| Sulle case popolari |
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| Scritto da Marat | ||||
| giovedì 16 novembre 2006 | ||||
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Ovviamente la domanda non ha avuto esito perché, a detta dell’ente assegnatario, non ce ne erano di disponibili e probabilmente la loro posizione in graduatoria era lontana dalla soglia della “speranza” per attendersi con qualche ragionevolezza il miracolo del beneficio.Cosa dovevano fare Roberto e Simona? Fare ciò che fanno molti: trovarsi un appartamento abbandonato in una casa popolare (ma come: non avevano detto che non c’era disponibilità di alloggi?) e trasferirsi colà.La casa, situata alla Garbatella, era in completo stato di abbandono e degrado: la coppia, pazientemente e con tanta trepidazione, si è rimboccata le maniche per riattarla e offrire al bebè nascituro un tetto sulla testa e quattro mura intorno per non costringerlo a passare le nottate sotto i ponti.Siccome i due sono onesti, si autodenunciano all’Ater, segnalando la loro posizione irregolare ma specificando anche il loro reale stato di necessità, sperando che la burocrazia trovi in sé stessa un briciolo di umanità per venire incontro alle loro esigenze: del resto la nostra Costituzione e le nostre leggi non dichiarano ad oltranza, con enfasi a dir poco sospetta, che lo Stato tutela la famiglia eccetera eccetera?Invece la burocrazia, elefantiaca e inefficiente a svolgere con contezza di tempi ed efficacia di risultati le pratiche ordinarie, ma efficientissima a costellare di ostacoli e trappole il cammino del cittadino-servo verso il soddisfacimento dei suoi diritti, comunica all’intestataria dell’alloggio l’avvenuta occupazione da parte degli abusivi. E qui comincia il grottesco o la farsa, se preferiamo, anche se per la giovane coppia c’è ben poco da ridere.Si scopre che l’intestataria è una suora di clausura (sic) che vive in Umbria da 5 anni (ma come, se ha bisogno di una casa popolare perché vive a Gubbio? E se vive a Gubbio in convento di clausura allora perché ha bisogno della casa popolare a Roma? (Attendiamo lumi), e questa suora ha dato la procura amministrativa alla sorella, peraltro proprietaria di altri due appartamenti (non sappiamo se case popolari o immobili privati).La cosa assume adesso contorni un po’ inquietanti. Questa “sorella”, dirigente del Comune, chiede il rientro d’uso “urgente” dell’alloggio popolare citando in tribunale i due giovani. Problema: abbiamo sempre saputo che gli alloggi popolari vengono assegnati a un cittadino in stato di necessità con determinati requisiti, ma rimane di proprietà dell’Ater, e non è considerabile un immobile di famiglia, che passa a familiari o ad eredi (tra l’altro chi lo utilizza non paga l’ICI né indica sull’IRPEF il valore catastale).E allora cos’è questa storia di una casa che viene gestita come un bene personale, di “famiglia” tipo la seconda casa che i più fortunati si possono permettere di affittare per ricavare un legittimo reddito, e per la quale possono chiedere lo sfratto esecutivo di un eventuale inquilino moroso o per sopravvenute necessità?Fatto sta che il Tribunale a maggio di quest’anno dà ragione alla “sorella” stabilendone il rientro d’uso e in pratica intimando alla coppia, che nel frattempo è diventata un terzetto per la nascita del bimbo, di lasciare l’alloggio.Alloggio che, ripetiamo, era disabitato e in stato di degrado.La conclusione di questa storia è la richiesta di forza pubblica da parte della “sorella” per ottenere lo sgombero dell’allogggio conteso. Conclusione che dovrebbe verificarsi il 21 novembre, data dello sfratto.E intanto la famigliola angosciata conta i giorni che la separano dalla strada. Si impongono a questo punto alcune riflessioni, che spero divengano lo spunto di una sana discussione.La casa è un diritto di tutti, secondo le possibilità. Ci sono pertanto quelli che, ricchi di famiglia o per le loro capacità di guadagno, ne possiedono anche più di una, cosa legittima che non viene messa in discussione. E se questi fortunati ne hanno l’interesse, possono affittare i loro alloggi in esubero (seconde, terze case ecc) secondo i prezzi di mercato, pagandone ovviamente le tasse in quanto fonte di reddito, ripetiamo, legittima.Ci sono quelli che stipulano un mutuo accollandosi una rata mensile fissa o variabile per molti anni (15, 20 o 30 anni) per avere il finanziamento necessario ad acquistarne una, piccola o grande che sia. E questo fino ad adesso l’hanno fatto l’80% degli italiani, secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili.Ci sono poi quelli che per scelta o per necessità non si accollano il mutuo, non vincono al Superenalotto e allora sono obbligati alla locazione: pagano un affitto secondo i prezzi di mercato, che ovviamente variano in base alla tipologia di alloggio, alle caratteristiche del quartiere in cui è ubicato, al variare della domanda e dell’offerta, anche in base alla città stessa.E limitare il mercato con equi canoni è un’utopia, perché nessuno che abbia un briciolo di intelligenza fa affari in perdita: come minimo affitta in nero, facendo profitti maggiori esentasse, sfruttando la richiesta di mercato. Chi può paga quell’affitto, chi non può non prende in affitto quell’immobile.E veniamo quindi alla quarta tipologia di cittadini, che la casa non possono comprarla né affittarla.E quindi entrano in gioco le case popolari, istituzione che risale al ventennio fascista e che è rimasta ad operare fino ai nostri giorni attraverso alcune modifiche consentendo una opportuna valvola di sfogo alle esigenze di natura sociale e prevenendo in una qualche misura eventuali turbative dell’ordine pubblico.Infatti, poiché è inaccettabile in una società moderna e civile che ci sia gente che sia obbligata, non per sua libera scelta, a vivere per strada o