| Intercettazioni si, intercettazioni no |
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| Scritto da Marat | ||||
| giovedì 12 giugno 2008 | ||||
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La sua smania di fare e di strafare, associata alla sua allergia per certi ambienti (e sistemi) giudiziari, gli ha fatto perdere il senso della misura.
Dall’esecutivo ieri è infatti uscita una nota che asseriva che era imminente il DL sulle intercettazioni telefoniche, che imponeva pesanti limiti al loro uso e forti pene a chi violava il dispositivo di legge con divulgazioni inopportune...
Si è scatenato un putiferio tra l’opposizione inviperita, Di Pietro prossimo all’ictus,
Poi i mediatori di professione dell’esecutivo hanno disinnescato la bomba sostenendo che si è trattato di un refuso: non DL (decreto-legge), bensì DDL (disegno di legge).
Il primo è uno strumento di emergenza attraverso il quale il Governo (e non il Parlamento) emana una direttiva di immediata applicazione, scavalcando le Camere, la quale ha una durata limitata (60 giorni) al termine dei quali può essere rinnovata. Quindi è uno strumento autoritario, un atto di forza per superare le lungaggini burocratiche e gli ostacoli tattici disseminati dagli avversari, in definitiva uno strumento forte da usare con parsimonia e solo in condizioni di emergenza, sennò si configura come una dittatura nemmeno troppo velata dell’esecutivo sul Paese.
Il secondo è una proposta che deve essere discussa dal Parlamento secondo un iter stabilito dalla Costituzione, attraverso un dibattito aperto, modificabile da emendamenti a volte intelligenti a volte (più spesso) cretini utilizzati dall’opposizione di turno per rompere i coglioni e fare ritardare i lavori, e che deve infine essere approvata a maggioranza assoluta e ratificata dal Capo dello Stato, divenendo Legge, e magari implicando successivi decreti applicativi e circolari esplicative.
Refusi a parte, è chiaro a tutti che il problema delle intercettazioni e dell’uso che ne viene fatto non è e non può essere un argomento per pochi intimi che si riuniscono ad Arcore o al Raphael, ma un affare che deve essere affrontato e discusso sentendo tutti, proprio tutti, compresi i magistrati, e trattato con la massima attenzione.
Detto questo, mi sembra che non sia necessario essere dei Soloni per capire che le intercettazioni ambientali servano, eccome, alle indagini giudiziarie, e che permettono indubbiamente di raggiungere risultati interessanti riducendo tempi e costi nel raggiungimento di indizi e prove giudiziarie. E che limitarli solo a reati cosiddetti importanti (mafia, terrorismo, pedofilia…) sia un atto di profonda miopia politica e tecnica.
Senza intercettazioni ambientali gran parte delle indagini che hanno fatto luce su scandali enormi (per l’importanza della materia e per l’impatto emotivo suscitato) non avrebbero avuto esito: pensiamo alle indagini sulle tangenti, sugli intrallazzi economico-affaristici dei politici, sulla malasanità, su sfruttamento della prostituzione, su traffici illeciti di rifiuti tossici, di droga, di merci contraffatte, di valuta e chi più ne ha più ne metta.
Certo, hanno un costo, ma se il risultato è commisurato al costo niente da eccepire: del resto con tanti soldi buttati per sprechi vari una voce in più non fa fallire lo Stato. Magari se poi vengono fatte a posteriori delle verifiche sul loro costo in rapporto al risultato conseguito, sanzionando quei magistrati che buttano denaro pubblico in cazzate (i milioni di euro fatti spendere da Woodcock sulle vallette e puttanelle del giro di Vittorio Emanuele, tanto per fare un esempio), un po’ come quando vengono fatte le pulci ai medici del SSN su quanto fanno spendere allo Stato con esami di laboratorio, indagini strumentali, prescrizioni farmaceutiche, ricoveri e interventi in rapporto ai DRG (manco i medici fossero manager tesi al profitto riducendo i costi e ottimizzando i ricavi).
Però, rinunciare a priori all’uso delle intercettazioni, attualmente disponibili in ragione dei progressi tecnologici, è un po’ come tornare a viaggiare con la diligenza quando si ha a disposizione l’airbus.
Cioè è semplicemente cretino.
A meno che non sia una trovata ad uso e consumo proprio, il che non è una bella cosa, specie per il premier.
Invece di proibire le intercettazioni, e punire chi le esegue, sarebbe più utile proibire in maniera categorica con sanzioni economiche e reclusione la loro diffusione a mezzo stampa e televisione (e ovviamente internet) fino a quando il processo non si sia concluso con una condanna: e allora lo sputtanamento ci starebbe benissimo, diciamo come pena accessoria. Così si darebbe l’alt alle tante gole profonde annidate nelle procure, tra giudici smaniosi di protagonismo, poliziotti rapaci adusi ad arrotondare lo stipendio grazie alle mance dei giornalisti, giornalisti stessi avidi di scoop e gossip.
Ma pubblicare intercettazioni come chicche da gustare tra amici voyeurs, tirando in ballo terzi innocenti e inconsapevoli, quando non dico il processo, ma addirittura le indagini sono ancora in corso, è una porcata immensa, ed è il più grande sfregio a un principio basilare del nostro ordinamento giudiziario figlio dell’Illuminismo, e cioè la presunzione di innocenza dell’indagato e del reo (chiunque è innocente finchè la sentenza di condanna non passa in giudicato).
Cosa tra l’altro ignorata bellamente da quello squallido Di Pietro, forcaiolo fino alla nausea, per il quale tutti sono canaglie finchè dopo 40 anni il giudice, senza manco scusarsi, constata la loro estraneità ai fatti. Dopo averli rovinati economicamente e moralmente.
Il quale Di Pietro sostiene che tutte le intercettazioni debbano essere divulgate per “avvertire” la gente di eventuali pericoli, quasi una gogna mediatica profilattica.
Salvo quando si tratta di divulgare fatti poco edificanti che lo riguardano personalmente, quando allora i giornalisti sono “sciacalli” e le intercettazioni “colpi bassi” inferti da nemici ideologici.
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| Ultimo aggiornamento ( venerdì 13 giugno 2008 ) | ||||
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