| Luciano Pavarotti |
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| Scritto da Chenier | ||||
| lunedì 10 settembre 2007 | ||||
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Da quando abbiamo avuto la possibilità di registrare le voci dei grandi tenori della storia, e cioè a partire da Enrico Caruso, possiamo facilmente cimentarci nel determinare chi fra questi grandi è stato il più grande. Prendiamo in considerazione Enrico Caruso (tenendo presente i sistemi arcaici di registrazione), Beniamino Gigli, Mario Del Monaco, Franco Corelli e Luciano Pavarotti.
Come si diceva non è facile dare un giudizio sulla voce di Caruso perché è chiaramente offuscata dalla tecnica antiquata che non permetteva una fedele riproduzione dei suoni. Si è detto molto sulla potenza, sulla tenuta di fiato; famosa l’aria del Trovatore “Di quella Pira”! Beniamino Gigli è stato grande, certamente grande soprattutto nella interpretazione di brani leggero/lirici, dove aveva la possibilità di esprimere la sua profonda sensibilità e delicatezza; i suoi famosi singhiozzi, la coloritura dolce e suadente. Non certo adatta a opere di maggior potenza e determinazione di fraseggio. Mario Del Monaco. Secondo me la voce più “potente” nel panorama di ogni epoca. Insuperabile nell’Otello, suo cavallo di battaglia. Una voce possente che si accompagnava ad una buona resistenza di fiato e una buona scena. Per tanto poco adatto all’interpretazione di opere più delicate, a partire dalla Boheme, dove la sua voce stentorea non era l’ideale da accoppiare alla dolce Mimì. Altro difetto non poco trascurabile… la non sempre perfetta intonazione! Franco Corelli. Lega il suo nome all’Andrea Chenier, interprete irraggiungibile certamente; lo riempie di pathos, lo carica di sentimento e di potenza lirica. Sentire quest’opera cantata da un altro tenore è una cosa smorta e senza carattere. Un po’ criticato per usare fuori dal richiesto il trasporto della voce, forse per imprimere un maggior sentimento alle parole.E infine lui, il grande Luciano. Si, grande… perché più completo degli altri. La voce non era molto potente si era detto all’inizio della sua carriera ( il paragone con Del Monaco, era ovvio). Ma quanta perfezione di suono, quanta gradevolezza di timbro, quanta la scioltezza nell’intera scala delle due ottave. Era un effluvio di voce che non trovava alcun ostacolo nell’ascesa verso il famoso do di petto. Altro che il fatidico passaggio “dalla gola alla testa” sul secondo fa, altro che “mandare dal naso” le note alte…! La sua era una voce formata da un unico e uniforme strumento che non aveva bisogno di particolari accorgimenti perché uscisse limpida e sonora. Una perfezione. Grazie Luciano per quanto ci fai emozionare ascoltandoti
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| Ultimo aggiornamento ( lunedì 10 settembre 2007 ) | ||||
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