sotto i ponti perché non ha i mezzi per pagarsi la casa, lo Stato utilizza uno strumento di perequazione sociale, accollando sulla collettività benestante il costo dell’edilizia popolare che ha lo scopo dichiarato di offrire un tetto a costo di favore ai bisognosi.E fino a qui non ci piove; ma badate bene, l’istituto delle case popolari è prettamente pratico, volto a soddisfare le esigenze di una particolare categoria di cittadini disagiati, e quindi trae la sua legittimità dal soddisfare una necessità per i bisognosi. Se invece soddisfa la necessità dei non bisognosi, se assicura una rendita illecita a finti beneficiari che subaffittano l’alloggio o lo rivendono a terzi, se diventa uno strumento di sfacciato clientelismo e nepotismo, allora diventa un’istituzione inutile e dannosa per la collettività, una vera truffa a suo danno.Tutti sono più o meno a conoscenza degli scandali periodici in cui è coinvolta l’Ater: mazzatte pagate a non meglio precisati intermediari per far assegnare l’alloggio a Tizio piuttosto che a Caio, vendite illegali degli immobili di sua proprietà che sono incedibili a meno che non venga fatta una delibera di messa in vendita agli inquilini a prezzo sociale, graduatorie per nulla trasparenti e costruite con criteri che con un eufemismo si possono definire “elastici”, assegnazione a prestanomi che poi risultano scaricati in ospizio e i cui parenti prossimi o meno prossimi – figli, nipoti, generi e nuore… - diventano i reali beneficiari, loro che non sono bisognosi, che hanno due o tre lavori magari in nero e tre o quattro macchine…Questa situazione dell’edilizia popolare e dell’ente che a Roma la gestisce è uno schifo, perché viene meno la realizzazione della sua funzione sociale, perché assicura un ingiusto profitto a truffatori a spese della collettività, già gravata da tante tasse, perché genera insoddisfazione, rancore, rabbia nei bisognosi veri come Roberto e Simona o il vecchio pensionato che percepisce 400 euro al mese e con quelli non riesce neanche a fare la spesa, figuriamoci a pagare un affitto per un monolocale alla Magliana o al Laurentino.Ovviamente non tutti quelli che occupano gli immobili dell’Ater sono truffatori, per fortuna, ma la lista di attesa e lunga, la graduatoria è un incubo, e le situazioni strane tipo la suora di clausura sono molte.Le istituzioni, dal Governo al Comune e alla stessa Ater devono cambiare registro: si deve fare un censimento dei veri bisognosi, depennando e perseguendo con ogni mezzo, civile e penale, gli odiosi abusivi e furbetti del quartierino che approfittano della legge per fare i loro comodi; si devono fare graduatorie trasparenti utilizzando parametri chiari, che valorizzino quegli elementi che questo Paese dichiara di volere tutelare (per esempio la famiglia, i disabili…); si devono costruire alloggi popolari rispettando criteri di funzionalità ma anche di decoro, risparmiando anche sui materiali ma non scendendo mai sotto livelli di sicurezza, realizzando anche le relative infrastrutture per evitare l’orrore dei quartieri popolari-dormitorio, privi di ogni servizio; si deve obbligare le ditte edili appaltatrici a realizzare lavori a regola d’arte, evitando speculazioni vergognose nella realizzazione degli immobili sulla pelle della collettività che poi in definitiva paga tutto questo.E chi lavora in questa istituzione, se viene beccato a intrallazzare, per interesse personale o meno non importa, per assegnare gli alloggi a chi non ne ha titolo, deve essere punito severamente, con licenziamento in tronco e richiesta di risarcimento da parte dell’Ente stesso che si deve costituire parte civile.Certo, tutto questo non è semplice né rapido, e presuppone sostanzialmente che la gente dichiari onestamente il proprio reddito, mentre sappiamo che esiste una marea di individui che ufficialmente sono disoccupati e nullatenenti e invece hanno fonti di reddito anche cospicue da lavoro in nero quando non addirittura da attività criminali; ma a questa gente non dovrebbe essere consentito di sfruttare le maglie della legge per prendere in giro il prossimo, la collettività che paga e i veri bisognosi che vengono messi in coda. Quindi il problema delle case popolari si embrica con quello della fiscalità generale: ma la strada è questa, e gli strumenti ci sarebbero (controlli incrociati, indicatori di reddito ecc) per scoprire i “finti” bisognosi.Per questi l’alloggio adatto sarebbe la galera (con una nuova fattispecie di reato: che ne dite di “truffa continuata ai danni della collettività”?), mentre l’alloggio liberato sarebbe assegnato a chi veramente ne ha diritto.L’ideale sarebbe quello di arrivare a trasformare, col tempo, anche gli assegnatari di case popolari in piccoli proprietari, consentendo loro, come di fatto oggi avviene seppure in parte e tra mille ambiguità e ombre, di acquistare a prezzo super-politico l’alloggio che occupano, che allora sì diverrebbe proprietà di famiglia; così un domani tutti sarebbero proprietari di case (chi della villa all’Olgiata, chi della casa ex-Ater a Tor Bella Monaca, ma tutti comunque proprietari), sarebbero responsabilizzati a trattare l’alloggio e il condominio in cui vivono come un vero bene personale, dedicando cura e spese a migliorarlo, eliminando il problema del caro affitti perché calerebbe la richiesta: allora, lo studente fuori sede o il giovane che vuole andare a vivere lontano da mammà senza però la necessità di mettere su famiglia si potrebbe permettere un affitto onesto, soddisfacendo così anche le esigenze di reddito supplementare da parte dei proprietari più benestanti. Forse solo così la storia triste di Roberto e Simona non si ripeterà più. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (18) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 713
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