| Immigrazione selvaggia? No, grazie |
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| Scritto da Marat | ||||
| domenica 29 aprile 2007 | ||||
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Il disegno di legge sull’immigrazione che porta la firma della premiata ditta Amato&Ferrero ha avuto l’approvazione del Consiglio dei Ministri martedì e si appresta a sostenere l’iter burocratico per divenire legge in sostituzione della cosiddetta Bossi-Fini.
Quest’ultima sicuramente ha delle pecche e non offre la ricetta miracolosa per risolvere la questione dell’immigrazione irregolare, fonte di numerosi problemi di degrado urbano, micro e macrocriminalità e in definitiva di conflitto sociale e non integrazione.
Bisogna tuttavia riconoscere che le falle della Bossi-Fini sono più nella sua applicazione che nella filosofia: infatti non è colpa della legge se le forze dell’ordine hanno mille impedimenti per applicarla e se i rimpatri dei clandestini, comunque onerosi per i contribuenti, vengono ostacolati da una magistratura spesso ideologizzata che accoglie i ricorsi dei clandestini renitenti alla partenza coatta.
Anche i famigerati CPT, spesso paragonati a dei “lager” nazisti, traggono la loro giustificazione dalla necessità di raccogliere e controllare i clandestini fermati in attesa di rimpatrio: è ovvio che questi non possono circolare liberamente visto che hanno infranto la legge, è altrettanto ovvio che non ci si può fidare della loro parola di rendersi prontamente reperibili una volta che sia stato allestito il viaggio di ritorno a casa, è quindi naturale che vengano alloggiati in uno spazio di accoglienza provvisoria per il tempo tecnico strettamente necessario alla bisogna. Se poi il numero di questi irregolari è mostruoso e supera il numero di posti disponibili nel CPT di riferimento producendo un pericoloso sovraffollamento, non è colpa della legge o del governo in carica o degli amministratori locali. E chiuderli non risolve il problema: è come dire che siccome i posti nelle carceri sono inferiori alla popolazione carceraria da alloggiare, allora è meglio mettere fuori una certa quota di detenuti piuttosto che farli stare stretti, cosa che è avvenuta con l’indulto con le conseguenze ben note. Nessuno che invece dica di costruire nuove carceri, magari con criteri migliori di quelle attuali, e di inaugurare quelle già completate ma che marciscono nel disuso e nell’abbandono, come segnalato da più parti in numerose inchieste giornalistiche di spreco del denaro pubblico. Invece questo governo, incapace di riconoscere il problema degli immigrati irregolari e di fronteggiarlo con determinazione come fanno per esempio in Spagna, lo aggirano scardinando i cancelli degli ingressi e, di fatto, favorendo nuovi flussi migratori in maniera incontrollata, se non nelle parole per lo meno nei fatti, reintroducendo alcune norme sballate della Turco-Napolitano come lo “sponsor”, e comunque dando un messaggio di resa finale alle ondate sempre più impetuose della immigrazione globale. Facendo la felicità degli imprenditori del nord-est, che con i lavoratori extracomunitari in nero fanno begli affari, alla faccia dei lavoratori in regola sia nostrani che stranieri (si sa, un clandestino pretende di meno, può essere sfruttato di più e cacciato sui due piedi senza i tanti problemi che darebbe un lavoratore italiano). Tra i punti salienti i giornali indicano la programmazione dei flussi che diventa triennale, con l’eccezione per colf e badanti che potrà subire ulteriori variazioni in caso di richieste superiori alle previsione triennali. Il permesso di soggiorno potrà essere prolungato in proporzione alla durata del contratto, e questo è giusto, e poi per un anno dal termine dell’ultimo contratto. E poi? Se lo straniero non trova lavoro? Diventa un clandestino ed ecco che la legge viene aggirata bellamente. Ci saranno le liste di collocamento degli stranieri all’estero, presso le ambasciate e i consolati d’Italia. Benissimo. Peccato che la concorrenza sul mercato del lavoro sarà molto più forte, un po’ perché i nostri giovani si sono infiacchiti nell’ozio e vogliono tutti il posto dietro la scrivania con tremila euro al mese e nessuno va più a lavorare in campagna o a fare i lavori cosiddetti utili, un po’ per l’abbondanza di manodopera a basso costo di origine straniera (tanta offerta, superiore alla domanda, significa basso costo del lavoro), il risultato finale che si otterrà sarà comunque la crescita di disoccupazione e sottooccupazione. Certo, la colpa è anche degli italiani che hanno spesso pretese superiori ai loro meriti, e certe attività “manuali” le schifano più della lebbra: è sintomatico come al Sud, per fare un esempio, con la disoccupazione endemica che c’è, la maggior parte dei giovani preferisce vivere con il sussidio di disoccupazione e magari la pensione della nonna piuttosto che fare lo spazzino. Problema di mentalità ma che potrebbe essere affrontato con un’impostazione originale. Nessuno vuole fare lo spazzino? Allora offriamo il posto di spazzino a uno stipendio di 3000 o 4000 euro mensili: è un lavoro sgradito ma necessario come l’acqua, e pertanto va incentivato. Però non con il sistema del pubblico impiego tutto italiano, per cui appena mi fanno un contratto a tempo indeterminato divento un lavativo e mi metto in malattia e fingo di lavorare quando mi gira. No, vengo periodicamente controllato e se non marcio dritto vengo licenziato senza tante storie. Avremo meno spazzini ma più motivati, più contenti (camperanno meglio e cercheranno di difendere il loro stipendio con le unghie e coi denti dimostrando di saperci fare) e in definitiva avremo meno disoccupati da mantenere con i vari sussidi. Le città magari saranno più pulite, e non avremo l’alibi degli stranieri “che svolgono i lavori che non vanno giù agli italiani”.
