| Credito al consumo ovvero la moltiplicazione dei debiti |
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| Scritto da Marat | ||||
| venerdì 12 gennaio 2007 | ||||
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Tra le motivazioni varie ci sono l’euro “forte”, il progressivo aumento del prezzo del petrolio e dell’energia cui tutto è collegato, l’impossibilità da parte di governi di ricorrere, una volta entrati nell’Eurolandia, alla svalutazione competitiva e all’inflazione, che consentivano di rincorrere l’aumento dei prezzi tramite l’aumento degli stipendi. Insomma, di fronte ad entrate praticamente congelate da anni, per lo meno per i dipendenti pubblici e per i pensionati, si è assistito a una generale impennata dei prezzi, basti pensare alla benzina: c’era un tempo felice in cui la verde era un affare, e ancora di più lo erano il gasolio e il GPL; poi la super è scomparsa ma la verde ha “ereditato” il prezzo di questa; infine il gasolio si è scrollato di dosso il superbollo ma ha quasi raggiunto i prezzi della verde, ed entrambi aumentano inesorabilmente. Resiste eroicamente il GPL ma non si sa fino a quando. E come si sa, se aumenta il petrolio aumenta tutto. Il vero problema, tuttavia, è un altro. Chi ha la mia età ricorderà sicuramente il periodo della cosiddetta “austerity”, che seguì alla quarta guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur: per effetto di questa, e per le ritorsioni del cartello petrolifero controllato dagli arabi, il prezzo del petrolio schizzò alle stelle, e milioni di famiglie italiane dovettero confrontarsi con questo drammatico problema. Mi ricordo di gente che circolava in pattini o bicicletta, di macchine ferme, di pompe di benzina deserte. La famiglia faceva economia su tutto, era una cosa normale passare indumenti da un figlio all’altro come pure giocattoli, libri e quaderni. Si stava attenti a non consumare troppa energia elettrica o acqua calda. In altre parole, si risparmiava. Poi quel periodo è finito, la gente ha ripreso fiducia nel futuro e si è arrivati agli anni 80 della Milano-da-bere, dell’edonismo reaganiano, dei socialisti rampanti e degli yuppie e loro cloni. Ha ricominciato a circolare il denaro, sono aumentate le spese, si è riscoperto il gusto del benessere e del lusso, anche se solo quello fittizio del vorrei-ma-non-posso. Si è perso il senso del risparmio, del sacrificio, della rinuncia. Oggi, nel villaggio del rincoglionimento globale, dove tutti devono seguire in maniera sempre più frenetica e isterica le mode del momento, che cambiano in continuazione, che impongono spietatamente le loro regole di omologazione o esclusione sociale, tutti (o quasi) sono diventati schiavi di questa logica consumistica, dove non è importante essere ma apparire. Se non possiedi quel determinato oggetto, possibilmente griffato, che l’ultima pubblicità ha reclamizzato quale accessorio indispensabile per essere “fico”, se non compri quel tal prodotto che fa tanto “in”, se non vai nella tal altra località esotica “esclusiva” (ma se è esclusiva com’è allora che ci vanno tutti?) allora sei “fuori”, sei un escluso, sei un “poveraccio”. Anche se in realtà, a ben guardare, sono “poveracci” proprio quei citrulli che vivono il consumismo in maniera ossessiva, al di sopra delle loro possibilità. Infatti il Briatore della situazione, tanto per fare un esempio, non è condizionato dall’inflazione, dal prezzo del petrolio, dalla logica consumistica: ha tanti soldi, è logico che viva bene, in maniera “esclusiva”. E sicuramente di soldi ne ha così tanti che, anche scialacquando, ne riesce a mettere da parte e investire molti altri. Il poveraccio di cui dicevo, invece, è l’italiano medio che non sa rinunciare al prodotto di consumo superfluo e, per averlo, si indebita. L’Italia uscita dall’ultima guerra era povera, estremamente povera: lavorando, arrangiandosi, risparmiando con economie spicciole che oggi