| Augias Codex |
|
|
|
| Scritto da Livius | ||||
| martedì 22 maggio 2007 | ||||
|
Avevo infatti tempo fa iniziato già con parecchie righe un articolo protestando causticamente verso quello che Augias nei primi di marzo intitolava su Repubblica/Internet “Io processato dalla Chiesa per il mio libro su Gesù” quando, improvvisamente, il notebook (PC portatile) sul quale stavo lavorando decedeva in modo risoluto e definitivo.
Destino dei padri sottomessi ai figli che si impossessano dei personal computer buoni circolanti per casa, lasciando ai tapini presuntuosi (i padri) dei vecchi residui informatici che già da tempo avevano dato chiare avvisaglie di una loro prossima dipartita. Ma probabilmente aveva ragione anche lui, la buonanima tastierata: perché crepare un’oretta dopo, solo per siffatto articolo lamentoso sulle righe del cronista che andava mostrando tutto il dolore di chi oggi come lui si va contorcendo fra le spire asfissianti del mondo cattolico. Insomma, è ormai chiaro: come Galileo e come Giordano Bruno, anche Augias, Dan Brown, e Mario Tozzi saranno ricordati ai posteri come coloro che si immolarono in nome della libertà di pensiero, vittime della Chiesa torquemadista. Forse per questo, inconsciamente, a un certo punto smettevo di prendere per il collo l’ormai defunto notebook per fargli sputare l’articolo che tratteneva nei suoi bit esanimi; con mia moglie che mi rimproverava: “ Basta! Lascialo, lascialo in pace, non vedi che non ti risponde più! È morto, è morto! “ e mi portava via… con mia figlia che pure sfotteva fingendo di ripassare storia ad alta voce :” Varo, Varo, rendimi le mie legioni!”. Così ridicolizzato, ho pian piano digerito il tempo debito del lutto, dopodiché la sofferenza patita andava però schiarendomi alcune idee che inizialmente erano state sicuramente onnubilate da un eccessivo sdegno emotivo. Rileggevo infatti una replica all’articolo di Augias che chiamava in causa soprattutto monsignor Penna, notando e comprendendo dal garbato, bonario ed elegante stile di quest’ultimo che no, forse non ne valeva la pena… Non ne valeva la pena in quanto Augias, autore con il prof. Pesce del libro “Inchiesta su Gesù” (da non confondere con “Ipotesi su Gesù” di Messori, che già dal termine “ipotesi” si pone su un piano ben differente, secondo me, da un punto di vista etico esegetico) successivamente al convegno lateranense che menziona, risolve lo stesso attribuendo a monsignor Penna una tesi da poter così (secondo lui) “condensare”: “Non si può parlare di Gesù senza misurarsi con le fonti (?). Queste fonti (qui penso torni a parlare Augias) sono al 99 per cento scritti di fede; ergo non si può parlare di Gesù senza la fede”. Non c’è che dire. Ai posteri lo stile e il ragionamento chiaro e lineare. Al sottoscritto invece la libertà di “condensare” a sua volta l’intento logico del giornalista, che potrebbe essere: “non si può parlare di Gesù usando fonti differenti da quelle neotestamentarie che sono (secondo Augias) esclusivamente (a parte l’elargizione dell’uno per cento) “scritti di fede”. Il cronista aggiunge poi: “ritengo che Gesù si capisca molto meglio proprio se si prescinde dalla "fede" ovvero dalla teologia che nel corso dei secoli è stata costruita su di lui fin quasi a nasconderlo sotto un pesante mantello. La costruzione di una dottrina ha richiesto lo sforzo immane di rendere coerente ogni dettaglio della sua esistenza, anche nei periodi meno documentati”. Così asserisce. A me sembrano le solite affermazioni gratuite per i soliti interessi dei soliti soggetti che ultimamente indulgono al tentativo di ridimensionare e disgregare al massimo una figura che diede fastidio al suo tempo ad alcuni, nonché ai pronipoti di costoro, oggi. Ma non è, dico io, prima di tutto alquanto patetico il tentativo di far passare come luogo comune l’esistenza a tutt’oggi di una Chiesa cattolica oscurantista e gelosa di un proprio copyright su Gesù? Scrive in proposito monsignor Penna nella sua lettera/replica al giornale Repubblica, che il libro di Augias “è un bell’esempio di applicazione della critica storica alla ricostruzione della figura del Gesù terreno, che, come sanno tutti gli studenti delle nostre Facoltà, sta al di là delle (eppure anche dentro le) fonti che ce ne tramandano l’identità. È necessario, perciò, parlare di Gesù