Mani sul terremoto in Irpinia, o "i giorni dello sciacallo". PDF Stampa E-mail
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venerdì 23 novembre 2007
marcello_torre E’ il 23 novembre, ventisette anni dopo quello del 1980... 
  Quali sono le forze in campo che popolano gli ultimi avvenimenti che hanno come protagonisti da una parte Beppe Grillo, il magistrato De Magistris, Marco Travaglio e chi in questo momento possono rappresentare; e dall’altra Clemente Mastella e ciò, e chi,  può a sua volta rappresentare questo signore…Beppe Grillo a Bruxelles, insieme a De Magistris e a Travaglio, avrebbe manifestato l’opportunità che l’Unione Europea non invii più fondi a supporto di alcunché nel nostro paese, perché tanto questi (i fondi) alla fine, oltre a non essere distribuiti a chi di dovere, finiscono oltretutto in non debite tasche che si ingrassano e diventano quindi più forti e prepotenti. In poche parole, si chiede all’Unione Europea di considerare gli italiani come i terremotati dell’Irpinia degli anni ottanta. Nel nostro paese ormai interamente terremotato nella giustizia, nel lavoro, nella pubblica amministrazione, eccetera  eccetera, come Irpinia insegna, a nulla serve inviare sostegni economici che giungono a tutti meno che a chi ne avrebbe diritto. Tanto, si è già visto, gridare: “giù le mani dal terremoto” non è servito, e non servirebbe neanche oggi a nulla.

  A Marcello Torre (nella foto da giovane) costò la vita pretendere che qualcuno tenesse giù le mani dal terremoto irpino...



Marcello Torre, nato a Pagani il 9 giugno 1932, è stato un avvocato, penalista e politico italiano.
Da giovane partecipò  attivamente e divenne in seguito dirigente della FUCI e di Azione Cattolica.
Cattolico, aderente alla Democrazia Cristiana, venne eletto delegato provinciale dei gruppi giovanili della DC per la provincia di Salerno.
Nel 1980 fu eletto sindaco di Pagani: il 23 novembre dello stesso anno il paese fu colpito dal terremoto dell'Irpinia, e Torre si oppose da subito alle infiltrazioni camorristiche nelle procedure di assegnazione dei primi appalti di ricostruzione, dichiarando apertamente le intromissioni.
Venne ucciso dalla Camorra per ordine di Raffaele Cutolo l'11 dicembre 1980, mentre usciva di casa. Subito dopo la sua morte, alla sua memoria è stato istituito a Pagani il Premio Marcello Torre, un'onorificenza patrocinata dalla presidenza della Repubblica Italiana che premia ogni anno l'impegno civile e l'opera di denuncia della criminalità.
Un articolo del 1992 di Daniele Martini, “Mani sul terremoto” appartiene all’istruttivo trittico di articoli del III Capitolo (Tre Casi Esemplari) dell’inserto redazionale “Mani Pulite” della rivista PANORAMA del 1992.
Gli altri due articoli, di Gian Paolo Rossetti e di Angelo Pergolini, riguardano altri due scandali,quello che fu detto “dei petroli” e quello della sede BNL ad Atlanta (traffico d’armi con Saddam Hussein, ecc.)
Nell’articolo di Martini  lo scandalo dei fondi per i terremotati dell’Irpinia venne commentato nel 1991 in un programma televisivo inglese dalla giornalista Anne Webber come “il più grosso scandalo che si sia mai visto in Europa” cui fa eco la frase finale del docente statunitense Rocco Caporale che indagò sull’uso fatto di 300 mila dollari dell’epoca stanziati per i terremotati da parte della National Science Foundation : “L’avevo detto che nessuno sarebbe finito in galera anche se qui c’è stato il più gigantesco sperpero di fondi pubblici del secolo”.
Nel suo libro Irpiniagate Goffredo Locatelli cita la conclusione dell’indagine che venne svolta da Rocco Caporale:”Solo il 50 per cento dei fondi (americani ndr) è andato dove doveva andare, il resto è stato dissipato. Il dopoterremoto è stato una cuccagna sulla quale hanno mangiato tutti: il 20 per cento del denaro è finito in tasca ai politici, un altro 20 per cento è andato ai tecnici della ricostruzione (prevista ndr). Camorra, imprese del Nord e imprenditori locali si sono mangiati il resto”. Scrive Daniele Martini: “ Le denuncie dei giornali e dello studioso americano suscitarono enorme scalpore e numerose interrogazioni parlamentari. Ma con De Mita segretario della Dc e Salverino De Vito ministro per il Mezzogiorno non fu affatto fermato il fiume di finanziamenti per le zone del terremoto e anzi l’industria della ricostruzione continuò a girare a tutta forza. Nel marzo del 1987 i giornali rivelarono che le fortune della Banca popolare dell’Irpinia erano strettamente legate ai fondi per la ricostruzione. Tra i soci che traevano profitto dalla situazione c’era la famiglia di De Mita con Ciriaco (De Mita ndr) proprietario di un cospicuo pacchetto di azioni che si erano rivalutate grazie al terremoto. I titoli erano posseduti anche dalla moglie, i fratelli, i figli… Un cronista che aveva svelato quelle circostanze fu querelato per diffamazione (abitudine che a quanto pare ricorre anche oggi… ndr). Seguì un lungo processo  che si concluse nell’ottobre del 1988 con una sentenza clamorosa:    secondo i giudici del tribunale romano chiamato a giudicare sulla controversia, era giusto scrivere che i fondi del terremoto transitavano nella banca di Avellino e che la Popolare è una banca della Dc demitiana. Appresa la sentenza, l'Unità pubblicò il 3 dicembre un articolo in prima pagina dal titolo eloquente: «De Mita si è arricchito con il terremoto». Seguirono dieci giorni di accuse e di rivelazioni. Il 20 dicembre del 1988 il presidente del Consiglio De Mita si presentò alla Camera costretto all'autodifesa: doveva fronteggiare 26 interrogazioni e interpellanze di deputati di ogni gruppo.[…] Per cercare di individuare responsabili e profittatori di una ricostruzione sbagliata, il Parlamento istruì una commissione di inchiesta. Era il dicembre del 1987 quando, per la prima volta, la propose il capogruppo liberale alla Camera, Paolo Battistuzzi. « È un'iniziativa che non contiene alcun elemento persecutorio», si affrettò a precisare: «Mira a tutelare gli interessi delle popolazioni colpite». Ma fu subito aggredito dai colonnelli dell'onorevole De Mita: «Se si fa questa inchiesta ne proporrò io qualche altra. Non solo in Irpinia», tuonò minaccioso e ricattatorio Clemente Mastella che allora era il portavoce ufficiale di piazza del Gesù”.

Oggi abbiamo De Mita inserito a forza (nonostante i fischi) 
nel comitato che si occuperà dello statuto del “rivoluzionario” Partito Democratico e Mastella come Ministro della Giustizia… Possibile che Veltroni, quando ha deciso di prendersi De Mita e di inserirlo tra i vertici non abbia, solo per un momento, fatto mente locale per ricordare i tragici eventi di 27 anni fa e quello che ne seguì? Possibile che Prodi e i suoi alleati quando hanno “comprato” Mastella per battere Berlusconi non hanno ricordato il brillante arrampicatore portavoce e pupillo del suo degno compare in una delle sue migliori performance ricattatorie e lo hanno nominato Ministro della Giustizia?

Non so… c’è qualche cosa di strano, quasi di innaturale. Leggendo, ricordando e ampliando la mia conoscenza su questi fatti e misfatti, nonché riconoscendovi illustri figure che oggi ancora gravitano tranquillamente sulla mia testa, è come se cercassi di recuperare una memoria che sembra stata chirurgicamente asportata in massa al popolo italiano, magari anche approfittando, da parte di “qualcuno” ,di quegli eventi che andarono ad imporsi all’opinione pubblica con gli anni di “mani pulite” o tangentopoli che dir si voglia… o no?

