tutta l’assemblea d’Israele, dì loro: siate santi, perché Io, il Signore, vostro Dio, sono santo»”. In Isaia 5, è Dio stesso giustizia: “Il santo Dio si mostra santo nella giustizia” e, in quanto tale, comanda agli uomini di essere giusti: “Smettete di fare il male, imparate a fare il bene. Ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso” (2). Questa “moralità” rende il Dio d’Israele un vero e proprio mistero, in quanto qualifica un’interpretazione teologica totalmente aliena a tutte le culture dell’epoca (3) e, quindi, anche a quella di Akhenaton.Anche l’affermazione secondo la quale le culture precristiane erano pervase dal culto della dea caratterizzato da riti a carattere eminentemente sessuale è una falsità. Escludendo qualche eccezione tra le culture semite cananee, dove lo Hieros gamos era un’antica pratica, il culto della dea non dominava tutto il mondo precristiano. Le religioni professate nell’antica Roma (Giove Capitolino, il dio sole invitto, Mitra, ecc…), nell’antica Grecia (misteri eleusini, culto ellenizzato di Iside ad Efeso, ecc…), in Egitto o tra le popolazioni celtiche e germaniche del nord Europa e Asia, non sono mai state principalmente caratterizzate da riti a carattere sessuale. Sostenere che il culto ebraico nel tempio di Gerusalemme prevedesse regolari pratiche sessuali è una scempiaggine di proporzioni gigantesche. Una ridicolaggine del genere significa non avere alcuna idea di cos’è l’Antico Testamento, di cosa c’è scritto e di quale siano le caratteristiche della fede ebraica in Javhè. C’è da chiedersi come abbia potuto, D. Brown, spararla così grossa. Forse, probabilmente, avrà confuso la tradizione ebraica magico-esoterica cabalistica (4), che in effetti contemplava l’idea di uno Hieros gamos, ma di età medioevale, con quella del popolo ebraico della Bibbia. Comunque sia può solo trattarsi di un clamoroso errore, oppure di una puerile furbata sperando che nessuno si accorgesse di niente. Lo studio serio della Bibbia ci conduce, però, in altre direzioni.Il territorio in cui Israele si instaurò dopo l’esodo dall’Egitto (XII sec a.C.), ossia la terra di Canaan, era abitato da popolazioni caratterizzate dal culto della fecondità come dono divino. Il dio principale, Baal, era visto come la sorgente della fertilità ed il suo culto prevedeva rapporti sessuali sacri con sacerdotesse e sacerdoti a lui consacrati. Israele ha sempre avuto in orrore tali riti e questa avversione è già attestata nell’antichissima Genesi. Nel nono capitolo di questo libro della Bibbia viene individuato un capostipite di questi popoli nel nipote del patriarca Noé, di nome Canaan. Egli è il figlio di Cam, uno dei tre figli di Noé, ed è coinvolto in una vicenda oscura dal significato simbolico. Si legge in Gen 9, 21-22: «(Noé) si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda. Ora, Cam, padre di Canaan, vide il padre scoperto e raccontò la cosa ai due fratelli, Sem e Iafet, che stavano fuori». Successivamente i tre figli ricomposero il padre scoperto senza guardarne la nudità. Smaltita la sbronza, Noé, stranamente, non se la prende con il figlio Cam, ma con il nipote Canaan, lanciandogli una maledizione: «Sia maledetto Canaan! Schiavo degli schiavi sarà dei suoi fratelli!» (Gen 9, 25). La Bibbia, quindi, denuncia l’oscura colpa di “vedere la nudità” del padre come una condanna delle trasgressione sessuali tipiche dei culti idolatri cananei che insidiavano la fede d’Israele. Ma questo è solo il punto di partenza. Tutta la legge mosaica, la Thorà (cioè i primi cinque libri della Bibbia, il cosiddetto Pentateuco, n.d.r.), si scaglia continuamente contro ogni forma di culto straniero, specialmente quelli che prevedono riti a carattere sessuale e magico. In Esodo 22, 17-19; Levitico 19, 19 e 20, 6 vengono espressamente condannati i riti pagani basati sulla magia. Sono considerati un abominio i costumi sessuali dei popoli pagani, i rapporti sessuali presso gli ebrei erano confinati