| Gomorra |
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| Scritto da Marat | ||||
| martedì 03 giugno 2008 | ||||
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Fa male, molto male.
La lente d’ingrandimento del regista è focalizzata sul quartiere delle Vele di Scampia, feudo del clan Di Lauro cui si contrappongono gli Scissionisti, una galassia di guappi e boss ribelli in cerca di spazi di manovra e di soldi veri. La guerra tra i clan rivali non viene raccontata in maniera organica e dettagliata, ma attraverso flash e singoli episodi isolati vissuti da protagonisti e comparse secondo il loro limitato angolo di visuale, che è quello degli animali predatori che sopravvivono uccidendo senza porsi troppi problemi morali. Non c’è una trama articolata e avvincente come per esempio in “Romanzo criminale” o nel “Padrino”, ma tante situazioni appena abbozzate che si sviluppano in maniera semiautonoma e che sono tra loro solo labilmente intrecciate, quasi a rendere più evidente la polverizzazione dei centri di potere malavitoso campano in contrapposizione alle varie “cupole” di tetragona gerarchia cui ci hanno abituato anni e anni di Piovre e di Corleoni. Il ritratto che ne viene fuori è sconsolante e deprimente: giovani che convivono con la morte violenta fin dall’età dei brufoli e che anziché andare a scuola stanno tutto il giorno a oziare davanti ai palazzoni diroccati, ragazzi che sparano con armi da guerra sulla spiaggia deserta e che improvvisano rapine nel giro di cinque secondi, gente che accetta di ammazzare il prossimo per 10000 euro e anche meno, bambini cresciuti come amici che si danno l’addio andando a militare in clan contrapposti, accettando così implicitamente l’idea di ammazzarsi un domani l’un l’altro. Nessuno che lavori, che studi, che si dia da fare “onestamente”. Le uniche persone che “faticano” sono un sarto sfruttato brutalmente dall’imprenditore camorrista e un giovanotto di belle speranze e magre risorse che trova impiego quale spalla di un intermediario (Toni Servillo, convincente e naturalissimo) del giro delle discariche abusive e degli smaltimenti illegali. Entrambi si ribellano alla loro condizione: il primo viene punito quando decide di lavorare in contemporanea per altri committenti (anch’essi illegali), il secondo si ritrova disoccupato. E tutti gli altri individui che affollano il popoloso caseggiato-quartiere sopravvivono tra piccoli traffici, ammazzamenti spiccioli e la quota mensile che il capoclan passa loro per mantenere il consenso e avere massa di manovra nel suo feudo. Devo confessare che non ho letto il libro di Roberto Saviano, e non è detto che lo farò; però il film è sicuramente da vedere. Vi farà riflettere. Vi farà pensare a cosa significhi l’abdicazione dello Stato dai suoi poteri e la sua rinuncia a dare cultura, sicurezza, lavoro onesto, insegnamenti morali e pene giuste e certe per il delitto. La cultura della legalità non è uno slogan, ma un valore fondamentale che deve essere inculcato fin dalla culla, e per non essere sterile deve essere associato a condizioni di vita umane e dignitose, e a un semplice, elementare ma indispensabile sistema di premi e punizioni. Perché laddove lo Stato latita subentra la camorra, anzi le camorre e la mentalità camorristica. Un ultimo particolare: il film è sottotitolato come se fosse una pellicola, che so io, turca o vietnamita, perché la calata campana di Secondigliano e tutte le sue varianti territoriali sono abbastanza ostiche anche per la gente di quelle parti (io l’ho visto con un’amica di Napoli e lei stessa non capiva tutto quel che veniva detto!). In definitiva: un film violento, brutale, per nulla rassicurante, e anche sottotitolato secondo le più mostruose tradizioni fantozziane, ciononostante da vedere, e magari da commentare con amici e familiari. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (33) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 365
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