Però… mi chiedo fino a quando saremo tanto sfigati con la tempra, la preparazione, l’abnegazione, gli ideali, l’esempio e l’onesta degli statisti nostri… 
E’ vero che la nostra è una democrazia giovane, ed è vera anche la stessa  triste storia dell’Italia unita… Ci provarono in realtà da subito gli Ostrogoti, nel VI secolo, quello di Boezio e Cassiodoro, mantenendo la preziosa ossatura amministrativa romana, ma ahimè, i Bizantini con una guerra durata trent’anni mandarono a ramengo questo primo tentativo. Solo molto dopo, morto Federico II di Svevia, si ripresenta una situazione favorevole, nel meridione. Ma i baroni che tradirono sul campo di battaglia il re Manfredi  inaugurarono anche quella strategia che ancora oggi consente ai “baroni” meridionali di spadroneggiare nelle regioni del sud Italia: tenere lontano da quelle terre lo stato di diritto, in un modo o nell’altro: un sovrano debole, straniero, magari anche lontano che avesse quindi necessità vitale di delegare ai signori baroni quanto più potere possibile… Ha funzionato successivamente con i Savoia, dinastia certo molto meno italica del sovrano borbone che all’epoca parlava napoletano. I Savoia parlavano francese e  iniziarono vergognosamente con Vittorio Emanuele II che rimase secondo, e non assunse il titolo atto a iniziare una dinastia italiana come Vittorio Emanuele I (e finirono ancor più vergognosamente alla fine della seconda guerra mondiale con la fuga a Brindisi). I garibaldini trovarono tanti “picciotti” alleati, in Sicilia, mandati da chi, e chissà perché, se non semplicemente per la solita strategia dei baroni meridionali di acquisire più potere con un sovrano nuovo, e quindi debole, e quindi con l’interesse di venire a patti. I baroni diventano più o meno blasonati, dall’ottocento in poi, ma la sostanza è sempre quella, anche se comincia a ruotare, e  ruota fino ai nostri giorni repubblicani, intorno a nuovi titoli sociali che si chiamano mafia, ‘ndranghta, sacra corona unita , camorra ed entità ufficiali di stato colluse, o che comunque si fanno gli affari loro.
Povero Meridione. Arrivano i Savoia, e sono anni dimenticati di una sostanziale guerra civile, archiviata sommariamente dentro uno scatolone con su scritto “brigantaggio”, ma che al suo interno contiene in realtà anche una storia cancellata di paesi meridionali colpevoli di essere d’aiuto ai briganti, e quindi meritevoli di subire massacri, stupri e devastazioni da parte dei bersaglieri del tempo. Sono arrivati  i Savoia, e i contadini meridionali devono sfamare e sostenere tanto i loro baroni che l’economia  piemontese. Arrivano le guerre mondiali, e la popolazione meridionale diventa molto utile come carne da cannone. Arriva la Repubblica, e i meridionali vengono “deportati” nel nord Italia per le industrie piemontesi e poi settentrionali in genere. Infine il sisma irpino, con i terremotati italiani del sud ottimi per lo sciacallaggio da parte di imprenditori del nord, camorristi, e pseudo amministratori della cosa pubblica.

La questione sociale del sud è ben conosciuta già nella seconda metà dell’800, come per esempio negli scritti dell’epoca di Pasquale Villari  (Le lettere meridionali - ed altri scritti sulla questione meridionale in Italia) dove ritroviamo, quasi come ai giorni nostri, mafia, camorra, e situazione tragica della città di Napoli. Si chiede già all’epoca il Villari “perché mai” il governo non prende atto di quanto sia stupido e pregiudizievole chiudere in carceri locali certe personalità criminali piuttosto che in galere il più lontano possibile dai loro luoghi natii; eppure questa faccenda è andata avanti così fino ai casi eclatanti che furono ai giorni nostri degli alberghi-base logistica dell’Ucciardone e di Poggio Reale. E’ sconcertante, ma anche uno dei vari sintomi di quanto una classe dirigente sia tanto proiettata sui propri interessi economici e di potere da allontanarsi tranquillamente anni  luce dalle esigenze primarie di ordine e legalità di cui una società ha bisogno per andare avanti. 

L’avvilimento, la rassegnazione, fanno sì che  vari personaggi nel nostro Paese riescano a “mandare in soffitta” puntualmente scatoloni contenenti la nostra memoria, come lo scandalo dei petroli degli anni settanta o quello della BNL di Atlanta legato ai traffici statali d’armi con Saddam Hussein.  Per questi dinosauri quale meteorite serve? Un ricambio generazionale improvviso, più potere alle donne, il fotovoltaico di massa, internet che soppianta definitivamente il potere dei mass media servi dello status quo,  della televisione dei reality deifcientity; ce lo dicano per cortesia gli stati europei di più vecchia nazionalità e democrazia,  che magari riescono a governare senza pagare ‘sti pizzi di stato del menga, o paleopolitico che dir si voglia. Questo per non abdicare una volta per tutte, dopo l’asportazione della memoria, alla speranza, e quindi al nostro futuro.
La normalità dello scandalo, delle ruberie, delle stragi impunite, dello sfruttamento del lavoro legalizzato di oggi, della invivibilità nella violenza quotidiana di oggi ; questa normalità dovuta alla storia fatta dalle  varie baronie vincenti che ci consegnano un libro quasi in bianco per quanto c’è da nascondere e dimenticare. Questa normalità che ci  inebetisce e poi uccide, creata dalla rassegnazione, dall’avvilimento generale, dalle ipocrisie  perfezionate dall’ultimo relativismo, dall’ignoranza e inciviltà indotta nelle scuole paralizzate dai sessantottini che oggi sono magari “signori” direttori di qua e di là. 

Prima degli anni novanta, prima delle “sanguisughe”, c’erano stati anche altri anni, altri giorni, non solo di sanguisughe, ma anche di avvoltoi, e di sciacalli…
Alla riportazione, in basso, dello stupendo e utilissimo articolo di Daniele Martini,  abbiamo aggiunto, in memoria delle vittime del terremoto in Irpinia, di Marcello Torre e di chiunque abbia mai pagato con la vita la pretesa di essere onesto,   i suggestivi versi in proposito dello scrittore e giornalista Aldo Bello: “Niente. E Così sia” – 1981 .

  
Mani sul terremoto         di DANIELE MARTINI

Dodici anni non sono bastati. I prefabbricati dell'emergenza sono ancora lì: camera da letto e cucina, antenna della tv e il caldo che picchia in testa o l'umido che entra nelle  ossa secondo le stagioni. Per vederli basta salire su per la statale numero 7 che corre da Avellino verso l'Alta Irpinia. Tra lecci e  castagni è un susseguirsi di crocchi di vecchie casupole e di finti  paesi di container. La vita dentro quelle quattro lamiere ha reso  la gente fatalista e diffidente. Nessuno è mai riuscito a spiegare loro perché, malgrado un gigantesco flusso di denaro pubblico, alcune migliaia di famiglie rimangano intrappolate in quelle baraccopoli. Il terremoto dell'Irpinia sembra non finire mai. Sullo  sfondo delle montagne i terremotati veri, quelli che hanno perso casa, amici e parenti, ormai vedono nero. O meglio, vedono profilarsi sempre più nitido lo spettro del Belice, il paese siciliano dove, dopo venti e più anni dal terremoto, la gente è ancora senza un tetto e vive come può.Alle prese con i mille piccoli e grandi drammi della sopravvivenza quotidiana ci sono famiglie irpine che hanno già figli di dodici anni che non hanno mai vissuto in una casa come si deve, nati e cresciuti tra l’alluminio dei container bi-vano. A Lioni, comune baricentro dell'Ofanto, 6 mila abitanti, 275 morti in quella notte del 23 novembre 1980,         la ricostruzione del centro non è mai stata ultimata. Come a Lioni, decine di antiche comunità sono state sconvolte. I vecchi equilibri sociali sono stati spazzati via insieme alle macerie. Quelli nuovi non si sono mai imposti.Ormai per molti una casa di calce e mattoni è un miraggio. Subito dopo il terremoto, forse, le abitazioni si sarebbero potute costruire con una certa facilità: quasi ovunque la tragedia con suoi 3 mila morti aveva rafforzato i legami di solidarietà tra gli abitanti e nessuno si era lanciato nella corsa all'accaparramento dei soldi che sarebbero poi piovuti a catinelle dai ministeri di Roma. C'era la voglia di fare e di reagire. Ma non si fece nulla. Meglio: la gente fu convinta che per il momento era meglio non far nulla. E presto cominciò il valzer dei grandi interessi. Lo sfruttamento del terremoto iniziò con la storia dei prefabbricati. Le ditte fornitrici cominciarono a premere sui politici per gli appalti. E i politici non si tapparono le orecchie. Anzi. Si fece strada l'idea che bisognava dare subito, in fretta, un rifugio qualsiasi alle vittime del disastro. Alla ricostruzione, quella vera, si sarebbe pensato poi, in un secondo momento, con più calma E così fu commesso il primo errore. Un errore in parte in buona fede in parte interessato, s'intende. Comunque uno sbaglio madornale. 

Qualsiasi studio sulle conseguenze delle calamità naturali consiglia di lasciar perdere il più possibile le fasi intermedie tra la sciagura e la ricostruzione delle zone distrutte. Gli esperti di disastri di tutto il mondo sanno da tempo che è meglio non far ricorso a case temporanee perché spesso finiscono per costituire un elemento che frena o ritarda l'impegno fondamentale di ricostruire. Anche le indagini sul terremoto del Friuli erano arrivate alla stessa conclusione, e cioè che per le comunità colpite è meglio stringere i denti e sopportare i disagi tremendi di un periodo sotto le tende o dentro le roulottes per poi passare alla fase della nuova edificazione. E invece in Irpinia il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti puntò decisamente sulle finte case. All'inizio l'opinione pubblica era anche d'accordo: traumatizzata dalle immagini che i telegiornali portavano in casa e dai racconti della stampa, voleva che si trovasse un riparo subito per quella povera gente così sventurata. Pochi immaginavano che sarebbe finita così. Nessuno credeva che la ricostruzione sarebbe costata allo Stato italiano una cifra spropositata e che dopo 12 anni ci sarebbero stati ancora i container. Già, ma quanto è costato davvero il terremoto dell'Irpinia? La prima stima dei danni nel 1981 parlava di 8 mila miliardi. Nel giro di qualche mese la cifra fu corretta: 12 mila. Poi ci fu un'escalation: prima 20 mila, poi 35 mila, 50 mila... A distanza di anni dal sisma, hanno fatto crescere il numero dei paesi colpiti e quello delle case da ricostruire. Una vergogna. I Comuni effettivamente danneggiati dalla calamità naturale erano 339. Ma ai criteri contabili dettati dal buon senso, ben presto furono affiancati i sistemi dell'arraffa-arraffa. Così, con il passare del tempo, i comuni dichiarati colpiti dal terremoto sono diventati 687. Assai presto la gente ha capito che la disgrazia poteva diventare un treno per il paese di Bengodi: chi poteva saliva e pretendeva la  sua fetta. Del resto l'esempio veniva dall'alto. Il senatore dc Ortensio Zecchino ci mise del suo. Nella lista dei paesi sinistrati  nel 1980 fece mettere anche decine di centri irpini e sanniti coinvolti in un sisma di 26 anni prima.
 

