| Il personalismo politico (dittatura?) come male necessario? |
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| Scritto da Otis | ||||
| giovedì 30 agosto 2007 | ||||
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Mio nonno non era un fascista ed è morto nel 1977, quando avevo 14 anni. Già allora percepiva, a differenza degli anni del ventennio che precedettero la seconda guerra mondiale, che la nostra società andava dirigendosi ineluttabilmente verso una deriva anarchica frutto di una democrazia male interpretata. E perché male interpretata? Perché in Italia, e nell'Europa tutta, dopo la guerra non ci si volle soffermare sulle ragioni reali che portarono nell'Italia di Mussolini, nella Germania di Hitler, nella Russia di Stalin, nella Romania di Ceaucescu, nella Yugoslavia di Tito e nella Spagna di Franco a un populismo che, come sempre sarà, derivò nel totalitarismo e nell'orrore: il desiderio dei popoli di una verità semplice, chiara e uguale per ognuno. La democrazia, se vuole essere autentica tutela della libertà di ciascuno deve avere chiari i suoi obbiettivi (il rispetto dei diritti fondamentali di ciascuno) e la fermezza di perseguirli. La questione però è che i diritti fondamentali cui si guarda hanno perso il loro stesso "fondamento" nell'idea del pensiero debole che i fondamenti sono sempre relativizzabili. Questa considerazione (che è ben più di una considerazione, oggi è uno stile di vita) ci trascina ineluttabilmente nell'anarchia, nell'apatia politica che, ai primi cenni di stanchezza, si trasforma in anti-politica e cioè in sacrosanto desiderio di ordine, di legge, di abbattimento di privilegi, di certezza della pena e così via. Con il rischio reale che oggi in Italia un "dittatore illuminato" sarebbe accolto, nel cuore di molti, come un liberatore. Guardiamo ad esempio le scelte impopolari di alcuni sindaci di sinistra, subito accolte da un unanime coro di osanna (a parte le solite voci stonate e anacronistiche della sinistra estrema): Cofferati a Bologna, Veltroni a Roma con le nuove 1500 licenze di taxi, Domenici a Firenze con il carcere per i lavavetri... Una democrazia come la nostra è una democrazia malata perché non sa decidere, perché non sa interpretare la chiarezza che è nella testa della maggior parte della gente e cioè la voglia di fondamenti, di trasparenza e di chiarezza, di diritti certi, finanche di doveri certi purché legittimati dal comune (e dunque assoluto) buon senso. La nostra democrazia è malata di relativismo e di opinionismo. Lo stesso Veltroni nei suoi proclami vuole affrancare la sua immagine dall'idea, ormai diffusa, di un buonismo che non sa decidere perché chi oggi non attua scelte forti, anche impopolari, non ha più alcuna credibilità. E oggi Berlusconi, un po' come anticipato dallo stesso sindaco di Roma qualche settimana fa, incalzato dal direttore del Sole 24 ore, annuncia la sua disponibilità ad arruolare uomini di sinistra, come ha fatto Sarkozy in Francia, purché intelligenti. Il personalismo della politica, anticipato da Berlusconi - e confermato dalla scelta di Veltroni di candidarsi come segretario del PD a furor di popolo - ci indicano la direzione verso cui stiamo andando, forse necessaria perché male minore. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (53) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 1049
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