| Bordertown |
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| Scritto da Marat | ||||
| giovedì 29 marzo 2007 | ||||
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Da quando sono entrati in vigore gli accordi NAFTA, sono caduti i dazi doganali tra Messico e Stati Uniti, pertanto numerosi imprenditori messicani hanno creato dal nulla industrie e manifatture intorno a Ciudad Juarez per sfruttare in pieno le nuove opportunità del mercato, cioè produrre in quantità massiccia approfittando della vicinanza del confine per azzerare le spese di spedizione e dei vantaggi doganali per invadere il mercato americano a prezzi stracciati, realizzaando enormi profitti. E i profitti ovviamente aumentano in maniera esponenziale sfruttando al massimo i lavoratori. Questi, per sfuggire alla disoccupazione e alla povertà endemica del paese, e anche sperando di potere prima o poi espatriare negli USA dove le opportunità di vita sono decisamente maggiori, si riversano da ogni angolo del Messico a Juarez, divenuta ormai una grande città con annessa enorme baraccopoli. E in questa baraccopoli sterminata, dove regna la violenza, la miseria e lo squallore, vivono migliaia di poveracci che ogni giorno fanno avanti e indietro la spola verso le fabbriche conducendo un’esistenza grama e priva di soddisfazioni: il miraggio di mettere soldi da parte presto sfuma, il magro stipendio serve a malapena per sopravvivere giorno dopo giorno, e il lavoro ripetitivo e abbrutente rimane l’unica realtà possibile, mitigata solo in parte dall’abuso di alcol. Le donne, nell’inferno di Juarez, sono più numerose degli uomini poiché sono preferite nell’impiego in fabbrica: guadagnano meno degli uomini, non si lamentano e non creano turbative di ordine pubblico. E inoltre sono una merce sessuale praticamente gratuita: abusate dai colleghi di lavoro, dai padroni, dai cittadini, dai turisti. Vengono agganciate con una scusa, se va bene vengono pagate qualche dollaro, più spesso vengono violentate. E anche uccise. Tanto non hanno nome, non hanno famiglia o se ce l’hanno è così lontana che praticamente è come se fossero sole. Quindi queste moderne schiave divengono con facilità preda degli istinti brutali di maschi predatori, ricchi o poveri non fa differenza, incoraggiati dalla mentalità machista latino-americana che vuole la donna un oggetto sessuale da usare a piacimento senza necessariamente sentire il suo parere. E una volta usata la si può anche sopprimere, proprio come si butta via un fazzoletto di carta dopo averlo utilizzato. Le maquiladoras di Ciudad Juarez fanno da anni le spese di questa terribile congiuntura economico-sociale-culturale: dal 1993 sono state uccise 395 donne secondo le statistiche della polizia messicana, ma secondo i familiari delle donne assassinate o scomparse (uccise e poi fatte sparire) la cifra è prossima a 5000 unità. Un numero impressionante, non riconducibile a un serial killer ma a un sistema di omicidio seriale su vasta scala, consumato nell’indifferenza e sotto la copertura delle autorità locali. Infatti “costa meno coprire i delitti e le responsabilità che proteggere le donne”, poiché la loro vita è meno importante che non mantenere in funzione il meccanismo dello sfruttamento legalizzato, possibile solo al prezzo di disporre di una enorme manodopera senza diritti, e che invece verrebbe rallentato e disturbato da controlli serrati e indagini approfondite. Questa è la base della storia raccontata nel bel film “Bordertown” uscito in questi giorni sugli schermi, che si avvale dell’interpretazione di Jennifer Lopez nei panni di una coraggiosa giornalista americana dal passato drammatico che si reca nella città messicana per effettuare uno scoop sulla vicenda, utile per la sua progressione di carriera. A Ciudad Juarez incontra un bravo Antonio Banderas, convincente nel ruolo del giornalista senza macchia e senza paura che lotta contro la censura di Stato e gli ostacoli frapposti dalla “legge” (che cerca di insabbiare le inchieste usando sistemi intimidatori di stampo mafioso), e che denuncia gli interessi loschi di finanzieri, imprenditori e politici sia messicani che americani, tutta gente arricchita dagli accordi NAFTA sulla pelle delle maquiladoras. Il sodalizio tra i due, che fa riemergere il ricordo di una loro precedente relazione professionale-sentimentale in epoca giovanile, si cementa quando la Lopez si imbatte in una operaia 16enne violentata e abbandonata come morta nel deserto fuori città. La ragazza, una straordinaria Maya Zapata (un’attrice che secondo me farà strada, tenetela d’occhio), in pericolo poiché sopravvissuta al tentato omicidio e quindi in grado di riconoscere gli aggressori, non potendo recarsi dalla polizia connivente decide di confessare i fatti al giornale di Banderas. I due convincono la ragazza a identificare di nascosto i criminali e poi a denunciarli in tribunale, con l’aiuto di una donna coraggiosa che si occupa di diritti civili (una Susan Sarandon sempre brava ma che secondo me si limita a timbrare il cartellino senza particolare entusiasmo – forse perché la parte che ha è minore, chissà). Fra momenti di grande commozione, flash back brutali, immagini shock, sequenze di pura adrenalina (memorabile l’inseguimento nel capannone dei due protagonisti appiedati ad opera di un enorme fuoristrada assassino) si dipanano due ore di film di buona qualità, che non divertono (ci mancherebbe altro) ma appassionano. E fanno riflettere, cosa che non guasta mai in questa società consumista che non sa o finge di non sapere cosa ci sta dietro il computer a basso costo o le scarpe a prezzi stracciati.
E che dovrebbero fare riflettere quei governanti, come i nostri, che fanno allegramente accordi commerciali nel nome del libero scambio e dei profitti per pochi sulla pelle dei molti con paesi come la Cina e l’India, nei quali le condizioni dei lavoratori sono suppergiù quelle delle disgraziate maquiladoras di Ciudad Juarez. Dimenticavo: da godere l’interpretazione di un Martin Sheen stagionato ma grande nel ruolo del giornalista- direttore pieno di belle parole ma sensibile alle pressioni e ai finanziamenti dei potenti, che finisce per tradire lo spirito della sua missione. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (32) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 923
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