solo all’interno del matrimonio, ogni altra usanza è proibita dalla legge (Levitico 15, 16-18; Lev. 18; Lev. 20, 6-21; Deuteronomio 22, 22-28 e Deut. 22, 5). Particolarmente condannati sono i congiungimenti sessuali rituali. In Numeri 25, 1-9 si assiste ad un vero e proprio bagno di sangue in quanto l’applicazione della legge mosaica comporta l’uccisione di tutti gli israeliti e le prostitute sacre madianite che si sono congiunti sessualmente secondo il culto del dio Baal di Peor. La prostituzione sacra presso Israele è sempre stata condannata come una orribile contaminazione della fede originaria da parte dei culti cananei. Troviamo in Deut. 23, 18-19: «Non vi sarà alcuna donna dedita alla prostituzione sacra tra le figlie d’Israele, né vi sarà alcun uomo dedito alla prostituzione sacra tra i figli d’Israele. Non porterai nella casa del Signore tuo Dio il dono di una prostituta né il salario di un cane, qualunque voto tu abbia fatto, poiché tutti e due sono abominio per il Signore tuo Dio». Il termine “cane” indica in modo dispregiativo l’uomo prostituito. Si noti che è condannato anche solo il gesto di pietà di portare al tempio il dono di coloro che si sono macchiati del peccato della prostituzione sacra. Il riferimento a 1 Re 14, 24 non prova che la prostituzione sacra facesse parte del culto d’Israele, ma, al contrario, ci dimostra che era una deviazione dalla legge. Infatti Roboamo, figlio di Salomone, caduto nel paganesimo fu punito da Dio lasciando Israele in balia del faraone Sisach (XXII dinastia). Quanto a Salomone, in 1 Re 11, 4-10, più che la volontà di introdurre i culti pagani in Israele, va vista una politica estera incentrata sul buon vicinato con le altre nazioni. I matrimoni di Salomone con donne straniere servivano a mantenere gli equilibri politici della regione e a favorire i rapporti commerciali. Nonostante ciò la Bibbia mette sempre all’indice il peccato di contaminazione, tanto che Dio predice a Salomone che a causa del suo peccato il suo regno andrà perduto (1 Re 11, 9-13). Successivamente, tutte le deviazioni pagane verranno eliminate con la grande riforma religiosa operata dal re Giosia (2 Re 23, 1-25).Mi sembra inutile continuare, credo che tutte queste evidenze dimostrino ampiamente che i vari L. Gardner, D. Brown e soci si siano inventato tutto. Nel prossimo appuntamento entreremo nel vivo della questione in quanto inizieremo ad analizzare le affermazioni che riguardano Gesù e la fede dei primi cristiani. L’appuntamento è per lunedì prossimo, 19 febbraio, a presto.
Note (1) J. A.. Soggin “Storia d’Israele”. Paideia Editrice Brescia. (2) V. Messori “Ipotesi su Gesù”. Pag.70. Editrice Sei. (3) Nel 1960 il noto storico Y. Kaufmann pubblicava un’opera in otto volumi per dimostrare che «il monoteismo ebraico resta un fenomeno che sfugge all’indagine del ricercatore. Qui, ci troviamo alla soglia di uno dei più profondi misteri della storia». (4) La Kabbalah è una tradizione esoterica che nacque in Provenza (1150 d.C.) per poi svilupparsi in Spagna presso la locale comunità ebraica (ebrei sefarditi) nel XIII secolo. Il loro pensiero è caratterizzato dall’ interpretazione magico-esoterica del mondo soprannaturale e dei suoi rapporti con quello reale attraverso elementi filosofici neoplatonici ed aristotelici medioevali. Una parte cospicua della produzione letteraria cabalistica riguarda i commenti ai libri della Bibbia, in gran parte caratterizzati da elementi gnostici. Tra i tanti motivi ricorrenti troviamo appunto la convinzione che Dio abbia al suo interno anche una potenza femminile, la Sekhinah. Il peccato di Adamo rappresenterebbe proprio l’esilio della Sekhinah da Dio. Quindi solo con un congiungimento delle due entità (hieros gamos), Dio e la sua Sekhinah, è possibile ottenere la redenzione. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (13) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 937
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