| Calcio: dobbiamo essere noi a dire NO! |
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| Scritto da Roland | ||||
| mercoledì 07 febbraio 2007 | ||||
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Nei pressi dello stadio Massimino muore l’Ispettore di Polizia Filippo Raciti. Come si sono svolti i fatti lo sappiamo tutti. Quello che non sappiamo, e che forse non sanno neanche le autorità, è come fare in modo che certi fatti non si ripetano più. Come prima cosa hanno fermato il campionato. Saggia decisione per il rispetto dei familiari anche se la sensazione sembra essere quella di aver voluto togliere il giocattolo al bambino che ha fatto la cosa cattiva. Nelle intenzioni del Commissario Straordinario Pancalli questa situazione dovrebbe persistere fino a quando tutti gli enti competenti, dal Governo al Coni, non troveranno il sistema di cambiare fattivamente rotta. Ardua impresa. Ardua perché ci sono forti interessi socio-economici in ballo e per il denaro tutto si fa e tutto è giustificabile altrimenti non si spiega come mai dal 28 ottobre 1978, giorno in cui allo Stadio Olimpico di Roma morì Vincenzo Paparelli, nulla è cambiato.
Ci sono sì controlli rigorosi, rimozione dei tappi dalle bottiglie di plastica, tornelli elettronici, doppie cancellate, videocamere a circuito chiuso. Ci sono, sì ci sono, eppure, nonostante tutto ciò, lo scorso anno una tifosa della Sampdoria in trasferta ad Ascoli è rimasta ferita da un razzo lanciato dalla curva opposta così come successe quasi trent’anni fa all’Olimpico. Sconcertante. Da trent’anni a questa parte non c’è stagione calcistica che sia segnata da fatti violenti. Comunque si ricomincerà a giocare negli stadi a “norma”. Negli altri lo si farà a porte chiuse, senza spettatori, fino a quando le strutture sportive non si saranno adeguate alle normative di sicurezza. Saranno vietate poi le trasferte. Servirà tutto ciò? Non lo so ma concedetemi qualche pensiero in libertà e qualche ipotesi. Cosa vuol dire uno stadio a norma? Sostanzialmente è una struttura, come lo sono i teatri, i cinema, le università e i luoghi pubblici in genere, in grado di sostenere situazioni di emergenza. Devono quindi essere dotate di adeguate uscite di sicurezza, impianti antincendio, zone sicure e piena accessibilità ai disabili. Uno stadio a norma evita quindi atti violenti? Di sicuro non all’esterno di esso e Catania ne è la dimostrazione. All’interno dipende dalla rigorosità controlli all’ingresso e dal pattugliamento durante la notte prima dell’evento sportivo al fine di evitare che “l’artiglieria” venga catapultata all’interno delle recinzioni in zone d’ombra ad hoc. Ma chi deve mettere a norma gli stadi? Le società di calcio? Ma se nella maggior parte dei casi gli stadi sono di proprietà del Comune e del Coni perché l’onere dovrebbe toccare alle Società che già pagano l’affitto? Quindi ecco un classico paradosso dove lo Stato in realtà bacchetta se stesso. Serve vietare le trasferte? In teoria sì in quanto si eviterebbe il contatto tra tifoserie avversarie. In realtà però no in quanto spesso la partita è solo il pretesto per creare disordini e scagliarsi contro le forze dell’ordine e quindi basta pure la sola “tifoseria di casa” per creare scompigli, fermo restando che il fenomeno “ultras” va spesso aldilà dei colori della bandiera di calcio per schierarsi unito contro la Polizia. Ultras è una filosofia di vita, è una mentalità. Un ultrà ha le sue regole, rispetta l’ultrà della squadra avversaria ed è contro l’Istituzione. Basta farsi un giro in rete per scoprire i loro principi e per rendersi conto che è un movimento che va al di là del gioco del pallone, una questione che non si risolve chiudendo uno stadio che è solo uno scenario scelto appositamente perché “Calcio” vuol dire visibilità, tanta visibilità, e in fondo in fondo anche soldi ed è qui che, a mio avviso, si arriva al connubio con gli addetti ai lavori. Quando per Legge una società di calcio risulta essere responsabile di quanto accade dentro e fuori dallo stadio per forza di cose deve scendere a patti con la tifoseria organizzata e tutto diventa un dare ed avere. Tu stai tranquillo e io ti do l’esclusiva per le trasferte, tu non crei casini e io ti sovvenziono la coreografia (lo striscione apparso a Torino in favore di Moggi & c. dopo calciopoli mi ha lasciato allibito…), poi se io ne ho bisogno tu mi contesti l’allenatore o mi fischi il giocatore da vendere. Bastano pochi leader carismatici a muovere diecimila ragazzi di una curva che, vuoi perché in buona fede verso la bandiera della propria squadra, vuoi