Messico, Guatemala, Alaska hanno avuto i loro terremoti. Hanno conosciuto la paura della terra che trema, hanno vissuto la tragedia delle distruzioni e delle morti. Ma in nessun paese la classe politica ha osato tanto: strumentalizzare un disastro con migliaia di vittime. La catastrofe del 23 novembre 1980 in Campania e Basilicata è stata una delle prove più clamorose delle deficienze del sistema socio-politico italiano. Le responsabilità non sono solo di un partito o di un gruppo di potere, ma vanno addebitate a un sistema di partiti. Chi più chi meno, quasi tutti hanno partecipato al banchetto. Per tutti l'obiettivo non era quello di ricostruire, ma di non perdere l'affare e attraverso l'affare di consolidare il proprio potere.[…]
Anche la legge per la ricostruzione, la numero 219, quella approvata nel 1981, non ha aiutato a far rinascere davvero quelle zone. Era incoerente, non stabiliva con esattezza chi doveva gestire il processo della ricostruzione: il potere centrale o le comunità locali?  Nacquero conflitti a non finire. Eppure per riparare le 362 mila case distrutte o danneggiate dal sisma lo Stato ha tirato fuori un fiume di denaro. Ma i risultati sono disastrosi. A Napoli, da Ponticelli a Secondigliano, centinaia di alloggi ricostruiti devono essere abbattuti: li avevano tirati su con materiali scadenti. L'incuria e, in molti casi, anche l'abbandono hanno fatto il resto. In Irpinia la Guardia di Finanza ha scoperto fienili trasformati in piscine olimpiche mai ultimate o in ville. Ha individuato finanziamenti indirizzati a imprenditori plurifalliti e orologi con brillanti regalati con grande prodigalità ai collaudatori dello Stato. Perfino ad Avellino, la città di Ciriaco De Mita, la ricostruzione del dopoterremoto presenta una faccia tutt’altro che rassicurante. I barbacani di tufo puntellano ancora le facciate dei palazzi e delle case squarciati dal sisma. Ai lati di Corso Vittorio Emanuele, il vecchio salotto di altre epoche e prima arteria cittadina, ci sono ancora condomini sventrati e cortili lasciati alle ortiche. Per alcuni anni le scuole costruite dagli americani nei paesi del cratere non hanno funzionato semplicemente perché gli amministratori locali non si curavano di aprirle. Gli americani sono stati particolarmente generosi con le vittime del terremoto. Ci sono stati gli aiuti privati, ma soprattutto quelli del governo che stanziò addirittura 70 milioni di dollari. Una cifra spropositata se paragonata con quelle messe a disposizione per altri disastri  accaduti in altre zone del mondo. Soldi che devono essere aggiunti a quelli versati dallo Stato italiano. La somma quant’è?

Nessuno lo sa di preciso. Le stime più recenti continuano a insistere sulla cifra di 50 mila miliardi. Ma Napoli, Avellino e dintorni aspettano altri soldi. E hanno un solo timore: che qualcuno decida di chiudere davvero il rubinetto dei finanziamenti. Eppure nei mesi successivi al disastro l'Irpinia era corsa da un fremito di speranza. «Vedrete, vedrete, porteremo le industrie su queste montagne. Finiranno i tempi della miseria... », prometteva allora il commissario Zamberletti girando come una trottola nei paesi del cratere. Erano i primi vagiti di un’ambiziosa opera di industrializzazione che non è mai decollata. Per rompere l'isolamento di vecchi paesi e di centri dimenticati i politici assicuravano che sarebbero state costruite nuove strade, nuovi acquedotti, nuove fogne. E una rete elettrica per le necessità di una zona che doveva sbocciare come un fiore. Ma tutti i miliardi spesi non sono serviti né a completare la ricostruzione né a promuovere un autonomo processo di sviluppo economico. E pensare che le nuove industrie hanno già succhiato 1.500 miliardi di finanziamenti a fondo perduto. I partiti decisero che nella sola Irpinia le aree industriali dovevano essere otto. E a conti fatti è più che legittimo il sospetto che si sia voluto moltiplicare per otto le imprese, i tecnici, gli sbancamenti di milioni di metri cubi di terreno, le decine di società e consorzi nati per l'appetitosa occasione. Con il tempo sono state scoperte grandi differenze di costi tra le opere pubbliche e quelle private. Quelle pubbliche, ovviamente, sono costate di più. Ci sono prezzi differenti per tutto: la progettazione, il calcestruzzo, il movimento terra, le massicciate stradali, il ferro.In 95 chilometri, da Avellino a Melfi, sono stati realizzati 10 nuclei industriali: un grande spreco che è servito soprattutto per arricchire i concessionari. Nel triangolo Lioni, Nusco, Sant’Angelo, si stende un enorme nucleo industriale costituito da tre aree l’una a ridosso dell'altra. E nessuno ha mai capito perché proprio qui sono state concentrate 19 aziende. Nel nucleo lionese lavorano in totale poco più di 500 persone. Dovevano essere più del doppio: 1.248. Così almeno è stato dichiarato al momento di concedere i finanziamenti: 275 miliardi elargiti dallo Stato sotto forma di contributo. 

Da Lioni attraverso Teora, la strada scivola a Conza della Campania che si adagia sul fondo valle bagnato dal fiume Ofanto. Più lontano Sant’Andrea di Conza è l'ultimo comune dell'Irpinia, incastonato su un monte che confina con la provincia di Salerno e la Basilicata. Conza è un fantasma. Colpito dal terremoto che qui si prese 200 morti, il vecchio centro sul fianco della collina è stato abbandonato. Ma quello nuovo non esiste. Da anni provano a tirar su un paese più a valle, ma i terreni sono acquitrinosi e poco adatti. E così invece delle case crescono le polemiche. Anche a Conza si vive ancora nei prefabbricati. In compenso, però, c'è l'area industriale, nuova di zecca. Per realizzarla hanno  spianato una decina di ettari a cui si accede con una bretella che si dirama dalla strada statale. Nella divisione delle aziende con il bilancino della politica, a Conza ne sono  toccate tre: l’Eurosedernic, la Flocor e la Donaplast. Contributo erogato dallo  Stato: 12 miliardi e 119 milioni. Addetti occupati: poche decine. Ormai molti pensano che quella di Conza sia un'area industriale del tutto inutile. Lo strumento che avrebbe dovuto  la nascita dell’industria nelle zone del terremoto è l'articolo 32 della legge per la ricostruzione. «È inutile che ci prendiamo in giro», dicono negli uffici della Cgil di Avellino in un condominio angusto e affollato in via Dante: «Lo Stato ha stanziato 8 mila miliardi con l'obiettivo di ottenere 13.500 posti di lavoro. Invece a tutt’oggi ce ne sono complessivamente circa 4 mila. E molti sono a rischio, in aziende già in difficoltà o che vedono nero». Ora si dice che è stato seguito un modello sbagliato. Un intervento calato dall'alto che non ha creato una cultura industriale diffusa e che non ha coinvolto le popolazioni locali. «La verità è che la ricostruzione è stato un affare che si sono giocati a Roma i partiti», accusano al sindacato che in Irpinia sopperisce in parte alla mancanza di un'autentica opposizione politica.

