| Il "mostro" della porta accanto |
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| Scritto da Marat | ||||
| sabato 13 gennaio 2007 | ||||
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Adesso la parola passa ai giudici, in attesa di una sentenza di condanna che, se non ci saranno imprevisti, sembra scontata.Tuttavia proprio adesso, ci possiamo giurare, in televisione e sui giornali sarà tutto un fiorire di dibattiti, interviste e “approfondimenti” più o meno morbosi sull’accaduto, con uno stuolo di psicologi, sociologi, neuropsichiatri, criminologi, magistrati, giornalisti, opinionisti, VIP e pseudoVIP che ci diranno tutto e il contrario di tutto per spiegarci l’inspiegabile.Ci sarà Crepet che dirà che la colpa è della società; ci sarà il giornalista che ricorderà precedenti inquietanti a carico dei due, che potevano far supporre questi sviluppi sanguinosi. Ci saranno Alba Parietti da Bruno Vespa e la Santarelli da Mentana che ci esterneranno il loro orrore.Alla fine, dopo tante chiacchiere e disquisizioni, nello spettatore medio che le seguirà rimarrà la confusa sensazione che il fatto efferato è stato compiuto da mostri che hanno agito al di fuori di ogni logica e sentimento. Mostri della porta accanto, ma sempre mostri, cioè personaggi fantastici quali vampiri, licantropi, zombie, esseri alieni e quindi “estranei” alla comunità umana.Un meccanismo psichico comune quanto facilmente comprensibile: quando il comportamento di un essere umano devia grandemente su sentieri di orrore e violenza, è più comodo attribuirlo a un essere alieno che non a un uomo, per rimuovere e spostare su un ambito estraneo alla normalità quel qualcosa di esagerato esorcizzandone la paura. Oppure ricorrere al concetto di “raptus”: ha fatto questo perché in quel momento non era cosciente di ciò che faceva.In realtà gli psichiatri spiegano che il vero raptus non esiste, cioè non esiste una psiche normale che si “disattiva” per qualche tempo, permettendo una serie di azioni fuori da ogni regola morale, e che poi ritorni normale.Certo, i gravi disturbi di personalità, le psicosi profonde, l’abuso di alcol e sostanze psicoattive possono portare a manifestazioni criminali gravissime, ma qui siamo nel territorio delle malattie mentali, per le quali il codice penale prevede condizioni giuridiche specifiche (vizio totale o parziale di mente).Sicuramente i difensori degli imputati richiederanno perizie su perizie per dimostrare che i due erano al momento di commettere il fatto “incapaci di intendere e di volere” e limitarne la responsabilità penale: ma questo, come dicevo, è un problema che interesserà il dibattito processuale.A noi interessa un altro punto: come possa una coppia di persone apparentemente “normali” premeditare una strage (tra l’altro per futili motivi), eseguirla e pensare poi di vivere il resto della propria esistenza con il ricordo certo, se non il peso, del delitto commesso conducendo una vita e delle relazioni socialmente accettabili.Persone che hanno pianificato fin nei dettagli il crimine, compresa l’uccisione di un bimbo, e precostituendosi un alibi che ritenevano inattaccabile, dimostrando lucidità e mentalità criminale assolutamente grande, e soprattutto indifferenza al significato profondo di ciò che programmavano. Assimilando una strage a un dispetto eseguito per ripicca, come rigare la carrozzeria dell’auto di chi ti parcheggia troppo vicino.Rousseau riteneva che l’uomo fosse naturalmente buono, e tanto più viveva secondo ritmi e tradizioni prossime alla natura, tanto più era “buono” (il mito del buon selvaggio).Con tutto il rispetto per le opinioni del grande illuminista, mi sembra assodato che l’uomo non sia naturalmente buono: esso è un animale predatore, nato per cacciare e uccidere sia le prede sia i suoi simili che con lui competevano per il cibo e la procreazione.Poi l’uomo primitivo si è associato in famiglie numerose, clan, tribù, spostando i suoi orizzonti etici dall’ “io” al “noi”, ma sempre distinguendo gli “altri”, fossero altre tribù, popolazioni o città. E con la costituzione degli stati non è cambiato molto, tranne l’ulteriore estensione del concetto di noi e loro, gli altri contro cui possiamo fare tutto trovando anche magari delle giustificazioni.Per fortuna però, accanto alla perpetuazione di questa tradizione “tribale” potenzialmente criminogena, si è evoluto il senso etico che ha posto l’uomo di fronte al concetto di bene e male. Concetto non solo ed esclusivamente religioso ma che poi ha con la religione intessuto un rapporto di integrazione e approfondimento. Pertanto, pur rimanendo insiti nell’uomo gli istinti animali di aggressività, sopraffazione, uccisione, la morale sociale e religiosa ha determinato lo sviluppo di un Super-io caratterizzato da una rete di precetti e divieti che indicano un comportamento socialmente ed eticamente adeguato, che per esempio ci impedisce di uccidere il vicino di casa perché ci fa cadere l’acqua sul terrazzo dal piano superiore o il camionista che si immette sull’autostrada senza darci la precedenza.Se questa rete di protezione o gabbia etica si indebolisce, emerge facilmente il mostro che alberga in ciascuno di noi. E cosa fa indebolire questa “gabbia” etica? La perdita dei valori morali, innanzi tutto.La loro sostituzione con pseudovalori materiali come i soldi e il successo più importanti dei mezzi “etici” con cui raggiungerli.Il relativismo etico, cioè farsi una propria morale a proprio uso e consumo, “al di là del bene e del male” come sosteneva Nietzsche.Il considerare la vita come un oggetto che si può comprare, vendere, distruggere perché se non è la nostra non ce ne frega niente.La rinuncia all’educazione dell’infanzia secondo principi morali immanenti e la sua delega a modelli culturali di protagonismo, di perfezione fisica, di superiorità economico-sociale.Lo svilimento e la ridicolizzazione della religione umanista (che cioè pone al centro della propria sfera di valori la persona umana nel suo rapporto privilegiato con la Divinità) in nome di un laicismo sgangherato, intollerante e materialista.E si potrebbe continuare a lungo, ma il comun denominatore di questi modelli culturali “alternativi” che si stanno diffondendo sempre di più è la progressiva erosione del patrimonio etico che ci distingue dagli animali predatori, e che libera il mostro potenziale che vive dentro di noi. 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