non solo dal punto di vista devozionale o dogmatico, essendo ben consci che la stessa devozione e la dogmatica hanno tutto da guadagnare da una ricollocazione storica di Gesù nel suo tempo e nel suo ambiente. E se la fede cristiana sa che egli ha una statura tale da travalicare quel tempo e quell’ambiente, anche la ragione sa che di quei parametri non solo non si può fare a meno ma pure che essi sono indispensabili per comprendere a fondo, detto in termini teologici, il dato incomparabile dell’incarnazione. L’alternativa sarebbero soltanto forme deprecabili di fondamentalismo. E invece, anche la ragione credente ha i suoi diritti! Il libro in questione, dunque, rende un servizio utile a chiunque. Dire poi che le dichiarazioni di Pesce sono minimaliste (il termine è infelice perché ambiguo) significa soltanto riconoscere che egli opera da storico, limitandosi alla fisionimia religioso-culturale di Gesù e tralasciando di approfondire il discorso sulle ermeneutiche di fede sviluppatesi su di lui dopo l’evento pasquale, documentate nel canone neotestamentario. Io stesso, però, sostengo che la risurrezione di Gesù non può essere qualificata come evento storico, essendo invece storico il dato della fede dei discepoli in lui risorto” e conclude: “Perciò il libro di Augias-Pesce, come succede anche per quanto io stesso ho modo di pubblicare, non chiude il dibattito: semmai lo rinfocola. Tuttavia questo è il bello, cioè che la ricerca (e lo stesso vale per la fede!) non si chiude mai in se stessa ma si apre a sempre nuovi orizzonti, sapendo che la posta in gioco è inesauribile”. Oltre le garbate righe di monsignor Penna (che comunque puntualizza quanto sia irreale il ritenere oggi la Chiesa cattolica in una dimensione da “santa inquisizione”, e quanto un discorso di ricerca storica, da parte di chiunque, non debba precludersi a priori un bel niente di fronte a tutte le fonti su cui si può lavorare) è poi alquanto istruttivo il pensiero sul libro di Augias da parte di monsignor Raniero Cantalamessa, di cui riporto alcuni passi: - Nessuno contesta il diritto di accostarsi alla figura di Cristo da storici, prescindendo dalla fede della Chiesa. È quello che la critica, credente e non credente, va facendo da almeno tre secoli con gli strumenti più raffinati. La domanda è se la presente inchiesta su Gesù raccoglie davvero, per quanto in forma divulgativa e accessibile al gran pubblico, il frutto di questo lavoro, o se invece opera in partenza una scelta drastica all'interno di esso, finendo per essere una ricostruzione di parte. All'uso selettivo degli studi corrisponde (nel libro in oggetto) un uso altrettanto selettivo delle fonti. I racconti evangelici sono adattamenti posteriori quando smentiscono la propria tesi, sono storici quando si accordano con essa. Anche la risurrezione di Lazzaro, benché attestata dal solo Giovanni, viene presa in considerazione, se può servire a fondare la tesi della motivazione politica e di ordine pubblico dell'arresto di Gesù (pag. 140). - A proposito delle scoperte di nuovi testi che avrebbero modificato il quadro storico sulle origini cristiane: esse sono essenzialmente alcuni Vangeli apocrifi scoperti in Egitto a metà del secolo scorso, soprattutto i codici di Nag Hammadi. Su di essi viene fatta un'operazione assai sottile: ritardare il più possibile la data di composizione dei Vangeli canonici e avanzare il più possibile la data di composizione degli apocrifi in modo da poterli usare come valide fonti alternative ai primi. Ma qui si urta contro un muro non facilmente scavalcabile: nessun Vangelo canonico (neppure quello di Giovanni secondo la critica moderna) si lascia datare dopo l'anno 100 dopo Cristo e nessun apocrifo si lascia datare prima di tale anno (i più arditi arrivano, con congetture, a datarli all'inizio del III o a metà del II secolo). Tutti gli apocrifi attingono o suppongono i Vangeli canonici; nessun Vangelo canonico attinge o suppone un vangelo apocrifo. - Riguardo l’affermazione secondo cui il cristianesimo «nasce addirittura nella seconda metà del II secolo». Come conciliarla con la notizia degli Atti (11,26) secondo cui, non più di 7 anni dopo la morte di Cristo, circa l'anno 37, «ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani»? Plinio il Giovane (una fonte non sospetta!), tra il 111 e il 