Con la prima fase dell’industrializzazione, quella guidata dal commissario Zamberletti, arrivarono in Irpinia industriali senza molti mezzi, proprietari di aziende del Nord in condizioni non proprio floride attratti dagli interessanti contributi previsti dalla legge statale numero 219. «La musica non cambiò di molto quando Zamberletti fu sostituito dal prefetto Elveno Pastorelli», racconta Gerardo Adiglietti, a quei tempi segretario provinciale della Cgil. «Con Pastorelli l'ufficio speciale per l'industrializzazione sembrava un mercato. Ma non era solo. Dietro di lui c’era una commissione dove sedevano anche i rappresentanti della Confindustria. Eppure, per quel che mi risulta, l’organizzazione degli industriali non ha mai scisso le sue responsabilità da quelle scelte assurde».Proprio su richiesta del sindacato sono stati revocati i decreti alle industrie che hanno incassato miliardi di contributi senza fare assunzioni. La Guardia di finanza ha inoltrato all'autorità giudiziaria 84 denunce per truffa ai danni dello Stato, corruzione e altri reati. Le prime denunce dello scandalo del dopoterremoto risalgono al 1986. In quell’anno la stampa cominciò ad accorgersi che molte cose non stavano andando per il verso giusto in Irpinia e nelle altre zone colpite. Facendo il punto sulla ricostruzione i giornali scoprirono che i miliardi inviati da Roma erano bloccati in banca dove fruttavano interessi ai Comuni. In provincia di Avellino tre sindaci su quattro, anziché erogarli ai privati, avevano depositato i soldi nella Banca popolare dell'Irpinia, la stessa che si dava molto da fare nel periodo delle elezioni organizzando party elettorali per Ciriaco De Mita.Un fratello del segretario dc, il geometra Michele, faceva intanto incetta di appalti e di commesse della ricostruzione. I giornali scoprirono anche che una miriade di aziende fantasma avevano incassato acconti miliardari senza neppure cominciare i lavori di insediamento nelle aree industriali. Zamberletti, che nel frattempo era diventato ministro della Protezione civile, fu chiamato pesantemente in causa.

Le denunce della stampa erano avvalorate dalle conclusioni a cui era giunto un gruppo di ricercatori americani guidati da Rocco Caporale, docente alla Saint John’s University di New York. Nel pieno della ricostruzione, mentre sulle zone terremotate scendeva una manna di miliardi, Caporale era arrivato con due suoi collaboratori e un finanziamento di 300 mila dollari della National Science Foundation, un ente del governo. Aveva il compito di indagare a fondo e con riservatezza sull’uso dei fondi destinati alla ricostruzione. Racconta Goffredo Locatelli nel suo libro Irpiniagate: «Per oltre un anno, in incognito, l’équipe di Caporale gira nell'area del cratere, intervista sindaci, consiglieri comunali, imprenditori, sindacalisti e tecnici. Alla fine Caporale ritorna negli Usa e mette tutto nero su bianco. Il suo è il primo rapporto serio sul dopoterremoto. Ecco le conclusioni nude e crude della ricerca: "Solo il 50 per cento dei fondi è andato dove doveva andare, il resto è stato dissipato. Il dopoterremoto è stata una cuccagna sulla quale hanno mangiato tutti: il 20 per cento del denaro è finito in tasca ai politici, un altro 20 per cento è andato ai tecnici della ricostruzione. Camorra, imprese del Nord e imprenditori locali si sono mangiati il resto."». Le denunce dei giornali e dello studioso americano suscitarono enorme scalpore e numerose interrogazioni parlamentari. Ma con De Mita segretario della Dc e Salverino De Vito ministro per il Mezzogiorno non fu affatto fermato il fiume di finanziamenti per le zone del terremoto e anzi l'industria della ricostruzione continuò a girare a tutta forza.Nel marzo del 1987 i giornali rivelarono che le fortune della Banca popolare dell'Irpinia erano strettamente legate ai fondi per la ricostruzione. Tra i soci che traevano profitto dalla situazione c'era la famiglia De Mita con Ciriaco proprietario di un cospicuo pacchetto di azioni che si erano rivalutate grazie al terremoto. I titoli erano posseduti anche dalla moglie, i fratelli, i figli... Un cronista che aveva svelato quella circostanze fu querelato per diffamazione. Seguì un lungo processo che si concluse nell'ottobre del 1988 con una sentenza clamorosa: secondo i giudici del tribunale romano chiamato a giudicare sulla controversia, era giusto scrivere che i fondi del terremoto transitavano nella banca di Avellino e che la Popolare è una banca della Dc demitiana. Appresa la sentenza, l'Unità pubblicò il 3 dicembre un articolo in prima pagina dal titolo eloquente: «De Mita si è arricchito con il terremoto». Seguirono dieci giorni di accuse e di rivelazioni.Il 20 dicembre del 1988 il presidente del Consiglio De Mita si presentò alla Camera costretto all'autodifesa: doveva fronteggiare 26 interrogazioni e interpellanze di deputati di ogni gruppo. Dopo il suo discorso, De Mita delegò a Sergio Mattarella il compito di rispondere alle interrogazioni. E il ministro siciliano lo fece leggendo un documento di 57 cartelle. Citando cifre e leggi, Mattarella, alla fine, non poté smentire lo scandalo del dopoterremoto. 

Per cercare di individuare responsabili e profittatori di una ricostruzione sbagliata, il Parlamento istruì una commissione di inchiesta. Era il dicembre del 1987 quando, per la prima volta, la propose il capogruppo liberale alla Camera, Paolo Battistuzzi. « È un'iniziativa che non contiene alcun elemento persecutorio», si affrettò a precisare: «Mira a tutelare gli interessi delle popolazioni colpite». Ma fu subito aggredito dai colonnelli dell'onorevole De Mita: «Se si fa questa inchiesta ne proporrò io qualche altra. Non solo in Irpinia», tuonò minaccioso e ricattatorio Clemente Mastella che allora era il portavoce ufficiale di piazza del Gesù.Nel marzo del 1989 la Camera chiuse un lungo e tormentato periodo di aspre polemiche approvando quasi all'unanimità l'istituzione della commissione d'inchiesta parlamentare. Usando poteri simili a quelli dell’autorità giudiziaria e avvalendosi dell’aiuto di esperti, la commissione doveva accertare una volta per tutte i passaggi più discussi e controversi della ricostruzione. Nel settembre del 1989 fu nominato presidente della commissione Oscar Luigi Scalfaro, l'uomo politico che tre anni più tardi sarebbe diventato il presidente della Repubblica. Erano stati necessari sei mesi per nominare il presidente perché la Democrazia cristiana aveva  fatto fuoco e fiamme contro Battistuzzi che considerava poco affidabile. Solo col cambio della guardia a palazzo Chigi tra De Mita e Giulio Andreotti, la scelta cadde su Scalfaro, un democristiano moderato che pero piaceva anche alla sinistra e ai laici e che i democristiani consideravano la maggior autorità morale in seno al partito.Durante sedici mesi di indagini, Scalfaro e i commissari sentirono decine di personaggi. I tasselli per completare il quadro finale furono portati dai personaggi interrogati nel corso di audizioni parlamentari. Il ragioniere generale dello Stato, Andrea Monorchio, mosse 42 gravissimi rilievi al prefetto Elveno Pastorelli per la sua gestione dell’ufficio speciale per l'industrializzazione. «C'è da mettersi le mani nei capelli», disse Monorchio. «Ci sono illeciti penali che vanno dall’omissione di atti d'ufficio al mendacio per omissione, all'interesse privato». 

Dopo il ragioniere generale dello Stato fu la volta dei magistrati della Corte dei conti. Giudici che a San Macuto, il palazzo dove si riuniva la commissione d'inchiesta, denunciavano quasi con imbarazzo gli sperperi e gli abusi delle cosiddette «gestioni fuori bilancio», in pratica un sistema per usare soldi dello Stato senza dover rendere conto a nessuno.Scalfaro, intanto, si era reso conto di persona di come stavano veramente le cose in Irpinia e dintorni. Attraverso una serie di sopralluoghi aveva capito che nelle zone terremotate c'era tutto tranne le case. Superstrade deserte, palazzi pubblici faraonici, piscine semivuote, paesi fantasma. Nei centri parzialmente distrutti i commissari trovavano infrastrutture da fare invidia, ma non le case.L'inchiesta si è conclusa nel 1991 con una relazione al Parlamento di 1.125 pagine, 7 carte geografiche e 98 allegati. Per i 40 commissari (20 deputati e 20 senatori) non è stato facile risalire il fiume delle migliaia e migliaia di miliardi di una ricostruzione infinita. Ma alla fine, smentendo le previsioni che ne avevano accompagnato la nascita, la commissione si è presa la rivincita su quanti ritenevano che, con tanta carne al fuoco, avrebbe stretto tra le mani tanto fumo e niente altro. In un paese dove si fa in fretta a dimenticare e dove molte verità ufficiali sono il risultato di compromessi politici e di patteggiamenti tra i partiti, i 40 parlamentari sono riusciti a far venire a galla qualche sprazzo di verità vera. Con pazienza e metodo hanno studiato non solo il grande business della ricostruzione in Irpinia, ma l'affare dopoterremoto in tutta la Campania. E hanno aperto il capitolo di  Napoli, la città di Antonio Gava e Paolo Cirino Pomicino dove il sisma ha colpito di meno, ma dove, forse, si è speso e sperperato di più. Molti sospetti hanno avuto una conferma: la commissione ha accertato che lo scandalo dei fondi per la ricostruzione c'è stato ed è stato gravissimo. Per estrarre il succo degli avvenimenti Scalfaro e gli altri avevano raccolto cento quintali di documenti nei quali ci sono raccontati dieci anni di spese al vento e ruberie che gridano vendetta.