Invece facciamo entrare migliaia, anzi milioni di stranieri, e avremo migliaia di spazzini bengalesi, pakistani, tunisini, che si “italianizzeranno” nel senso deteriore del termine, quando verranno assunti con contratto a tempo indeterminato diventeranno anche loro lavativi e assenteisti, e il problema non farà che ingigantirsi, con un osceno assistenzialismo di Stato erogato a stranieri finti occupati e italiani finti disoccupati: dando a tutti si darà comunque poco, e si dilaterà il carrozzone dell’assistenzialismo clientelare, del voto di scambio, in definitiva della spesa pubblica. Il disegno di legge poi prevede lo “sponsor” (bello l’utilizzo dei termini stranieri a cavolo, tipo il ticket, il target, il briefing e il welfare, da paese provinciale semicoloniale quale siamo, senza gli attributi per difendere almeno la lingua nostrana! Ma si sa, il villaggio globale impone anche il pedaggio della rinuncia alle proprie peculiarità e distinzioni). Che roba è? E’ un tizio che garantisce per lo straniero, assicurando che si occuperà della sua collocazione nel mondo del lavoro. Se lo sponsor è un imprenditore serio ancora ancora, ma se è un pappone travestito sotto le sembianze del “mediatore”, dell’”agente”, dell’ “impresario culturale”, il gioco è presto fatto. Potrà fare venire in Italia centinaia di giovani donne dai paesi dell’Est spacciandole per badanti e poi mandarle a battere per strada o nei suoi club privè, ad allietare le tristi sere di ometti avvizziti o giovinastri con problemi di autostima. Ah dimenticavo, è anche previsto “l’auto-sponsor”, cioè lo straniero ha un bel po’ di soldi e quelli sono lo sponsor migliore per farlo accogliere a braccia aperte. Alla faccia dell’ideologia di sinistra anticlassista e nemica dei”ricchi”. Ma la cosa più preoccupante, che passa come un’appendice ovvia su cui non spendere molte parole, ma che ha pesanti implicazioni sul presente e sul futuro del nostro Paese, è la previsione del voto amministrativo agli stranieri regolari (meno male almeno quello!). Come discorso di principio potrebbe sembrare anche logico: sei regolare, paghi le tasse, quindi voti per il Comune o la regione in cui vivi eccetera. Però questo discorso nasconde un tranello malizioso: lo straniero, per quanto regolare e integrato che sia, semopre straniero è, ed ha sempre le valigie pronte per tornarsene in Marocco o in Ghana. Quindi lui voterebbe per un’Amministrazione locale anche se poi, un mese dopo, se ne va via, mentre gli altri cittadini che ahi loro rimangono, perché in questo Paese ci sono nati, si devono ciucciare quella stessa Amministrazione che magari non hanno voluto per tutto il tempo in cui la stessa rimane in carica. E questo mi fa pensare, fatti i debiti distinguo, alla scemenza di dare il voto agli italiani all’estero, gente che paga le tasse in altri Paesi, che non conosce e non segue le vicende politiche di casa nostra ma poi decide anche per noi, che dobbiamo subire anche le loro decisioni sulla nostra pelle, visto che in questo Paese ci viviamo, lavoriamo, sudiamo, imprechiamo, ci disperiamo e lottiamo contro uno Stato elefantiasico e burocratizzato che ci complica le cose semplici e ci schiaccia sotto tasse sempre più pesanti. “No taxation without representation” dicevano due secoli e mezzo fa i patrioti americani che firmarono la Dichiarazione di Philadelphia. Noi potremmo ribaltare il concetto che è anche reversibile: niente rappresentatività senza tasse. Cioè se non stai qui, se non paghi le tasse, se non vivi nel bene e nel male la realtà di questo Paese, non puoi votare. Il che apre il discorso al concetto di cittadinanza. Io ritengo che sia giusto dare la cittadinanza a quegli stranieri che vivono da molto tempo nel nostro Paese, che si sono assimilati (non autoghettizzati perché ostili all’integrazione culturale vera, quella per intenderci che accetta l’italianità e non impone la “sua” diversità come un obbligo per noi), che hanno soprattutto assimilato il nostro humus culturale. Infatti il concetto di cittadianza è ormai svincolato da idee razziali, del resto mi sapete dire voi se esiste o meno una razza “italica” o “germanica”? Invece è imperniato su un asse culturale-mentale ben preciso, che bisogna essere ottusi per non riconoscere. Parlo della lingua, delle tradizioni, della cultura nella sua accezione più ampia, dalla cucina alla religione anche se questa non deve essere una discriminante ma un valore aggiunto; parlo soprattutto della coscienza di “appartenenza” a una determinata nazione, che si riconosce in valori e riferimenti comuni. Avete presente Fiona May? O Andrew Howe? Questo addirittura parla romanesco, chi gli rifiuterebbe la cittadinanza? Quindi è l’appartenenza a una “nazione”, nel senso originario del termine, che identifica il cittadino di quella nazione. Con in primis il diritto di voto. Ma uno straniero che arriva da noi, anche lavorando onestamente, ma che mantiene le sue abitudini contrarie al nostro comune sentire e non fa nulla per mescolarsi e inserirsi nel nostro tessuto sociale (pensate alle enclavi cinesi e al composito mondo islamico multinazionale unito dai precetti religiosi, non certo patrimonio della “nazione” italiana), questi come possono essere considerati cittadini italiani? Il che non significa che lo straniero non abbia i suoi sacrosanti diritti, in primo luogo quello di non essere sfruttato da operatori e caporali disonesti, ma non può certo con un colpo di bacchetta magica divenire italiano per motivi biecamente elettorali.