113 parla ripetutamente dei «cristiani», di cui descrive la vita, il culto e la fede in Cristo «come in un Dio». Intorno agli stessi anni, Ignazio d'Antiochia parla per ben 5 volte di cristianesimo come distinto dal giudaismo, scrivendo: «Non è il cristianesimo che ha creduto nel giudaismo, ma il giudaismo che ha creduto nel cristianesimo» (Lettera ai Magnesiani 10, 3). In Ignazio, cioè all'inizio del II secolo, non troviamo attestati solo i nomi «cristiano» e «cristianesimo», ma anche il contenuto di essi: fede nella piena umanità e divinità di Cristo, struttura gerarchica della Chiesa (vescovi, presbiteri, diaconi), perfino un primo chiaro accenno al primato del vescovo di Roma, «chiamato a presiedere nella carità». - Tra le affermazioni dei due autori ce n'è una che merita di essere presa sul serio e discussa a parte. «Gesù non ha inteso fondare nessuna nuova religione. Era ed è rimasto ebreo». Verissimo, difatti neanche la Chiesa, a rigore, considera il cristianesimo una "nuova" religione. Si considera insieme con Israele (una volta si diceva a torto «al posto di Israele») l'erede della religione monoteistica dell'Antico Testamento, adoratori dello stesso Dio «di Abramo, di Isacco e di Giacobbe». Il Nuovo Testamento non è un inizio assoluto, è il "compimento" (categoria fondamentale) dell'Antico. Del resto, nessuna religione è nata perché qualcuno ha inteso "fondarla". Forse Mosè aveva inteso fondare la religione d'Israele o Buddha il buddhismo? Le religioni nascono e prendono coscienza di sé in seguito, da coloro che hanno raccolto il pensiero di un Maestro e ne hanno fatto ragione di vita. - Una nota marginale, ma che tocca un punto assai delicato. Secondo Augias, Luca attribuisce a Gesù le parole: «E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me» (Lc 19, 27) e commenta dicendo che: «È a frasi come queste che si rifanno i sostenitori della "guerra santa" e della lotta armata contro i regimi ingiusti». Va precisato che Luca non attribuisce tali parole a Gesù, ma al re della parabola che sta narrando e si sa che non si possono trasferire di peso dalla parabola alla realtà tutti i dettagli del racconto parabolico, e in ogni caso essi vanno trasferiti dal piano materiale a quello spirituale. Il senso metaforico di quelle parole è che accettare o rifiutare Gesù non è senza conseguenze; è una questione di vita o di morte, ma vita e morte spirituale, non fisica. La guerra santa non c’entra proprio. - Chiudo questa mia lettura critica con qualche riflessione conclusiva. Io non condivido molte risposte di Pesce, ma le rispetto riconoscendo ad esse pieno diritto di cittadinanza in una ricerca storica. Molte di esse (sull’atteggiamento di Gesù verso la politica, i poveri, i bambini, l’importanza della preghiera nella sua vita) sono anzi illuminanti. Alcuni dei problemi sollevati – il luogo di nascita di Gesù, la questione dei fratelli e delle sorelle di lui, il parto verginale – sono oggettivi e discussi anche tra gli storici credenti (l’ultimo non tra i cattolici), ma non sono i problemi con cui sta o cade il cristianesimo della Chiesa. Meno giustificata in una "inchiesta" storica su Gesù mi sembra la cura con cui Augias raccoglie tutte le insinuazioni su presunti legami omosessuali esistenti tra i discepoli, o tra lui stesso e «il discepolo che egli amava» (ma non doveva essere innamorato della Maddalena?), come pure la dettagliata descrizione delle vicende scabrose di alcune donne presenti nella genealogia di Cristo. Dall’inchiesta su Gesù si ha l’impressione che si passi a volte al pettegolezzo su Gesù. Il fenomeno ha però una spiegazione. È sempre esistita la tendenza a rivestire Cristo dei panni della propria epoca o della propria ideologia. In passato, per quanto discutibili, erano cause serie e di grande respiro: il Cristo idealista, socialista, rivoluzionario… La nostra epoca, ossessionata dal sesso, non riesce a pensarlo che alle prese con problemi sentimentali. Io credo che il fatto di aver messo insieme una visione di taglio giornalistico dichiaratamente alternativa con una visione storica anch’essa radicale e minimalista ha portato a un risultato d’insieme inaccettabile, non solo per l’uomo di fede, ma anche per lo storico. - La fede condiziona la ricerca storica? Innegabilmente, almeno in una certa misura. Ma io credo che