Nella relazione della commissione c'è un intero capitolo dedicato alla Popolare di Avellino, la banca amica di De Mita, ai suoi azionisti e ai suoi affari. I parlamentari hanno accertato che in soli 15 anni è riuscita a moltiplicare per 156 il suo patrimonio, per 56 i suoi depositi e per 15 il valore delle sue azioni. Nell'allegato numero 8 la Banca d'Italia ha prestato molta attenzione a Ernesto Valentino, fedelissimo di De Mita. Da vent’anni è il presidente della Popolare. Dà i soldi a chi vuole, scrivono i commissari, «anche in presenza di parere negativo degli uffici competenti». La tenuta dei libri sociali? Spesso «irregolare». La documentazione sulla clientela a sostegno dei crediti accordati? «Insufficiente». Gli sconfinamenti di fido? «Accordati in dispregio di formali divieti». E simpatie, strane simpatie per alcuni clienti e familiari.Per questo e altro, spiegano i commissari del governatore Carlo Azeglio Ciampi, «Valentino si è attorniato di parenti e persone di sua assoluta fiducia». L'ex segretario provinciale della Dc e presidente del collegio sindacale della banca, Antonio Telaro, ha raccontato: «Se nonostante tutto Valentino è mantenuto al vertice della banca irpina ci dev’essere più di un buon motivo».L'anno passato il governo spedì direttamente in soffitta i volumoni della commissione d'inchiesta parlamentare. A che cosa è servito il lavoro fatto da Oscar Luigi Scalfaro e dagli altri commissari? La giornalista inglese Anne Webber è rimasta allibita: «E’ il più grosso scandalo che si sia mai visto in Europa», ha detto del dopoterremoto in Irpinia in un programma mandato in onda in Inghilterra ai primi d’ottobre del 1991. A dodici anni dal disastro, la Dc che sul terremoto aveva costruito grandi fortune e consensi, ora cavalca addirittura la protesta. Di fronte a centinaia di famiglie costrette a sopravvivere nei container o nei prefabbricati, i dc vorrebbero destinare ancora centinaia di miliardi alle industrie in Irpinia o alle infrastrutture nel Napoletano. A distanza di qualche anno dalle sue prime denunce il professor Rocco Caporale è ritornato sull'argomento terremoto. Ha cambiato idea? «No. Tutto quello che ho scoperto alcuni anni fa è ancora valido. La ricostruzione è stata una vergogna per un paese sviluppato come l’Italia. Purtroppo qui da voi non esiste più quella che noi in America chiamiamo moral indignation». E tornando sulle cifre già elaborate in passato ha spiegato più precisamente: «Ho stimato che la parte del leone l'hanno fatta i tecnici e le imprese del Nord. I tecnici hanno preso dal 25 al 35 per cento. Significa che circa 6 mila tra geometri, architetti e ingegneri hanno incassato qualcosa come 12 mila miliardi, circa due miliardi a testa. Al secondo posto metto i politici: hanno preso mediamente il 10 per cento dei fondi, altri 5 mila miliardi. Poi vengono i camorristi e qui è difficile calcolare quanto si sono messi in tasca. Forse quanto i politici. Ma il nodo credo sia un altro: quanto è rimasto per la vera ricostruzione? E la risposta è amara: almeno il 30 per cento della popolazione terremotata resta e resterà ancora per molti anni senza casa. Tutte le altre storie sono balle». La conclusione è sconfortante: «L'avevo detto che nessuno sarebbe finito in galera anche se qui c'è stato il più gigantesco sperpero di fondi pubblici del secolo».    




                                NIENTE. E COSI' SIA    di  Aldo Bello

 


quegli orologi
 


Quando saltano gli aghi 

dei sismografi,

alle 19,34 di

domenica 23 novembre,

si è oltre il decimo grado

della scala Mercalli.

Si interrompono le linee

elettriche e telefoniche,

si bloccano i treni.

 

Si fermano gli orologi

dei campanili e delle torri:

alle 19,35.

Il minuto più lungo

della storia del Sud

devasta una geografia e decima

una moltitudine di superstiti

scampati già alle sciagure

tradizionali dei popoli arretrati,

dalla mortalità infantile

alla brucellosi,

dall'emigrazione alla senilità precoce.

Per un interminabile minuto la morte

corre dalla cima delle calanche

ai fondovalle, rompe i muri mastri

di paesi svevi

angioini aragonesi borbonici,

frantuma le case di cartone

dei palazzinari di oggi

(tondini da 8 mm., là dove

ne occorrevano da 12 mm.).

Ho visto più morti nei condomini

degli anni '70 e '80

che in interi quartieri messi su

in secoli di architettura spontanea.

La morte corre e cancella,

fa il suo mestiere con accanita

determinazione, e il segnale

del suo passaggio va lontano,

fa barcollare anche le strade

di Roma, di Torino, di Milano.

Qui, paesi aboliti, tremila persone

sotto le macerie,

poco meno di diecimila feriti.

Fortuna che le case

si erano costruite con i tufi

e con la pietra tenera, dicono.

Se le avessero fatte con la roccia,

poniamo, (come in Friuli),

almeno metà di quei feriti

sarebbero semplicemente morti.

Tufo e argilla,

la pietra serena del Sud,

la malta elastica del Sud:

fragili rifugi mai abbandonati,

solo in Calabria

ci sono i doppioni di paesi,

"le marine" che riprendono i nomi

dei borghi montani.

In alta Basilicata

e in alta Campania la gente

è rimasta dov'era,

e c'è chi dice che era morta

prima ancora del terremoto,

dentro gli scialli neri, come

nei film di Rosi,

dietro le finestre con le imposte

socchiuse, nelle stanze semibuie,

come nei paesaggi di Carlo Levi.

La condanna si era scritta

giorno dopo giorno.

Prima che quegli orologi

si fermassero, altri orologi

(sotterranei tortuosi penetranti,

eppure a modo loro significativi)

avevano interrotto il loro corso.

Abbiamo saputo in seguito

che le vene d'acqua, i capillari

carsici, i fiumastri ipogei

si erano improvvisamente disseccati,

erano scomparsi, avevano

deviato il letto. Pozzi

si erano prosciugati, polle

di superficie non zampillavano più,

fonti erano inaridite.

Mille segni di malessere

aveva dato l'acqua, e nessuno

aveva interpretato il messaggio,

coordinato gli inquietanti indizi.

Così, giunto il momento,

il sisma ha mietuto a piene mani

tra gente senza sospetto,

in paesi senza tempo.

 

il fronte del rifiuto

 

Non vogliono usare

la parola "evacuazione".

Sa di guerra, dicono.

Psicologicamente più persuasiva

l'altra parola, "arretramento".

Dà l'idea della provvisorietà:

farsi un poco indietro, in attesa

dello sgombero delle macerie

e della ricostruzione, poi

avanzare e riprender possesso

delle proprie cose.

In Friuli questo discorso

non faceva una grinza. Ma qui

la gente che cos'ha da perdere?

La patria è la casa.

La terra, la mucca, la capra.

La patria sono le "creature".

Chi ha potuto,

i figli li ha mandati a Torino

o a Milano; in Svizzera,

in Germania, in Belgio.

Casa, terra, bestia e figli

sono tutto,

status symbol del clan tribale;

arretrare significa abbandonarli,

forse anche dividersi:

un tradimento.

Studiando il comportamento

di una comunità meridionale,

Banfield ha parlato

di "amoral familism",

attribuendogli tutti gli errori,

tutte le distorsioni, tutte

le regressioni della società

meridionale. Ed è proprio qui

l'abbaglio:

perché non di società si tratta,

ma di comunità cresciute

nell'ambito della "corte"

o del vicolo,

sul principio della comune difesa

e della comune solidarietà,

sul tronco dei vincoli del sangue

e dell'amicizia.

E neanche dopo la decimazione

queste comunità si sono fuse.

Tutt'al più,

sono temporaneamente federate,

e comunque unite

sul fronte del rifiuto: le radici

non si tagliano.

E le radici,

contrariamente a quanto hanno

scritto quelli venuti da fuori,

non sono i beni materiali.

Sono i beni dello spirito:

il culto dei morti e il culto

della tradizione,

il culto della lingua e il culto

dei figli.

C'è una religiosità intensa,

ostinata e impermeabile,

nei comportamenti antropologici

di questa gente; e c'è l'influenza

di una cultura che è antica,

non "vecchia".

Ma - dicono - emigrate le forze

migliori, qui sono rimasti

solo pochi giovani, e molti vecchi.

Proprio costoro - dicono ancora -

rifiutano l'arretramento

e determinano il caos.

E mi viene in mente che l'immagine

della vecchiaia come un male

connesso al peccato

è presente nel mondo greco

e in quello cristiano:

il vaso di Pandora contiene

anche la vecchiezza, e Pandora

fu inviata fra gli uomini per punire

l'empietà di Prometeo.

Che il corpo

"sia abbandonato alla vecchiezza

e alla morte" è, per San Tommaso

(e per gli autori cristiani),

una conseguenza della colpa di Adamo.

Gli opposti temi della rassegnazione

e della ribellione alla vecchiaia

si collegano strettamente.

Il buddhismo insegna ad accettarla.