L’integrazione è inevitabile, diciamo anche che è una necessità, ma non nel senso dell’assorbimento dell’ospite da parte dell’ospitato, ma semmai dell’esatto contrario. E per fare questo ci vuole tempo. E ci vuole disponibilità ad integrarsi da parte dell’ospite. E non ci deve essere la percezione, da parte dei cittadini autoctoni, dell’invasione di stranieri. Pensate a un cinese che arriva in una palazzina con la sua famiglia: all’inizio starà sulle sue, poi parteciperà alla vita condominiale, magari si farà amici i vicini di casa. Imparerà a fare i bucatini all’amatriciana e insegnerà al vicino a cucinare il riso alla cantonese. Questa è integrazione vera, è un dare e un ricevere che arricchisce tutti senza stravolgere la fisionomia del Paese accogliente. Invece immaginiamo un centinaio di famiglie cinesi che arrivano in un lotto di case in cui rimangono due-tre famiglie italiane. Che succede? Quegli italiani si sentiranno stranieri a casa loro, quei cinesi trasformeranno quel condominio, quel piccolissimo lembo d’Italia in una succursale del Kang Tsu o dell’Hinan. Alla faccia del multiculturalismo e dell’integrazione. Quindi i flussi vanno regolati, controllati, limitati; il voto amministrativo non va concesso, perché non c’è alcun bisogno di darlo, semmai c’è necessità di tutela degli stranieri da abusi e sfruttamento e di garanzie di ordine pubblico e sicurezza per i cittadini; la cittadinanza non deve essere un’optional che come un buon bicchiere di vino non si nega a nessuno, ma un ambito traguardo da conseguire con anni e anni di integrazione e assimilazione vera, non fasulla e finto-buonista. A meno che dietro il voto amministrativo agli immigrati si nascondano interessi politici meno nobili come quello di accaparrarsi un po’ di voti per spostare l’equilibrio della bilancia elettorale verso il proprio piatto, visto che il parco voti attualmente offerto dagli stranieri è di circa 1 milione e mezzo di potenziali elettori. Che aumenterebbero a dismisura aprendo le frontiere senza adeguati filtri. E questa manovra riuscirebbe a smuovere l’asfittico panorama politico con scenari sorprendenti, con partiti “buonisti”, “garantisti” e strenui difensori della “multirazzialità” e “multiculturaluità” perché nel loro intimo sono affamati di un po’ di consenso e non trovando appiglio all’interno della nazione si rivolgono agli stranieri. Vendendo l’Italia e l’italianità in cambio di un po’ di poltrone e di prebende. P.S. Un amico mi ha riferito che un suo “amico” non avrebbe “gradito” alcuni miei articoli pesanti. Questo “amico” è liberissimo di pensarla come crede. Anche in maniera diametralmente opposta alla mia. Questo sito è una tribuna civile in cui ci si può confrontare e dibattere serenamente. Del resto gli autori del sito non la pensano tutti alla stessa maniera, perlomeno esprimono sfumature di pensiero diverse su una comune base di sentimenti e valori (e ci mancherebbe altro, saremmo solo dei cloni un po’ noiosi). Ma se l’”amico” degli amici non è d’accordo, in parte o in tutto, sulle mie tesi, alzi il ditino e digiti uno straccio di replica, che verrà normalmente pubblicata in coda all’articolo. Poi caso mai gli risponderò, serenamente e civilmente. E poi giudicheranno i lettori. Così si fa in democrazia. Senza offendere nessuno, senza essere censori e moralisti. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (40) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 965
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