l’incredulità la condiziona enormemente di più. Se uno si accosta alla figura di Cristo e ai Vangeli da non credente (è il caso, mi sembra di capire, almeno di Augias) l’essenziale è già deciso in partenza: la nascita verginale non potrà che essere un mito, i miracoli frutto di suggestione, la risurrezione prodotto di uno «stato alterato della coscienza» e così via. Lascio ora, con il pensiero di monsignor Cantalamessa in proposito del libro, da parte, calata e sepolta sotto uno strato geologico pietoso, la prima sostanziale ingiuria gratuita di Augias auto proclamatosi vittima della neo persecuzione inquisitoria cattolica nei suoi confronti, proseguendo con le sue righe inizialmente sopra riportate, in cui non si può evitare di considerare le stesse nei seguenti termini: le fonti evangeliche neotestamentarie non sono degne di essere ritenute fonti storiche. “Scritti di fede al 99 per cento”; “ritengo che Gesù si capisca molto meglio proprio se si prescinde dalla "fede" ovvero dalla teologia che nel corso dei secoli è stata costruita su di lui fin quasi a nasconderlo sotto un pesante mantello”, dice Augias (con la evidente volontà di indurre a pensare, secondo lui, che solo all’uno per cento apparterrebbe una sostanziale diversità fra il credere in Gesù oppure a Pinocchio, alla Vergine Maria oppure alla fata turchina). Ma, fosse però, per “qualche” motivo tale assunto, e sempre al 99 per cento, una emerità falsità, non è che proprio Augias potrebbe invece essere considerato a sua volta simile al postiglione collodiano? Perché, direbbe, sprecare tempo a scuola; meglio il Paese dei Balocchi! Perché cercare di volare in alto; godiamoci la nostra carnalità cercandone esempi illustri come in Gesù Cristo (così con costui chiudiamo il discorso una volta per tutte). Qui prodest? A chi giova tutto ciò? Zecchini d’oro, tiratura di un libro, cavoli rossi… fate voi.
La “profondità” del pensiero di Augias prosegue nel suo articolo con il commovente passo in cui il cronista si rammarica del fatto che il suo libro di verace ricerca storica possa essere stato paragonato, anzi “accostato” dagli esponenti ecclesiastici a Dan Brown; prima di tutto perché (scrive Augias) “il suo libro (quello di D.Brown) è un romanzo, a mio parere mediocre”. Chissà cosa intende: “il suo libro è un romanzo, ed è pure mediocre”, oppure il più sensato “il suo libro è un romanzo mediocre”. Aggiunge quindi che, invece, il “suo libro” è stato niente meno che “un tentativo di ritrovare in Gesù un affascinante connotato umano che spesso proprio la teologia gli ha sottratto”. Ci dispiace che uno di questi connotati umani che lui ha voluto tanto supporre lo abbia però alquanto turbato là dove il cronista scrive: “ Un'altra accusa che mi è stata rivolta più volte è di aver insinuato la possibilità di rapporti omosessuali nella cerchia intorno a Gesù. Io ho fatto solo domande su un tema da qualche tempo ipotizzato. Il professor Pesce ha risposto che le voci sono infondate. Era mio dovere di cronista fare anche domande scomode. Insistere sull'argomento rivela a mio parere la difficoltà di trovare obiezioni più fondate”; certo che il professor Pesce, coautore del libro, non ci fa una bella figura. Chissà se hanno pure litigato, con il professore in difficoltà, incalzato senza pietà da un Augias che ripieno improvvisamente di zelo ontologico giornalistico, non poteva proprio comportarsi altrimenti… Insomma, poveri noi cattolici, nel vangelo siamo a quanto pare destinati a trovare (secondo Augias) solo all’un per cento degne informazioni sull’umanità di Gesù. ”. E’ vero! Diciamolo francamente: i vangeli canonici parlano solo di incarnazione, miracoli, resurrezione, Regno di Dio, e nascondono tutto il resto che troviamo grazie alla “straordinaria riscoperta, negli ultimi sessanta anni, di molti documenti ebraici e cristiani antichi”così dice Augias. Evviva! Finalmente sapremo se Maria ebbe le doglie, se Gesù è stato un bambino capace anche di non obbedire ai suoi genitori, se aveva rispetto per la propria madre, se mangiava, se beveva, se era capace di affezionarsi, di piangere per commozione, di spronare, di perdonare, di arrabbiarsi, di rivolgersi agli umili, ai sapienti, ai potenti, se amava i bambini e quanto, se ha provato il tradimento di un amico, se ha sofferto come un uomo la