neanche ci immaginiamo, gli italiani riuscirono a creare un capitale che creò i presupposti del boom economico degli anni sessanta. Un altro fattore importante fu rappresentato dal credito al consumo, cioè dalla cambiale, la prima vera moneta virtuale che permetteva di far circolare il denaro anche se questo materialmente non c’era, era tutto un giro di cambiali o “pagherò”, cioè promesse di debito che consentivano catene di transazioni che, di fatto sostenevano l’economia. E guai a non pagare una cambiare: finire sull’albo degli insolventi era un’infamia peggio che avere la lebbra. E le cambiali consentivano a quei nostri nonni e padri di comprare la prima automobile (la Seicento che motorizzò l’Italia), il primo frigorifero, la prima televisione in bianconero. E anche la spesa della massaia dal salumiere avveniva in genere mediante credito, il famoso “segni pure che pago a fine mese” che però puntualmente veniva onorato. In definitiva, il credito al consumo non è un’invenzione di esperti finanzieri di oggi, ma un collaudato sistema che c’è sempre stato. Soltanto che una volta veniva utilizzato per le prime necessità, in fin dei conti per beni o servizi che erano se non indispensabili per lo meno necessari. Cosa avviene invece oggigiorno? Avviene che il concetto di risparmio è superato, roba da pitocchi. Invece è “trendy” ostentare i simboli del benessere effimero, quei gadget tecnologici, quegli indumenti o accessori della moda che si esibiscono pacchianamente quale biglietto da visita per un presunto status sociale di solidità economica. E chi i soldi non li ha per seguire la tendenza consumistica? Sono allora spuntate come funghi innumerevoli società finanziarie che offrono neanche fossero regali piccoli mutui e piccoli prestiti, senza obbligo di presentare la busta paga (e quindi aperti anche a disoccupati, sottooccupati e studenti!), con l’impegno a restituire la somma prestata con innumerevoli piccole “comode” rate, magari dietro operazioni ipotecarie non trasparenti che riguardano i beni tradizionali degli italiani, cioè la casa e la macchina. E il popolo bue del vorrei-ma-non-posso, che non rinuncia al viaggio in Polinesia o alla settimana bianca alle Deux Alpes, che agogna al SUV e indossa scarpe di Testoni e giacconi Timberland, si getta a capofitto nel gorgo delle piccole finanziarie e del credito al consumo, non ricordando che una “piccola comoda rata” è sostenibile, ma se si cumula con altre dieci, e si somma al mutuo per la casa e alle rate dell’auto nuova in sostituzione di quella incidentata, diventa una scadenza capestro. C’è chi poi chiude un piccolo prestito aprendone uno più grosso con un’altra finanziaria, ma così facendo non fa che posticipare la scadenza e incrementare l’importo del debito. E poi ci sono le banche, vere sanguisughe legalizzate, che si dannano l’anima (ammesso che ce l’abbiano) a promuovere e diffondere le carte di debito o le carte di credito rateizzate, tutti strumenti subdoli di indebitamento a medio-lungo termine che finiranno per strangolare i malcapitati che cederanno alle lusinghe di queste pericolose sirene. Il che non significa che il debito in sé e per sé sia un male, anzi ho già detto che la nostra espansione economica è stata possibile soprattutto attraverso questo meccanismo: soltanto che allora l’indebitamento delle famiglie era controllato ed era limitato a beni indispensabili, mentre oggi si è persa ogni misura e si ricorre sempre di più a utilizzare denaro di cui non si dispone, accettandone il costo futuro ma senza piena cognizione di causa. E fra 5-10 anni faranno festa le piccole finanziarie e le banche, quando entreranno da padrone nelle case degli insolventi obbligandoli a rimanervi non più come proprietari ma come affittuari. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (33) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 818
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