per la classica “mancanza di ideali”, vuoi perché lo stadio è la zona franca dove dare sfogo agli istinti repressi, vuoi per protagonismo, si lasciano trasportare in azioni che da soli non si sognerebbero mai di compiere. Matarrese ha dichiarato che il calcio è un’industria. È vero, è una macchina da soldi. Tanti soldi è ce ne sono per tutti coloro che sanno muoversi nelle pieghe della Legge, per tutti coloro che sono attori di questa appassionante messa in scena. E come sempre per i soldi tutto si fa. Passaporti truccati, falsi in bilancio, plusvalenze gonfiate, fideiussioni false, Rolex, lobby arbitrali, scommesse clandestine e doping. E in questo guazzabuglio di addetti ai lavori ecco che anche alcuni tifosi hanno voluto un ruolo da interpretare. Non fraintendete, io non sono contro la tifoseria organizzata. Ne ho fatto parte, ho cantato per ore ed ore allo stadio, ho ammirato coreografie da brivido, ho versato anche il mio obolo per queste, ma tutto deve limitarsi ai novanta minuti della partita, tutto deve limitarsi al sostegno della squadra e ad un goliardico ed ironico sfottò dell’avversario. Il tutto senza scopo di lucro, ma solo per passione. Il calcio è un’industria. Ribadisco che è vero, ma attenzione Materrese & c. è un’industria che vive sulla passione della gente e passione vuole dire amore e per amore, quello vero, si perdona anche il peggiore tradimento. Abbiamo già perdonato e dimenticato che per anni, con il sistema “moggi”, ci hanno fatto assistere ad una sorta di wrestiling della pedata. Li abbiamo perdonati perché in fondo ci siamo divertiti lo stesso e perché, diciamolo, ci hanno portato sul tetto del mondo battendo la Francia in finale. Mi sarebbe piaciuto solo esserne stato consapevole che era una messa in scena così come so sintonizzandomi sul canale del wrestling che Ray Mistyrio, John Cheena e Batista fingono sul ring. E comunque mi divertono lo stesso. Ma è chi subisce un tradimento che deve trovare il modo di far capire all’altro dove e perché ha sbagliato. Aspettarsi che il calcio da solo cambi strada è pura utopia. Ritengo che il cambiamento vero, e questo in ogni ambito , debba partire dalla gente comune, quella che la domenica freme in poltrona per un gol mancato, quella degli sfottò del lunedì mattina, quella che alla Domenica Sportiva vuole sentire poche chiacchiere e vedere solo i servizi con i gol, quelli che vanno allo stadio, guardano, strepitano, danno del cornuto all'arbitro, ma che una volta finita la partita non vedono l'ora di tornare a casa a guardarsi i servizi con i gol. Quelli a cui bastavano due giacchette ammucchiate per fare una porta. Se per una domenica fossimo noi a dire di no, se per una domenica lasciassimo da soli i calciatori, i presidenti, gli ultrà, i giornalisti, se spegnessimo le tv a pagamento, i processi e le tavole rotonde, il tutto a voler dire “Questo non è il Nostro calcio è il vostro! Tenetevelo pure stretto” non credete che si accorgerebbero che qualcosa sta stonando? Un monito semplice, silenzioso ma tremendamente tagliente. Sarebbe dura, lo so, ve lo dice uno che vive di pane e pallone, ma sarebbe una bella stoccata a Matarrese e soci. Guardate infatti come di fronte alla proposta di giocare a porte chiuse si stanno ribellando le società chiedendo ipocritamente il rispetto per i tifosi abbonati. Il rispetto per i tifosi bisogna dimostrarlo riducendo i prezzi del biglietto, facendo in modo che le famiglie tornino allo stadio, non sottostando alle esigenze televisive con calendari ed orari assurdi, punendo la slealtà in campo dei calciatori. Lo avrebbero dimostrato non sottostando al sistema Moggi, ai capricci dei calciatori e ai ricatti dei violenti. Bisogna far capire agli addetti ai lavori che noi possiamo fare a meno del loro calcio mentre loro non possono fare a meno di noi. Tanto il nostro calcio, quello genuino, noi ce lo andiamo a vedere la domenica mattina accompagnando in nostri figli a giocare sui campi di periferia i campionati giovanili. Noi, il calcio che ci diverte, che ci fa bene, e a volte fa del bene (tra qualche giorno vi farò scoprire un felice connubio tra calcio e solidarietà), ce lo giochiamo tutta la settimana, in tutta Italia, nelle serate di migliaia di centri sportivi che pullulano di appassionati veri che amano giocare tra amici, parenti e colleghi per il solo gusto di farlo, senza alcun lucro, anzi, pagando pure. Questo è il nostro calcio. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (9) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 478
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