| Ma l'aborto è un diritto? |
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| Scritto da Otis | ||||
| giovedì 03 gennaio 2008 | ||||
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Quando ci si riferisce, infatti, al termine “fondamentale” bisogna entrare nel merito del valore semantico che all’aggettivo si è voluto attribuire a livello filosofico quando lo si è abbinato al sostantivo “diritto”. Oggi, quando si pensa a qualcosa di “fondamentale”, viene in mente il sinonimo “indispensabile” e dunque il “diritto fondamentale” viene interpretato come qualcosa di cui “non si può fare a meno”. E’ evidente, allora, che entrino in gioco tutti i distinguo e i relativismi che, di volta in volta, fanno comodo. Qualcuno osserva infatti: “come facciamo noi a ritenere fondamentale per altre culture quello che lo è per noi?”. Oppure, al contrario: “certe cose sono pragmaticamente fondamentali per tutti perché producono un bene universale che è, via via, il diritto alla vita, all’istruzione, alla libertà…”.
Così però non si va da nessuna parte perché si è partiti col piede sbagliato nell’interpretazione dell’aggettivo “fondamentale”. Qualcosa si definisce fondamentale quando ha un “fondamento”, non quando è “molto importante”. In questa prospettiva i diritti fondamentali non sono quelli “maggiormente importanti” in relazione alla nostra attualmente “superiore” cultura occidentale, ma sono quelli che non possono essere messi in discussione perché “immediatamente evidenti”, come l’uno o l’infinito, tanto da non richiedere per la loro affermazione alcuna giustificazione. Veniamo alle cose concrete: io dico bianco. Il bianco”è” la somma di tutti i colori, dunque è una realtà esistente e non va’ dimostrato. Il nero invece “è” l’assenza di tutti i colori, dunque è un “non colore”. Possiamo dire dunque che il nero è il contrario del bianco in quanto è il “non essere” del bianco e di ogni altro colore. Se qualcuno volesse da me una dimostrazione dell’esistenza del bianco, sbaglierebbe la domanda. Sarebbe lui invece a dover dimostrare l’essere del nero, se ci riuscisse. Questa è la grande e incredibile pretesa degli intellettuali da trecento anni a questa parte. Spesso chi crede nel bianco è chiamato a dimostrarlo e chi afferma il nero ritiene di non dovere alcuna spiegazione. La vita è. La morte “non è”, in quanto assenza di vita. La vita non va’ dimostrata in quanto immediatamente evidente. La necessità della morte va’invece dimostrata in quanto vuole privare un soggetto del diritto fondamentale (da fondamento) alla vita. Chi dichiara che la morte è un valore o una necessità deve dimostrarlo perché l’onere della prova spetta all’accusa e non alla difesa. Chi difende la vita non deve dimostrare nulla, chi accusa la vita deve dimostrare le ragioni per le quali una vita può essere interrotta. E qui vengono i “guai”. In una vita che si “svolge” in un continuum spazio-temporale non esistono altri momenti di non vita se non l’inizio e la fine. In parole povere (e scomode): la fecondazione e la morte dell’individuo. Prima della fecondazione infatti non c’è individuo in quanto non c’è ancora vita specifica, profondamente e inequivocabilmente “unica” nel suo genere e nelle sue caratteristiche genetiche. Dopo la morte non c’è più individuo perché tutto è carne morta, destinata alla putrefazione. Qualunque intervento venga effettuato tra questo inizio e questa fine è inserito nel fluire ininterrotto di una vita che si evolve. E tale intervento, nella misura in cui attenta all’integrità della vita, va giustificato e ne va dimostrata la liceità. Tutto il resto sono chiacchiere e alibi. Quello che non si vuole ammettere, in tutta questa storia, è che il criterio mediante il quale si vuole decidere della vita altrui non è “fondato” in alcuna metafisica ma è relativo all’idea che la vita è tutta qui, che tutto sommato siamo esseri facenti parte un ecosistema nel quale è il più forte che vince. E l’embrione non è il più forte. Legittimo. E’ una visione laica della vita, che non afferma, quando non nega, la realtà trascendente dell’umanità e che quindi assolutizza l’esperienza del “qui e ora”. Il figlio troppo spesso viene vissuto come qualcosa di “proprio”, legato al contingente e dunque sottoposto a tutte le pressioni che il contingente porta con sé. Quando una donna scopre di essere incinta, secondo tale visione della vita e dell’altro, è portata a pensare, il più delle volte, che qualcosa stia cambiando in lei. Non ci si sofferma invece a riflettere sul fatto che qualcosa sta “nascendo” in lei, Qualcosa, o meglio, qualcuno che porta in sé l’originalità di una fusione cromosomica unica e irripetibile. L’uomo e la donna non fanno il figlio insieme perché insieme fanno l’amore ma perché donano a questo nuovo essere parte del loro patrimonio genetico. La donna, a differenza dell’uomo, ha in più il privilegio di “ospitare” la crescita di un individuo che è tale fin dall’inizio e tale rimane al di là di qualsiasi intenzione o ipotesi sul suo futuro. La negazione di questa evidenza porta con sé tutte le asimmetrie di cui è espressione la logica secondo la quale il feto è semplicemente un’emanazione del corpo della donna. Da questa assurda pretesa nasce l’esclusione del padre dal processo decisionale che può portare all’interruzione di una gravidanza o alla sua salvaguardia. Ne viene che il padre è definito tale solo al momento dell’eventuale venuta alla luce, quando gli viene chiesto di assumere su di sé gli “oneri” di un riconoscimento giuridico. Allo stesso modo e nello stesso ruolo che è indotto a rivestire tanti anni dopo quando, in caso di separazione, la sua funzione rimane solo quella del sostegno economico alla ex moglie e ai figli. Il problema è che l’uomo, con la morte di Dio proclamata da Nietsche, si illude di essere diventato artefice esclusivo del proprio futuro e di quello degli altri. Così, spariti i punti di riferimento, quali l’accettazione della caducità dell’esistenza umana, la speranza in una vita oltre la morte, la certezza dell’amore di una trascendenza che provvede ad ognuno secondo il proprio bisogno, l’umanità rischia di tornare ad essere quello che Hobbes preconizzava già quattro secoli fa, un branco di lupi famelici dove ognuno diventerà allo stesso tempo vittima e carnefice. 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