| Il Papa e l'Africa |
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| luned́ 13 aprile 2009 | ||||
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QUANDO IL PAPA SE LA PRENDE CON GLI STREGONI di Anna Bono Il viaggio di Papa Benedetto XVI in Africa è terminato da diversi giorni, ma ancora mancano quasi del tutto i commenti ad alcuni contenuti fondamentali dei molti discorsi da lui pronunciati. Si tratta delle esortazioni a correggere i comportamenti individuali e collettivi che ostacolano lo sviluppo umano e ledono la dignità della persona: esortazioni rivolte alle popolazioni africane e ai loro leader e che presumibilmente, proprio per questo, la prevalente cultura terzomondista ha frainteso o scelto di ignorare...
Benedetto XVI, scavalcando decenni di silenzi e di giustificazioni per i misfatti delle leadership politiche africane e di rifiuto di esprimere giudizi su culture e istituzioni diverse dalla nostra che – si sostiene negli ambienti terzomondisti – vanno rispettate, ha infatti messo in primo piano le cause interne, africane, di sottosviluppo: il che, in clima di relativismo culturale e morale e di politically correctness, è l’equivalente di un peccato capitale.
“Se mi è permesso qui rivolgere un appello finale – ha detto il Pontefice nel suo discorso conclusivo prima di lasciare il continente – vorrei chiedere che la giusta realizzazione delle fondamentali aspirazioni delle popolazioni più bisognose costituisca la principale preoccupazione di coloro che ricoprono cariche pubbliche poiché la loro intenzione, ne sono certo, è di svolgere la missione ricevuta non per se stessi ma in vista del bene comune”. Altri passaggi dei discorsi tenuti in Angola e Camerun, prima tappa del suo viaggio africano, hanno riguardato “alcune credenze e pratiche negative delle culture africane” che – sono parole del Pontefice – “esigono una vigilanza del tutto speciale”; innanzi tutto il tribalismo: “Pensiamo ai frutti feroci del tribalismo, delle rivalità etniche”; e la stregoneria, che “lacera la società”: “Tanti vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati arrivano al punto di condannare bambini e anziani perché, dicono, sono stregoni”. Un’attenzione particolare è andata inoltre e più volte alle istituzioni che discriminano e assoggettano le donne: “In nome della tradizione ancestrale, la donna è vittima delle disposizioni in materia di eredità e dei riti tradizionali di vedovanza, della mutilazione sessuale, del matrimonio forzato, della poligamia”. Chi conosce la letteratura africanista – sia essa produzione accademica o espressione di associazioni di volontariato e di cooperazione allo sviluppo laiche e religiose – sa quanto siano rare le analisi che, senza escludere errori e responsabilità esterne, concentrano l’attenzione sulle cause endogene della povertà, del tribalismo, delle violazioni dei diritti umani, dei conflitti per il controllo delle risorse che, quando si tratta dell’apparato statale, non di rado assumono proporzioni e intenzione di strage genocida. Per questo le parole di Benedetto XVI valgono e richiedono di essere conosciute e meditate: dalle popolazioni africane prima di tutto e dai responsabili della cooperazione e dell’assistenza umanitaria pubblica e privata internazionale che si scontrano di continuo con i problemi sollevati dal Papa e che spesso adottano rimedi inefficaci proprio per non volerne considerare i fattori culturali e politici interni. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (51) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 377
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