Il taoismo può essere definito

come una grandiosa tecnica

per il prolungamento

della giovinezza e della vita.

Per Avicenna,

la medicina non è l'arte

di assicurare la longevità.

Rimanere giovani è una delle promesse

dell'alchimia e della magia.

E la promessa viene spesso presentata

(fino al "Faust" di Goethe

e al "Dorian Gray" di Oscar Wilde)

come legata a un patto con il demonio

o con le forze del male.

Solo con l'età moderna si ha

una rivalutazione.

La vecchiezza del mondo,

scrive Francis Bacon, è cosa

da attribuire ai nostri tempi.

"Allo stesso modo che da un vecchio

ci aspettiamo

maggior conoscenza delle cose umane

e maggior maturità di giudizio

che da un giovane,

a causa della sua esperienza

e del maggior numero di cose

che ha visto, così dalla nostra età

dovremmo sperare cose molto

maggiori che dai tempi antichi".

Come Descartes, Bacon colloca

la longevità tra i fini

della filosofia naturale.

E dirà Pascal in una pagina famosa:

gli uomini compiono

un continuo progresso nella misura

in cui l'universo invecchia.

Le pagine sulla longevità

di Condorcet, di Franklin,

di William Godwin, di Arwin,

dei pionieri dei positivismo

della gerontologia,

hanno alle spalle alcuni grandi temi

della cultura moderna. Nascono

su un terreno accidentato

e complicato

nel quale i temi della speranza

si contrappongono e si intrecciano

a quelli (sempre rimasti vivi,

e basti ricordare fra tutti "la vita

più semplice, ma anche priva

di senso" attribuita ai vecchi

da Ippolito Nievo) della decadenza

del singolo e dei gruppi,

di una storia naturale e umana

che fluisce inesorabilmente

verso la consunzione totale.

Come l'olio che brucia

nella lampada.

Che cosa dire, allora,

di fronte alla cultura tramandata

dai vecchi di qui?

Che hanno salvato una civiltà?

Che hanno contribuito a ossificarla,

rendendola inerte?

Che è una speranza

se muore insieme con loro?

Che, al contrario, è una speranza

se la consegneranno, intatta,

ai giovani?

Stanno inchiodati per terra,

attaccati alle loro radici.

Non li smuove il freddo;

mantelli a ruota sotto la neve;

gli sguardi tenacemente fissi

nel breve giro d'orizzonte

delle "loro" cose. Ma infine,

che cosa ha salvato dalla diaspora

intere comunità:

il grande piano "programmato"

(abolizione della civiltà e cultura

contadina e sviluppo della civiltà

e cultura industriale,

in un'ottica progressista che era,

in partenza,

il moderno progetto neocoloniale

basato sull'assistenzialismo

e sul clientelismo); oppure

le infinite, rudimentali tecnologie

del lavoro e dello spirito,

le molteplici risorse

dell'ingegno artigianale

e del mestiere di vivere prodotte

dall'esperienza umana?

E chi vincerà sul terremoto:

uno Stato lontano e intempestivo

o le braccia di questi uomini?

Li chiamano vecchi, questi tronchi

di quercia, nodosi e asciutti,

terragni,

con le mani immense come le mani

dei contadini di Cantatore.

Li chiamano vecchi: e non sanno

che sono solo, e per fortuna,

"antichi".

 

l'altro terremoto

 

Una sta affacciata alla finestra.

La sua casa (e tutte le case

che si affacciano sulla strada,

una "calle major" dell'Irpinia)

è tanto inclinata che la finestra

pencola all'altezza di quello

che era stato un primo piano.

La chiamiamo, e temiamo che basti

l'eco a spianare l'intero quartiere,

seppellendo anche noi.

Lei scende per le scale sghembate

e si chiude dietro il portoncino.

Con cura.

- Ma lo sa che può crollare tutto

da un momento all'altro?

- Figlio mio ...

(Avrà avuto ottanta anni, forse più.

Dal volto d'ulivo vengono parole

tenere, cammina tenendomi per mano,

come a voler difendere me

da un pericolo).

- Volevo stare una mezz'ora

affacciata alla finestra.

- La casa cade ...

- Tutto quello che ho è là, mia figlia

è sposata, sta lontana,

non può pensare a me.

Scendiamo lungo la strada,

equidistanti dalle case in bilico.

in piazza, a ridosso

delle mura di un casteIlo-piazzaforte,

una trentina di tende. Uomini e donne

fuori, al bivacco, accanto ai fuochi.

Dentro le tende solo i bambini

e il pane distribuito dai soldati.

Alle tre di notte.

- Quelli mi tengono con loro.

Ci avviciniamo.

- Ma io ogni tanto torno alla finestra,

non ho altro. Se mi danno un pagliaio

sono contenta.

Un'ora dopo,

la radio fa un altro piccolo miracolo.

Quella donna ha una tenda,

un tavolo, una sedia, un fornello,

un bugliolo. Per mettere al sicuro

la sua miseria e la sua solitudine.

 

Anche l'altra donna sembra

un ulivo secolare. L'ospedale

è crollato, e i medici

si sono portati a spalla malati

e attrezzature, riparandoli in un asilo

infantile. Lei sta in un angolo

con mezza pagnotta in mano

e il cappotto sulle gambe. Abitava

al secondo piano. Una stanza, cucina,

il bagno in uno stanzino. Dopo

"quel minuto", il suo "appartamento"

abbassato all'altezza

di quello che era stato il primo piano,

in bilico sulle macerie, con la gente

che urlava sotto le pietre.

Mi guarda impaurita. Un largo ematoma

sulla fronte e sulla guancia sinistra

che il "vancale" (lo scialle)

non riesce a nascondere.

- Sto bene, sono viva.

Mi traduce il medico, che è del luogo.

Incomprensibili parole per me,

nell'asciutto linguaggio che sembra

riecheggiare il lessico osco-sannita.

Schiva, e quasi infastidita, chiusa

nelle sue verità (e dogmi)

esistenziali:

- Non è vero.

- Non è vero che tua figlia

ti ha buttata giù dalla finestra?

- Mi sono ferita cadendo dalla sedia.

- Non è vero che tua figlia, dopo,

ha dato fuoco alla casa?

- La luce (la lampadina elettrica)

fece una fiamma e si bruciò tutto.

-E dov'è ora tua figlia?

- Dai parenti. Non è vero niente.

La casa è caduta,

e la casa è dei figli.

La ragazza è in osservazione

presso un ospedale psichiatrico,

vittima dell'"altro terremoto",

quello che porta le macerie

dentro l'anima e dentro la testa.

Queste macerie della figlia

e quelle della casa difende

- mentendo - quella donna-ulivo.

E col suo linguaggio millenario,

di graffiti più che suoni,

alza un muro; e scava una tana,

predispone un riparo

alla sua ferina umanità.

Mento agli uomini di legge

che mi chiedono il nome della ragazza.

Dico d'averlo scordato. E giuro

che non lo ricordo più.

 

Giovane, col bacino schiacciato,

appena strappata alle macerie (era

sotto quattro o cinque metri

di pietre, aveva respirato

a due centimetri da una trave

che "scricchiolava" sempre di più),

sa anche che il suo bambino è salvo.

Sul lettino dell'ospedale gesticola

con gli occhi, li posa su tutto

e su tutti. "Tocca" ogni cosa

con quegli occhi neri neri,

come per impossessarsi di nuovo

delle forme dei colori delle parole

dei gesti. Ride con gli occhi,

battendo le ciglia si riappropria

la vita.

Chiamano il suo pallore

"sindrome da terremoto".

Le vene, compresse dal terriccio

e dai massi, avevano rallentato

il flusso dei sangue. il cuore

aveva pompato a fatica. Ora il sangue

corre libero, e occorre frenarlo un pò,

può sconvolgere valvole e aorte.

Lei non sa, e non chiede perché

tanti lacci emostatici

intorno al petto e alle braccia.

S'incupisce solo quando ricorda.

- Per cinque giorni sotto,

con mio marito accanto.

La morte ha Colpito

solo qualche centimetro più in là.

 

Aveva detto al marito

di correre correre correre di più.

E quello sfrecciava sull'Autosole

con la "500" che era ormai

casa e tetto, in attesa di una tenda

o di un prefabbricato.

Il Vulture a vista, con le selve

di castagni e, più in alto,

con i faggeti a vista, e poi ancora

i cespugli bassi e torvi delle cime

striate dì neve.

Correre, diceva. E lui correva

e non sapeva perché, pigiava il piede

e volava in discesa, fino a quando

lo investì una lama di vento,

sentì il gelo nel cuore e frenò

disperatamente.

Vent'anni, un bambino appena nato,

raccolta nella lettiga,

appena lasciato il pronto soccorso.

Mio marito deve lavorare - dice -

e va a ottanta chilometri da casa

(ora la casa non c'è più,

abbiamo solo la macchina,

serve a lui e al bambino;

ho pensato: sono di troppo, meglio

lasciar vivere loro).

Dice ancora: non so che ho fatto,

"mi è venuta una cosa in testa"

e gli ho detto: corri, e quando

c'era la discesa

ho aperto io sportello

e mi sono buttata.

