| Democrazia e credenti cattolici sono incompatibili? |
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| Scritto da Makarios | ||||
| mercoledì 31 gennaio 2007 | ||||
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La domanda sorge spontanea dopo i numerosi articoli scritti da vari giornali. Il Giornale del 28 marzo 2006, il Corriere della sera del 16 marzo 2006, il Foglio del 18 ottobre 2006, il Sole 24 ore del 13 agosto 2006, la Repubblica dell’8 giugno 2006, La Stampa del 7 maggio 2006, e altri, dedicano ampi articoli sul “pericolo” di oggi alla nostra libertà. L’adesione ad una fede religiosa è una minaccia e una delle fonti più diffuse del male: quando la religione diventa istituzione e impone una verità dogmatica genera facilmente il fanatismo (S.Tabboni in Sole 24 ore). Le democrazie hanno bisogno di virtù per vincere contro i loro agguerriti nemici. Però la virtù di cui hanno necessità è la virtù politica, ovvero l’amore della patria, dell’uguaglianza, del bene comune e della Costituzione che difende la libertà (Dio in politica? Distrugge la democrazia”, M. Viroli in La Stampa del 23 novembre 2004). La teoria é che i credenti, secondo questi giornalisti e uomini di cultura, non possono accettare e fecondare la società democratica. La grande domanda che bisognerebbe fare è: “Fino a che punto i popoli uniti in stati possono vivere sulla base della sola garanzia della libertà, senza avere cioè un legame unificante che preceda tale libertà?”. Il problema in effetti, è che non si può fondare e conservare l’eticità dello stato su basi esclusivamente secolare, perché il pericolo del “soggettivismo” e del “positivismo” nel quotidiano e valutazioni così ispirate, pretendendo di avere validità oggettiva, distruggono la libertà anziché fondarla. In effetti il principale obiettivo dei “laicisti” è quello di colpire il Magistero della Chiesa diffuso dai credenti, come se ledesse la laicità dello Stato e non integrasse invece, nel pluralismo, il dibattito democratico. La Chiesa ha diritto di parlare sui valori fondanti la persona umana, e il credente che agisce nella sfera pubblica, deve sempre agirvi in nome della verità della sua fede. Proprio in questo stato, anzi alla religione è permesso di avere questa efficacia: la libertà religiosa "é" libertà confessionale dei cittadini non solo in senso negativo ma anche in senso positivo. Fino all’Ottocento, la religione è stata un collante forte dell’ordinamento politico e della vita dello stato. Il cristianesimo e il giudaismo che hanno svolto un ruolo fondamentale nella genealogia dell’idea di uguaglianza nella nostra cultura occidentale, anzi sono stati i garanti di tale cultura, non hanno nessuna difficoltà nell’accettare la struttura egualitaria e il taglio individualistico degli ordinamenti liberali (J.Habermas, La tolleranza religiosa come battistrada dei diritti culturali). Il vecchio fantasma dell’Illuminismo mi sembra ormai superato, almeno quello storico e tradizionale. Non ci sarebbe posto per un riconoscimento dei suoi limiti, aprendo la strada per una nuova vita da laici credenti e non credenti? Non si potrebbe riflettere su una nuova concezione della laicizzazione culturale?
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