| Gran Torino |
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| Scritto da Marat | ||||
| lunedì 25 maggio 2009 | ||||
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La Gran Torino del titolo è una Ford del 1972 che il vecchio Walt Kowalski custodisce gelosamente in garage con cure maniacali senza mai usarla, simbolo dell’attaccamento degli anziani al proprio passato nostalgico.
E di ricordi Walt ne ha tanti: ora che è rimasto fresco vedovo di una moglie che ha semplicemente adorato, ne ha anche troppi.
Come pure integrati e americani puri sono tutte le persone che conosce e con cui condivide i momenti insignificanti ma bellissimi della vita quotidiana: il barbiere italo-americano, il capocantiere irlandese e così via. E i suoi ricordi, i suoi principi morali si mescolano al rimorso e agli incubi angosciosi maturati durante la sua tragica esperienza bellica in Corea, quando uccideva a badilate in faccia e a fucilate in testa ragazzi diciassettenni per vendicare i suoi camerati e per non morire lui stesso. Incubi che lo perseguitano e che si accompagnano alla delusione e all’amarezza per lo squallido presente di solitudine e per le inquietanti prospettive future (i due figli che praticamente non conosce e che si presentano da lui solo per offrirgli un ritiro in un ospizio, i nipoti rincoglioniti di canne e sesso, ineducati più che maleducati, irrispettosi, indisponenti). E un quartiere che ai suoi occhi si sta degradando sempre di più, visto che i “bianchi” se ne sono andati tutti lasciandolo solo in una specie di ghetto ormai popolato solamente da asiatici, prevalentemente coreani, e da altre minoranze razziali. E’ per questo un razzista Walt Kowalski, lui che in fin dei conti ha origini straniere e dovrebbe temere i pregiudizi di razza (gli italiani mafiosi, gli arabi terroristi, gli ebrei usurai, i polacchi alcolizzati)? Sembrerebbe di si. Un razzista che odia i “musi gialli” e confonde cinesi, coreani e hmong (tutti gialli comunque). Un tradizionalista reazionario che storce il naso di fronte al piercing sull’ombelico esibito dalla nipote aliena. Un antisociale convinto delle ragioni della segregazione razziale, che rifiuta di socializzare con i vicini coreani. Il bellissimo viso tutto rughe e solchi dell’ex uomo dagli occhi di ghiaccio e ispettore Callaghan sembra ad ogni inquadratura in procinto di vomitare di fronte allo schifo in cui si è tramutato il sogno americano di una società multirazziale pienamente integrata, dove chi è bravo e rispetta le regole è premiato e chi le infrange viene punito dallo sceriffo di turno. Ma il destino gioca uno strano scherzo al vecchio inacidito odiatore dell’umanità: il suo senso di legalità e di giustizia, superiore ai pregiudizi sociali, lo porta a prendere le difese a varie riprese dei membri della famiglia coreana suoi vicini di casa da soprusi e violenze esercitate a vario titolo da membri di gang di altre etnie (altrettanti “vinti” e reietti che cercano il riscatto sociale nella delinquenza e nella violenza a basso prezzo). E così facendo si conquista, suo malgrado e nonostante le sue forti resistenze, la stima e l’affetto del vicinato di cui diventa il protettore, in particolare della giovane Su, intelligente e determinata a non farsi fagocitare dal ghetto ma a dimostrare la sua idoneità al ruolo di neoamericana con pieni diritti e pari doveri, e la riconoscenza di suo fratello Thao, introverso e sensibilissimo.
Questa strana coppia si imbatte inevitabilmente nel nemico, la gang criminale asiatica ostacolo all’integrazione e che giustifica i pregiudizi e l’ostilità della società civile nei confronti del Diverso. Walt reagisce da self-made man, tira fuori pistole e fucili, mostra il ghigno sardonico e il cipiglio truce, ribatte colpo su colpo mentre cerca di assicurare un futuro onesto e dignitoso al figlioccio adottivo. Ma quando i bruti gli toccano Su, allora la rabbia si impadronisce di lui. Un Clint Eastwood di 40 anni fa avrebbe fatto come il Biondo del Buono, il Brutto e il Cattivo, cioè una strage, ma i tempi sono cambiati e Clint è anziano. Così una risposta brutale e devastante, che lui pure ipotizza, si trasforma infine in un sacrificio personale, accettato stoicamente e confortato dalla certezza di avere la vita ormai in scadenza e nessun affetto familiare da preservare, ma che potrà dare a Thao la libertà e alla sua famiglia “adottiva” di musi gialli una nuova dignità. Certificata dal lascito a Tardo della sua medaglia al valor militare e della Gran Torino del titolo, appunto: un passaggio di consegne denso di significati e di valori. Signori, questo è grande cinema. Un cinema che ti fa piangere per le sensazioni che ti trasmette, semplice, pulito, onesto, mai ruffiano. Se volete l’antidoto al razzismo e volete capire cosa significhi integrazione razziale e culturale al di fuori degli schemi ideologizzati da un pugno di coglioni da salotto che farneticano di melting pot ma se ne stanno nei loro attici a piazza Navona a sorseggiare tè accompagnato da lingue di gatto serviti da camerieri di colore in smoking, vedetevi questo grande film. E fatelo vedere agli studenti delle scuole medie, prima che si sclerotizzino su pregiudizi e razzismi da osteria. Un film educativo senza essere freddamente didattico, ben girato, ottimamente interpretato, un capolavoro per i valori morali e spirituali che trasmette e tecnicamente perfetto, che per molti aspetti richiama alla mente “One million dollars baby” di cui condivide spunti e tematiche sociali, oltre che un finale triste e lirico. Si potrebbe considerare il testamento spirituale del grande Clint, qui bravissimo come regista e come attore, ma questo suona vagamente menagramo. E l’ex ispettore Callaghan si potrebbe risentire.
Anzi, auguriamoci che Clint ci regali ancora in gran numero tali capolavori, di cui questa industria miliardaria spesso difetta in nome degli interessi di botteghino. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (48) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 273
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