Non sono riuscita a morire.

E' così piccola che sembra una bambina.

Che dire a una bambina generosa

e crudele?

"Provatevi a dire agli umili

che questa vita non conta

che il sepolcro avrà la sua Pasqua,

che il meglio non sta nella nostra voglia

e nel nostro diritto di esistere".

Per chi è vissuto fuori del tempo,

escluso dalla storia,

nei suoi dolori muti,

mai chiamato per amore,

forse mai persuaso di sé

e perciò mai incline a una certezza,

cos'è la morte se non il panno nero

che strappa un uomo

all'unica società cui appartiene,

cioè da quella comunione

dei disperati

che i terroni hanno inventato

per essere almeno la comunità

del dolore?

Perciò la morte povera non può avere,

se non in particolari,

accese, coscienze, alcuna privatezza.

E un fatto pubblico, appartiene

a tutti. E' teatro drammatico

per una vita

che è già stata un sepolcro,

che non ha mai potuto fare i conti

con ciò che non si è avverato,

con il vuoto patito,

con l'identità negata.

La morte povera

chiede che sia notata, finalmente:

non foss'altro per i figli.

Perché ereditino almeno una ribellione.

 

i "napoli"

 

I vigili del fuoco

arrivati senza nemmeno le corde

("Al ministero

non ce le hanno assegnate");

i soldati, con le vanghe

e i picconi d'ordinanza,

che si rompono e si spuntano

all'impatto con le travi di cemento

(disarmato)

sotto le quali ci sono vivi e morti.

Dunque si scava con le mani.

Il sindaco di un paesino dell'Irpinia

ha ruspato per ore con le unghie:

sotto tonnellate di macerie,

i suoi due figli gemelli.

Ha parlato con essi,

li ha consigliati,

ne ha sentito i gemiti

sempre più fiochi.

Poi, il silenzio.

Allora si è gettato

su quella montagna omicida di detriti,

con le braccia aperte, come in croce.

Lo abbiamo lasciato piangere, solo,

nell'ultimo riverbero del tramonto,

con il vento teso che fa,

straordinariamente,

limpido il paesaggio

e chiaro l'orizzonte.

Più in là, il corpo appena recuperato

di una persona (un uomo? una donna?),

ancora rannicchiato,

una patina di terra grigia

impasta la pelle e i capelli,

e sugli occhi serrati per sempre

due grumi più scuri, e nei pugni

disperatamente chiusi

stringe argilla renosa:

come i morti di Pompei o di Ercolano,

come quei corpi fissati dalla lava

nell'ultimo gesto,

nell'atteggiamento istintivo di chi,

nell'estrema difesa,

cerca di occupare uno spazio vitale,

il minimo di superficie,

quasi piegandosi su se stesso,

nella posizione che ebbe

nel grembo materno e che ritrova

naturalmente nell'attimo in cui

la morte lo coglie,

chiudendolo, nel grembo della terra.

Chi scava?

A Sant'Angelo dei Lombardi

tutti i giovani erano riuniti

dentro un club:

solo quattro i superstiti.

Chi scava?

A Lioni sono rimaste in piedi

solo otto o nove case. Gli abitanti

sono sotto le macerie

e i pochi superstiti lavorano da giorni,

poi cadono sfiniti su letti di pietra.

Chi scava?

A Conza hanno allineato i morti

di fronte alla chiesa

(a quella che era una chiesa)

e i feriti sono raccolti in periferia,

sotto tende per modo di dire,

ricavate da assi di legno,

conficcati per terra, che reggono

larghe fasce di plastica srotolata.

Il paese è accartocciato,

gli aiuti non arrivano e le donne

lavorano di zappa e giurano,

mentre si detergono sudore di sangue,

che là sotto si sente un respiro.

Chi scava?

Chi scava a

Lioni, a San Mango,

a Teora, a Balvano,

paesi che non esistono più;

a Grottaminarda, a Solofra,

a Senerchia, a Calitri, a Laviano,

alle due Montoro, a Calabritto,

che mettono insieme

più di mille morti e di tremila feriti?

Chi scava,

mentre si susseguono le scosse,

e alcuni si suicidano,

e nelle carceri gli agenti

devono sparare in aria

per fermare i detenuti impazziti

dal terrore

(e i regolamenti di conti

fanno tre morti a Poggioreale

e un moribondo a Benevento),

e a Napoli un milione di persone

si precipita per le strade

ad ogni scossa,

le auto cariche di persone

e di masserizie

vanno persino sui marciapiedi

e sembra di essere tornati ai giorni

dei bombardamenti dell'ultima guerra:

chi scava?

L'immagine che una certa stampa

ha dato

di questo Sud "profondo chilometri"

è questa:

i morti e i feriti

sono sotto montagne di macerie,

e nessuno dà mano agli attrezzi

per tirarli fuori.

Tutti aspettano l'aiuto esterno,

i soccorsi degli altri.

E' così che lo slancio generoso

(e tumultuoso)

dell'altra Italia si è scontrato

con il presunto immobilismo

dei terroni:

o come li chiamano adesso,

i "napoli".

I "napoli", hanno detto e scritto,

non muovono un dito.

I gruppi di giovani organizzati

che hanno messo su baracche e tende,

pronti soccorsi, cucine da campo,

squadre di sgombero delle macerie

e di trasporto dei feriti,

non li ha visti nessuno.

Hanno visto, fermi sotto il freddo

inebetiti dall'immane sciagura,

immobili perché svuotati dal dolore,

i figli dell'assistenzialismo

dello Stato,

gli schiavi dell'invalidità permanente,

i pensionati a ventuno anni

per grazia ricevuta,

i prodotti

dei micidiale intervento straordinario,

i profughi dell'impiego pubblico,

i sinistrati

della sottocultura partitica,

i residuati dell'emigrazione.

La camorra intasa i suoi magazzini,

dicono,

e fra qualche mese ritroveremo

tutto quel che mandiamo giù

nei mercati di Forcella

e di Pignasecca.

E' vero.

In una terra

nella quale si sono mantenute

classi verticalizzate,

con feudatari a pieno titolo

e con vassalli senza altro titolo;

dove da decenni è stata distrutta

l'idea stessa

dell'iniziativa autonoma, individuale;

in cui i sistemi di vita

e i comportamenti sono ormai

omologati a un'agricoltura che

è ridotta alla rapina e a un'industria

che è appena un artigianato

semimeccanizzato;

nella quale, chi resta,

resta per rabbia e scommette sul futuro

come si gioca al lotto;

e nella quale

l'organizzazione civile

consiste nei mezzi elementari

della sopravvivenza

e della sussistenza:

in questa terra, chi deve,

chi può scavare?

Almeno uno ha scavato.

Si chiamava Marcello Torre,

quarant'anni, avvocato penalista,

sindaco democristiano di Pagani.

Si chiamava:

perché stava scavando nel milieu

camorristico, bloccando i canali

di infiltrazione e di speculazione.

Niente mani sul terremoto, aveva detto.

Lo hanno assassinato in due,

mascherati, sparando con un fucile

a canne mozze e con una pistola

calibro 38. Tradizionalmente,

il primo firma delitti di mafia

e di camorra, la seconda

delitti eversivi.

 

Morra Irpina è un villaggio montano

con pochi abitanti.

Alto sull'alta Irpinia,

sembra una crisalide vuota:

il terremoto ne ha fatto

una città morta.

Fuggiti anche quelli

che abitavano le baracche

assegnate dopo il terremoto del '62.

Diciotto anni, e ancora baraccati,

qui e a Sturno, ad Ariano Irpino,

a Grottaminarda. Un poco di Belice

anche da queste parti. A valle,

tendopoli improvvisate:

la pioggia ha creato un mare mobile

di fanghiglia rossa che si riversa

sui tornanti,

precipita per le scarpate,

entra nei centri abitati

e assedia case strade piazze.

In mezzo alle campagne e sui bordi

delle strade,

carogne di pecore e di buoi.

Hanno dato l'ordine di sparare a vista

ai cani randagi, sono già portatori

di rabbia.

L'aria è greve, dolciastra.

Se cade il freddo c'è pericolo

di epidemie.

Occultati sotto le grandi tende

dei vigili del fuoco, i camion

con la calce pronti a intervenire.

Chi ricordava più questo paese,

Morra?

Ci è venuto in mente d'improvviso,

emerso da ricordi giovanili.

Qui, tra questa gente,

tra queste montagne butterate,

tra i fulvi macchioni di quercioli

e di lecci nani,

nacque Francesco De Sanctis,

"che con la sua vasta e complessa

opera di maestro, di storico,

di critico militante, conclude

e insieme supera la fase eroica

del Risorgimento".

Con lui, scrive un altro

nostro maestro, il Sapegno,

la generazione che fondato l'unità

e l'indipendenza della nazione

si ripiega a considerare

l'eredità del passato, ne mette a nudo

le tare e i vizi segreti,

ne illumina le glorie e le virtù

tuttora feconde, e dà l'avvio

ad un severo esame di coscienza

che è ben lungi anche oggi

dal potersi ritenere compiuto ...