solitudine, l’abbandono, le percosse, gli insulti, le frustate, la crocifissione, se ha gridato sul legno evviva, oppure “Dio mio perché mi hai abbandonato”, se il sangue scorreva in lui e si è infine riverso al suolo dalla croce. Finalmente i vangeli canonici non potranno più celarci tutte queste cose e potremo conoscere l’uomo Gesù grazie al “tentativo” di Augias e Pesce “ di ritrovare in Gesù un affascinante connotato umano che spesso proprio la teologia gli ha sottratto”. Aveva ragione De Andrè, quando in una sua canzone lamentava l’ineluttabile continua lotta nella nostra vita per “allontanare gli intrusi dalle nostre emozioni”. Non si sa com’è, oggi pare ci sia una corsa ricorrente verso Gesù, da chi è improvvisamente folgorato da una passione indomabile verso l’umanità di questa figura intesa però a sua volta (guarda un po’), soprattutto nell’aspetto più carnale possibile. E se poi questo diventa infine qualcosa di finalmente discutibile al livello dei reality tv et similia allora, è chiaro, lo scopo è stato raggiunto. E’ logico che Augias tenti di annichilire all’un per cento la dignità storica neotestamentaria rispetto a quelle che lui va ad elaborare. Ciò gli permette di annullare il dovere di comparazione che potrebbe imporgli la necessità qualitativa della sua presunta esegesi storica. La pretesa del cronista riguardo l’inarrivabilità delle “sue” fonti rispetto a quelle neotestamentarie sul Gesù storico (ammesso che sia veramente questo il suo reale interesse) somiglia a chi in “Apologia della storia” di March Bloch, vorrebbe dire a tutti gli altri cosa sia “storia”, e verso il quale l’autore replica: “Quando mai siffatti articoli di fede hanno preoccupato un lavoratore serio? La loro minuziosa precisione non lascia soltanto sfuggire il meglio di qualsiasi fervore intellettuale, ossia le ingenue velleità verso un saper ancora mal determinato e una possibilità di ampliamento. Il loro pericolo peggiore sta nel voler definire accuratamente al solo fine di poter meglio delimitare. «Questo tema – disse il Guardiano degli dèi terminali – o questa maniera di trattarlo: ecco, senza dubbio ciò che può attrarre. Bada però, o efebo, che non è Storia »”. March Bloch nacque nel 1886 a Lione, da famiglia di origine ebraica. Il suo libro “Apologia della storia”- o Mestiere dello storico” venne edito nel 1949, postumo alla morte dell’autore, fucilato dai tedeschi il 16 giugno del 1944. Questo grande storico e studioso francese così scrisse nel suo Testament spirituel : “Affermo, dunque, se necessario, in faccia alla morte, che sono nato ebreo; non ho mai pensato a difendermene, nè ho mai avuto alcun motivo per avere la tentazione di farlo. In un mondo invaso dalla più atroce barbarie, la generosa tradizione dei profeti ebraici, che il cristianesimo, in quanto ebbe di più puro, riprese per ampliarla, non costituisce forse una delle nostre migliori ragioni di vivere, di credere e di lottare?”. La volontà di Augias di relegare in ambito non storico certe fonti piuttosto che altre fa ancora bene il paio con quelli che nel libro di Bloch ritengono la storia stessa priva di profitto e solidità, se non addirittura inutile e dannosa; a questi lo scrittore replica: “ Queste condanne esercitano un’indubbia attrattiva, in quanto giustificano a priori l’ignoranza. Fortunatamente, per quel poco di curiosità che sopravvive ancora in noi, non sono inappellabili”; e ancora: “La loro parola (quella dei soliti denigratori della storia) non manca di eloquenza, né di ingegnosità. Ma i più hanno trascurato di procurarsi esatte informazioni su ciò di cui dissertano. L’immagine che si fanno dei nostri studi non è nata in laboratorio. Sa più di accademia retorica che di gabinetto di lavoro. E, soprattutto, è scaduta. Così che potrebbe darsi che tanta verve, alla fine dei conti, risulti spesa al solo scopo di esorcizzare un fantasma”. La Chiesa oscurantista lamentata da Augias, quella che va a bruciare i libri di tizio o caio, scaduta anch’essa da tempo, è pure una debole patente in mano al cronista che tanto desidera esorcizzare Gesù Cristo, oltre che una brutta copia della presunzione di coloro che secondo Bloch credettero di istituire la storia “come una scienza dell’evoluzione umana che si conformasse a quell’ideale in un certo senso pan-scientifico, e si adoperarono per riuscirvi: