| C'era un cinese in coma... |
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| Scritto da Marat | ||||
| venerdì 13 aprile 2007 | ||||
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Nel senso che hanno finalmente dimostrato che non sono tranquilli e pacifici come asserivano con straordinaria leggerezza e pericoloso buonismo i nostri amministratori locali e i responsabili dell’ordine pubblico.
Certamente le comunità cinesi si sono sempre differenziate da altre etnie più turbolente, come i nordafricani e i sudamericani: chi non è affetto da amnesia a senso unico e da cecità ideologica ma semplicemente osserva quanto avviene quotidianamente in ogni città nei luoghi di ritrovo delle varie comunità di immigrati, comunitari ed extra, non può fare a meno di registrare le risse e le bastonature che avvengono tra i cittadini dell’est europeo, gli accoltellamenti tra i magrebini, i regolamenti di conti a pistolettate tra albanesi, le spedizioni puitive dei centroafricani nei confronti delle loro lucciole di colore e così via. Il che non significa fare di tutta un’erba un fascio, visto che il buono e il cattivo esiste dappertutto, sennò sarebbe come dire che tutti i siciliani sono mafiosi, che tutti i polacchi sono ubriaconi o tutti gli arabi sono terroristi. Comunque resiste da sempre il mito dei cinesi come gente “tranquilla”, intenta a gestire con intelligenza e abilità i suoi affari, principalmente commercio e ristorazione, ma anche produzione artigianale di manufatti a basso costo. Semplicemente perché questa è l’impressione che i capi delle comunità locali hanno voluto dare per poter meglio gestire i propri interessi, contrabbandando un’immagine di laboriosa industriosità e di pacifica convivenza, sia pure nel recinto autoimpostosi dei loro ghetti urbani. Ma la realtà è un’altra: la protesta turbolenta seguita ieri a Milano dopo una contravvenzione emessa dai vigili contro una venditrice cinese per occupazione abusiva di suolo pubblico e intralcio al traffico, scatenatasi improvvisamente con la partecipazione di gran parte della comunità di via Sarpi, non era per niente spontanea. La donna che simula di essere stata colpita dai vigili, i suoi compaesani che escono immediatamente muniti di telecamere digitali a filmare la presunta scena di violenza, il corteo urlante con gli striscioni ovviamente contro il razzismo dei milanesi (ma in quanto tempo li hanno preparati quelli striscioni? Vabbè che sono rapidi, ma mi vien da pensare che erano stati messi da lungo tempo nei loro magazzini pronti per essere tirati fuori al momento opportuno….), il console di Milano che scende in piazza a difesa dei suoi concittadini e così via. Qual è il problema? Il problema è che non è pensabile che noi italiani continuiamo a dare agli stranieri l’impressione che qua da noi si può fare il proprio comodo nell’assoluto disprezzo di ogni regola di civile convivenza: anche il rispetto delle disposizioni comunali in materia di licenze, permessi, viabilità rientrano in queste regole. Non che noi siamo l’esempio della perfezione, tra macchine in doppia fila, mancato rispetto dei limiti di velocità, insudiciamento del suolo pubblico eccetera, tuttavia sarebbe ora che chi si occupa di amministrazione e, a livello più generale, di ordine e pubblica sicurezza, queste regole di civile convivenza le facesse rispettare, con tutti gli strumenti a disposizione, compresi quelli repressivi delle multe e dell’arresto. Senza distinzione di cittadinanza, togliendo così a questi signori l’alibi del razzismo che puntualmente viene invocato ogni volta che si cerca di imporre il rispetto delle disposizioni e in generale delle leggi. Le comunità cinesi hanno da molti anni realizzato una capillare infiltrazione delle città grandi e piccole con un sistema insidioso ed efficacissimo: arrivano dalla Cina a piccoli gruppi, spesso utilizzando documenti di connazionali morti o rientrati in Cina in tarda età (avete mai notato che nelle comunità cinesi quasi non ci sono persone anziane? Hanno forse scoperto il segreto dell’eterna giovinezza?), dispongono di enormi quantitativi di denaro che poveri contadini, specie quelli provenienti dai paesi del comunismo reale, non potrebbero avere, e comprano in contanti interi immobili, convincendo con offerte superiori ai reali valori di mercato gli inquilini autoctoni a sloggiare: e così, giorno dopo giorno, interi isolati diventano cinesi, dal negozio all’abbaino, scompaiono le insegne italiane sostituite dai caratteri mandarini, e si crea dal nulla un quartiere-ghetto cinese, dove gli italiani sono stranieri. In questa Cina d’Italia loro dettano le proprie regole, occupano le strade con i loro furgoni, carrelli, scatoloni, incuranti del disagio che creano alla circolazione delle città congestionate dal traffico. I loro negozi sono sempre vuoti: c’è in genere una commessa solitaria all’interno e un tizio all’esterno che ha tutta l’aria del “palo”, anche se non si sa di cosa. I ristoranti, dopo il boom straordinario degli anni ottanta, ora languono, poiché i prezzi non sono più così competitivi e la gente ha riscoperto il piacere della cucina made in Italy, anche a costo di pagare qualcosina in più, e poi ci sono i pub, le pizzerie, le bisteccherie sudamericane. Però rimangono sempre aperti, immuni alla crisi del settore. Come mai? Forse c’è dietro un giro di ricliclaggio di denaro sporco, che arriva da canali mafiosi frutto del traffico di droga, armi e quant’altro e che viene “ripulito” attraverso l’emissione di fatture false ad opera di questi negozi e ristoranti di copertura? La Finanza queste cose le sa bene, eppure non si fa niente per andare alla radice del problema. E il materiale contraffatto che inonda le nostre città, venduto al dettaglio da africani clandestini ma prodotto nei microlaboratori altrettanto clandestini dei cinesi? Dove lavorano in stanzini privi di luce e aria anche 30-40 bambini e ragazzini alla faccia della legge 626 e dello statuto dei lavoratori? Vi siete mai chiesti perché negli ospedali pubblici non entrano mai cinesi se non in casi eccezionali (il cinese vittima di un incidente stradale colà trasportato dal 118)? Questo accade perché essi ricorrono alla loro rete sanitaria parallela clandestina, con sale operatorie, farmacie, letti di degenza ricavati in garage e scantinati, dove vengono utilizzati farmaci sconosciuti che aggirano i controlli alle dogane violando le rigide norme sull’importazione di medicinali approvati dalla farmacopea internazionale. E si potrebbe andare avanti a lungo. Queste cose chi vive a Roma, e ha una minima conoscenza del quartiere Esquilino, la Chinatown capitolina, le conosce benissimo. Come pure le dovrebbero conoscere amministratori locali e governanti, responsabili della pubblica sicurezza e della sanità, della Finanza e del Commercio. Per cui sarebbe ora che si cominciasse a fare sul serio, pretendendo il rispetto delle regole, che il commerciante italiano è tenuto ad osservare pena multe salatissime e il rischio della paralisi commerciale. Pensiamo alle incombenze burocratiche che deve sostenere il dentista che ha un piccolo studio con annesso apparecchio ortopanoramico, o il titolare di un pub di 20 metri quadri; pensiamo alle licenze che il proprietario di un minuscolo bar del centro deve sopportare per tenere due tavolini sul marciapiede, e facciamoci due conti. Le regole valgono per tutti, chi è onesto non ha nulla da perdere, e così la concorrenza diventa più leale. E il sospetto che aleggia sull’industriosa comunità cinese in Italia può divenire materia di analisi storico-sociale, non più di cronaca nera. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (33) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 829
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