Il segno sotto cui si svolge

la battaglia desanctisiana è quello

dell'esigenza e della ricerca

di un moderno realismo nel contenuto

e nelle forme ...

Questo realismo dei "napoli",

dal nolano Giordano Bruno

al napoletano Vico, dal Ranieri

al Mastriani, e, alla rinfusa,

e sulla scorta del pensiero dei Doria,

del Genovesi, dei Galanti,

dei Caracciolo, dei Filangieri,

i quali illuminarono il mondo,

i Lauria e i Bracco,

fino ai contemporanei Marotta

e Bernari, Rea e Prisco, Compagnone

e De Filippo;

questo realismo come scienza

anticipatrice nelle lettere

e nelle arti e come amara scienza

nella vita quotidiana; questo realismo

che ha portato gli uomini a piegarsi

al vento, agli accidenti venuti

dall'esterno, e a sopraffarli

- subito dopo - con subdoli

aggiustamenti e accomodamenti

in forma di tregue per la convivenza

e in non dichiarato

stato di necessità: fatalismo,

così lo definiscono gli altri,

gli "esterni", questo comportamento,

ed è invece antico mestiere di vivere

(di sopravvivere) di un popolo

che sa di avere avuto in sorte

una storia

assai più tragica che grande.

 

Hanno abbandonato la vecchia Eboli,

quella dove si fermò,

migratore stupefatto,

il Cristo di Levi.

"... E d'ognintorno altra argilla

bianca, senz'alberi e senz'erba,

scavata dalle acque in buche,

coni, piagge di aspetto maligno,

come un paesaggio lunare ...

E da ogni parte non c'erano

che precipizi di argilla bianca,

su cui le case stavano come librate

nell'aria..." Da qui a Laviano

(il mitico "Gagliano"

dello scrittore piemontese),

valli senza eco, gobbe calve,

case inforrate sui costoni.

(Decenni di meridionalismo sigillati

nella memoria storica. Chi ha spento

le voci di Ciccotti, di Fortunato,

di Nitti, di Dorso?

Chi ha esiliato i contadini del Sud

di Scotellaro?

Chi batte le monete rosse

di Sinisgalli?)

La casa che accolse Levi

sta per crollare e il sindaco

(una donna) si dispera.

Non ci daranno una lira, dice,

e noi non abbiamo una lira.

"Noi non siamo cristiani, non siamo

uomini, non siamo considerati

come uomini, ma bestie, bestie da soma

e ancora meno che le bestie,

i fruschi,

i frusculicchi, che vivono

la loro libera vita diabolica

o angelica, perché noi dobbiamo invece

subire il mondo dei cristiani,

che sono di là dall'orizzonte,

e sopportarne il peso e il confronto

Cristo non è mai arrivato qui,

né vi è arrivato il tempo,

né l'anima individuale, né la speranza,

né il legame tra le cause

e gli effetti,

la ragione e la Storia.

Cristo non è arrivato,

come non erano arrivati i romani,

che presidiavano le grandi strade

e non entravano fra i monti

e nelle foreste, né i greci,

che fiorivano sul mare di Metaponto

e di Sibari: nessuno

degli arditi uomini di occidente

ha portato quaggiù il suo senso

del tempo che si muove,

né la sua teocrazia statale,

né la sua perenne attività che cresce

su se stessa. Nessuno ha toccato

questa terra

se non come un conquistatore

o un nemico o un visitatore

incomprensivo. Le stagioni scorrono

sulla fatica contadina, oggi

come tremila anni prima di Cristo:

nessun messaggio umano o divino

si è rivolto a questa povertà

refrattaria In questa terra oscura,

senza peccato e senza redenzione,

dove il male non è morale,

ma è un dolore terrestre,

che sta per sempre nelle cose,

Cristo non è disceso,

Cristo si è fermato a Eboli".

Non c'è neanche un Cristo laico,

in tanto clamore di "privato

come politico" e di "sociale"

tirato in ballo anche dall'ultimo

imbecille del paese.

Noi, mi dice un giovane,

non abbiamo il dubbio, ma la certezza

che saremo dimenticati:

lasci passare questi giorni,

qualche settimana, poi vedrà:

tutto come prima, con le case a terra

e con i morti sottoterra.

"Siamo abituati", mi dice un altro,

che dorme in macchina con sua madre.

E notte e l'ho svegliato,

abbassa il vetro, riesco appena

a distinguere i contorni del volto.

Siamo abituati. A che cosa?

A far finta di vivere.

La voce roca, floscia, rotta dal sonno.

L'idea che tutto passerà,

morto più morto meno, qualche

decennio per ottenere gli aiuti

pubblici, e tutto in regola, nella

vecchia regola del mestiere

di sopravvivere.

Un altro terremoto

sembra esser passato "dentro" uomini

come questo: un sisma che nessun ago

rileverà mai, impercettibile e costante

come un flusso di radiazioni

da stelle fredde.

Che dura da millenni. Aveva scritto

Rocco Scotellaro:

"Sradicarmi? la terra mi tiene

e la tempesta se viene

mi trova pronto.

Indietro

ch'è tardi,

ritorno

a quelle strade rotte in trivi oscuri".

 

A Salerno il terremoto ha colpito

i quartieri operai. Altrove,

funerali frettolosi, riti

ridotti all'osso. Qui, messe al campo,

energici preti organizzano tendopoli

e soccorsi,

la Chiesa è in trincea

e in prima linea.

Non c'è l'irresolutezza contadina:

sacerdoti in tuta parlano sicuri,

coordinano, chiamano in causa

perentoriamente,

colmano le piazze di fedeli

e danno del "tu" al terremoto.

Salerno è città ricca,

ha un'area industriale di prim'ordine,

sfrutta il mare, non ha un passato

da rimpiangere o da rinnegare.

Ha un'altra lingua.

Groviglio di agglomerati urbani

e di bidonvilles,

Napoli è messa a nudo: sfasciati

gli ignobili quartieri spagnoli,

stravolti i bassi, picconate

le tane-stanze per ogni uso

(pranzo-letto-bagno

in un unico ambiente). Un popolo

di straccioni in Alfa-Sud

(cambiali firmate per decenni),

impazzito ad ogni scossa, affamato,

disorientato, nelle piazze, poi

negli edifici scolastici.

Quanti siano realmente i senza-tetto

impossibile dire. E poi: che cosa

significava per una moltitudine

"avere un tetto"? Bivaccare nei tuguri

delle truppe di Carlo quinto,

affitti pagati a peso d'oro,

promiscuità totale,

prostituzione dilagante,

contiguità ai mercati del contrabbando

e della ricettazione,

precarietà assurta a sistema. Secoli

di decadenza alla resa dei conti;

secoli di dominio esterno e interno,

di trasformismo, di clientelismo,

di arretratezza, di infingardia,

di sottocultura, emersi

in quel tragico minuto.

Napoli si mangerà tutto, dicono. Napoli

assorbirà i soldi che ci daranno

per ricostruire.

Come quando era capitale del Regno,

e anche come dopo, al tempo

delle "leggi speciali".

Il Regno non c'è più,

ma sono rimasti i meccanismi;

anzi, si sono in qualche modo

accresciuti e perfezionati.

Mentre si moltiplica, Napoli si divora,

e divora gli altri.

Come metropoli, comincia a Cuma

e finisce a Castellammare.

Ai contadini ha tolto le campagne,

ha inurbato altre decine di migliaia

di uomini che, rimasti senza terra,

sono diventati i nuovi disoccupati:

erano, i disoccupati, 300 mila

ai tempi dell'inchiesta dei Tanucci,

due secoli fa.

Sono altrettanti adesso.

Sono i sottocittadini della sottocittà,

quelli che vivono dell'economia

da vicolo, il cui itinerario è lungo

e tortuoso, e non conduce

in alcun luogo. l problemi di Napoli

sono anche queste isole chiuse,

inespugnabili, queste società fisse,

che il terremoto ha scosso per poco,

e che torneranno ad essere

quel che erano, che sono sempre state,

"masse dipendenti da aiuti esterni":

dalla monarchia spagnola nella lotta

contro i particolarismi baronali

alla fine del secolo XV;

dalla potenza francese durante

la Repubblica del '99 e nel periodo

muratiano; dall'intervento

garibaldino-piemontese

alle soglie dell'Unità;

dalla corte dei Savoia, in asse

con Caserta; dalle "leggi"

particolaristiche durante il fascismo

e con la Repubblica.

Sintesi delle contraddizioni del Sud,

sacca anarchica e servile, Napoli.

E quel minuto ha segnato il triste,

forse definitivo epilogo

di una capitale che ha covato

troppo a lungo, nel suo seno,

la speranza del privilegio politico,

geografico, storico,

con le sue classi verticalizzate,

con i suoi padroni intoccabili,

con le sue cosche inattaccabili,

con i suoi vizi capitali

inalienabili.

Neapolis, la nuova città, è un vecchio

groviglio di cimiteri,

con ombre postulanti che cantano

nere sventure, dominazioni,

schiavitù, il sangue e l'amore,

la forca e l'alcova. Come

se gli orologi si fossero fermati.

Alle 19.35 di molti secoli fa.


 

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