salvo, poi, rassegnarsi a lasciar fuori dall’orizzonte di questa conoscenza degli uomini numerose realtà assai umane, ma che apparivano disperatamente ribelli a un sapere razionale. Quel residuo lo chiamavano, sdegnosamente, «avvenimento»; eppure, esso era gran parte della vita più intimamente individuale”. In un altro libro, “Dal Messia al Cristo” di Giorgio Jossa (docente di Storia della Chiesa antica nella Università Federico II di Napoli), ma chissà in quanti altri scritti nel secolo appena passato, è semplicemente lampante come l’autore non avverta alcun fastidio da parte della Chiesa cattolica nell’affrontare, come lui scrive nella premessa “un tema capace di far tremare qualunque studioso del Nuovo Testamento”. Eppure anche Jossa sottolinea un’aspettativa generale nei giudei del tempo per un messia politico-nazionale, anche Jossa usa fra le sue fonti anche quelle non neotestamentarie come Esdrae ed Henoch aethiopicus (scritti cristiani e giudaici); Antiquitates Iudaicae e Bellum Iudaicum (Flavio Giuseppe); Psalmi Salomonis, S’moneh esreh, Scritti di Qumran, Talmud, Didachè; Historia ecclesiatica (Eusebio), Dialogum cum Tryphone (Giustino). E questo non certo per asserire che i giudei “stranamente” non riconobbero in Gesù il messia atteso, o che le scritture veterotestamentarie non potessero essere intese nel senso di un messia politico, o che Gesù abbia sempre dichiarato chiaramente e apertamente di essere il messia, o che i suoi stessi discepoli lo abbiano (almeno loro) riconosciuto come tale già durante la sua vita terrena. Jossa analizza, compara, ricerca, senza mai perdere di vista la situazione storica del giudaismo al tempo di Gesù, evidenziando quanto, secondo il suo ragionamento esegetico, nelle fonti è dovuto a “esigenza di spiegazione dei fatti” rispetto a quella che infine appare come verace testimonianza storica della vita di Gesù. Questo per noi cristiani deve essere un aspetto di fondamentale importanza perché, citando ancora lo storico Bloch, “Al mero deista basta un’illuminazione interiore per credere in Dio: non nel Dio dei cristiani, però. Perché il cristianesimo, l’ho già ricordato, è essenzialmente una religione storica, nel senso cioè che i suoi dogmi fondamentali si fondano su avvenimenti. Rileggete il Credo: «« Io credo in Gesù Cristo…, che fu crocefisso sotto Ponzio Pilato… e il terzo giorno risuscitò da morte». Qui le origini della fede sono anche i suoi fondamenti”. E tutto ciò nel contesto peculiare di una civiltà occidentale caratterizzata dal fatto, scrive ancora Bloch, che “a differenza di altri tipi di civiltà, si è sempre ripromessa molto dalla propria memoria. Tutto ve lo induceva: la tradizione cristiana al pari di quella classica. I Greci e i Latini, primi nostri maestri, erano popoli storiografi. Il cristianesimo è una religione di storici. Altri sistemi religiosi hanno potuto fondare le proprie credenze e riti su una mitologia quasi estranea al tempo umano. I cristiani, come Libri Sacri hanno invece dei libri di storia, e la loro liturgia commemora, con gli episodi della vita terrena di un Dio, i fasti della Chiesa e dei santi. Ma storico il cristianesimo lo è anche per un altro aspetto, forse più profondo: ai suoi occhi, il destino dell’umanità, svolgentesi fra la Caduta e il Giudizio, appare come una lunga vicenda, di cui ogni destino, ogni «pellegrinaggio» individuale è, a sua volta, il riflesso; nella durata dunque, e perciò nella storia si svolge, asse centrale di qualsiasi meditazione cristiana, il gran dramma del Peccato e della Redenzione”. Avevo già letto, due o tre mesi fa una sorta di presentazione del libro di Augias , su un settimanale dove l’autore, intervistato, soprattutto insisteva su quanto l’intero mondo giudaico al tempo di Gesù attendesse il famoso messia politico, liberatore del giogo dei Romani. Insomma, sembra dire in sostanza il cronista: “Il Gesù dei cristiani che messia sarebbe, se in base alle scritture nessuno si aspettava a quel tempo tempo un messia tale a quello che oggi venera la Chiesa? E’ quindi una figura semplicemente creata a posteriori da coloro che ebbero necessità di fondare, ma di sana pianta, una nuova religione”. Nelle fonti veterotestamentarie, e in altre non cristiane, dico io, in realtà è presente anche un messia con una portata universalistica differente da quella sicuramente, e umanamente tanto desiderata dai Giudei contemporanei di Gesù. Una figura intorno alla quale ruotano tutte le altre che portano alla comprensione del Signore Gesù Cristo: il Maestro, il Profeta, ma anche il Servo Sofferente di Jahvè del Deutero-Isaia e il Figlio dell’Uomo. Ma Bruto è uomo d’onore… e può permettersi con le sue righe di presentare i cristiani senza più basi legittime… ma a questo punto anche Israele, defraudato in modo significativo di fonti dalla prospettiva escatologica universale. E invece il messaggio veterotestamentario è, universale, tanto per i cristiani quanto per gli ebrei credenti. Il messia dei cristiani è universale, e quello pure che ancora attende la religione ebraica non credo comunque sia oggi un messia che verrebbe a distruggere i palestinesi, od altro. Gesù è quello che dice “ma in verità vi dico” solo ogni volta che in senso non universale, ma materiale, terreno, trova che sia stato deviato il messaggio delle Sacre Scritture. Così fecero anche i profeti prima di lui. Quando Gesù nomina allo scriba che lo interroga il primo comandamento, non dice nulla di nuovo, così come quando vi aggiunge “ama il prossimo tuo come te stesso”, in quanto cose così importanti (per l’umanità intera) non potevano che essere state già scritte e ben conosciute (“…E amerai il tuo prossimo come te stesso, io sono il Signore - Levitico 19:18). Uno dei più grandi interpreti della Torà, Rabbi Akiva, insegnava:”Amerai il tuo prossimo come te stesso è il (più) grande principio della Torà”, e su questo già si posa un pilastro del contribuito ebraico all’etica universale, perché l’Ebraismo “è”, una religione universale, lo è dalla Genesi, cui il comandamento in questione è figlio, in quanto se il Signore è creatore, allora tutti gli esseri umani sono sue creature, come fece notare Ben Azzai, apponendo come principio base all’insegnamento sopra riportato di Rabbi Akiva, Genesi 5:1 (Quando Dio creò gli uomini, Egli li creò a sua immagine) come il libro della generazione dell’umanità. Lo è con il Diluvio, la catastrofe universale che è la rottura fra Dio e tutta l’umanità. E lo è anche con l’Esodo, dove Dio insegna che nessun uomo può impadronirsi di un altro uomo. Lo è il Decalogo, come ha detto papa Benedetto XVI nella sinagoga di Colonia il 19 agosto 2005: “Il Decalogo (Es 20; Dt 5) è per noi patrimonio e impegno comune. I Dieci Comandamenti non sono un peso, ma l’indicazione del cammino verso una vita riuscita. Lo sono in particolare per i giovani (...). Il mio augurio è che essi sappiano riconoscere nel Decalogo questo fondamento comune, la lampada per i loro passi, la luce per il loro cammino. Ai giovani gli adulti hanno la responsabilità di passare la fiaccola della speranza che da Dio è stata data agli ebrei come ai cristiani, perché ‘mai più’ le forze del male arrivino al dominio e le generazioni future, con l’aiuto di Dio, possano costruire un mondo più giusto e pacifico in cui tutti gli uomini abbiano uguale diritto di cittadinanza”. Parole così commentate dal Vescovo Vincenzo Paglia e dal rabbino Giuseppe Laras (Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra ebrei e cattolici – 16 gennaio 2006): “Queste parole pronunziate da Papa Benedetto XVI nella sinagoga di Colonia il 19 agosto 2005 possono essere assunte quasi a dichiarazione programmatica per dare sostanza di dialogo e di comunione a questa Giornata che vede uniti in preghiera e nell’ascolto della parola di Dio i fedeli della Chiesa cattolica italiana. Al centro è posto il Decalogo, vera e propria stella polare della fede e della morale del popolo di Dio. Queste “dieci parole” sono, però, anche il “grande codice” della civiltà etica dell’intera umanità, dato che esse identificano bene e male, giusto e ingiusto, vero e falso anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni creatura”.Quanto sopra stride alquanto con il messia di Augias, un messia scontato nei desiderata politici nazionali dei Giudei del tempo di Gesù. E questo al di là dei passi dove si può evincere altro, quanto piuttosto relativamente al messaggio, vero, universale, dove è ragionevole che vi siano dei posti anche per delle aspettative messianiche analoghe, consequenziali. Il messia poteva essere un uomo, ma forse Gesù allora non sarebbe stato crocefisso. Poteva non esserlo, “un uomo”, come nelle parole di Caifa “Sei tu il Messia, il figlio del Benedetto?”; e qui non credo che vi sia posto per l’uomo messia politico-nazionale, quanto per un essere sovrannaturale, il messia che avrebbe portato a compimento ben altro, e sicuramente non sconosciuto al popolo di Israele. Ma qui, e per me soltanto da qui, parte la differenza fra la fede cristiana e quella ebraica: “Tu sei il Messia, il Figlio di Dio?” Bene vediamo subito… si può dire; oppure si può credere ad un uomo figlio di Dio. Il primo caso è oggettivamente e storicamente razionale e infatti Gesù morì come blasfemo. Per un cristiano magari diventa invece ragionevole che Gesù, pienamente ebreo in tutto, lo fu man mano anche troppo; non più solo maestro, ma anche profeta, e poi taumaturgo, e realizzatore di miracoli… e questo non era più nella normalità. E poi il mistero messianico. Sembra quasi che Gesù non voglia “dichiararsi”, quanto piuttosto “essere riconosciuto” Messia e Figlio di Dio. E’ forse questo il senso del “Tutto è compiuto” di Gesù che muore in croce. Ora può essere riconosciuto, Gesù Cristo risorto da morte ed esaltato alla destra del Padre”, Messia, Figlio dell’Uomo, Signore Figlio di Dio. Mi chiedo che utilità alla conoscenza possano avere certi libri come quello citato di Augias. Questo genere di messaggio camuffato, tipico purtroppo dei nostri tempi, è quello usato a diversi livelli del nostro vivere quotidiano da parte della moltitudine dei mandovài, è in breve, il loro codice.Il mandovài è legato dalla notte dei tempi al rapporto che c’è fra lui e le cose terrene. E questo è il primo punto. Può rimanere a questo stadio evolutivo, quello del mèfrega , oppure diventare insofferente cronico, in quanto non sopporta un disagio interno cui non sa dare spiegazione e che altri affrontano in modo per lui sciocco, da perditempo. “Tu sei un uomo, devi comportarti da uomo, vivere e crepare definitivamente da uomo, come me. Mi urti, perché io cerco di non riflettere mentre tu, con il tuo comportamento mi ci obblighi. Ti ordino di stare infine immobile, o illuso: dove mai presumi di dirigere te stesso?” (Scritti di Mandovài - Aug 19; :11-17). Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (38) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 816
Powered by AkoComment Tweaked Special Edition v.1.4.6 |
||||
| Ultimo aggiornamento ( martedì 22 maggio 2007 ) | ||||
| < Prec. | Pros. > |
|---|
Il mondo che vogliamo è un network a-partitico di libero pensiero, riflessione, critica sociale, politica e cultura con gli occhi aperti verso ciò che di buono e di positivo si può costruire.
Un sito non solo di critica ma anche di buone notizie.
Un network di informazione non giornalistico che si apre all'occhio del cittadino con filmati video e segnalazioni in movie.
Questo sito Web non appartiene ad alcuna istituzione ecclesiastica, civile o
militare; non è collegato ai siti segnalati o recensiti, né è responsabile
del loro contenuto. La segnalazione di un sito non comporta per ciò stesso
l'approvazione di tutti i suoi contenuti. I documenti forniti, sia testuali
che multimediali, non implicano alcun coinvolgimento delle istituzioni
ecclesiastiche, civili o militari eventualmente citate, direttamente o
indirettamente, con le attività e le finalità proprie del sito.
Ai sensi della Legge 7 marzo 2001, n. 62, si dichiara che questo sito non
rientra nella categoria di "informazione periodica" in quanto viene
aggiornato ad intervalli non regolari. Questo sito non è collegato ad alcun
periodico o testata giornalistica, non persegue finalità politiche o
economiche e in ogni caso fini di lucro, altri vantaggi materiali o ingiusto
profitto. In qualità di iniziativa di servizio il sito si ispira al
principio della totale gratuità.
Tutti i marchi eventualmente citati o riprodotti nel sito appartengono ai
rispettivi proprietari che ne detengono integralmente i diritti. L'uso di
logotipi e immagini caratteristiche o peculiari non implica in alcun modo
l'appartenenza di questo sito alle persone fisiche o giuridiche ad esse
eventualmente connesse, né un coinvolgimento delle stesse - diretto o
indiretto - con le attività e le finalità proprie del sito e viceversa. I
testi non firmati, salvo diversa indicazione, si intendono di proprietà
dell'Autore/titolare del Sito.