Salvate il soldato Achille... e pure Pinocchio.
Scritto da Livius   
sabato 18 ottobre 2008
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Sabato mattina. Mentre sorseggio il caffè in cucina accendo il televisore, e resto ipnotizzato da quell’istrionico di Aldo Busi mentre conduce un programma incentrato sul Pinocchio di Collodi.
Ho sempre ritenuto il racconto del burattino di legno una sorta di libro sacro, da tenere fisso nello zaino di scuola per tutto il periodo dell’obbligo. E i motivi per cui ritengo ciò vengono illustrati in modo superbo e chiaro da Aldo Busi, mentre spiega lo stile, i contenuti, le metafore, la collocazione storica, i valori, le domande che il libro trasmette.  Spiega, espone, e dona cultura.



E’ sabato mattina; sono incappato quasi per caso in un programma che ora sto guardando con piacere (nonostante l’invadenza arrogante della pubblicità) insieme a mio figlio, quasi sorpreso di spiegazioni per le quali Pinocchio non è più soltanto “il” burattino di legno, ma tante altre cose, cose interessanti, luminose.
E non riesco al contempo a non pensare alla monnezza   serale, continua,  venturesca, defilippesca,
medialobotomizzante, che mi fa vomitare, che può spodestare arrogantemente l’interesse umanamente vero, e da cui all’ora di cena a casa mia si cerca di sfuggire, telecomando alla mano.

Pinocchio spiega, spiega di ieri e di oggi, ed è un compagno utilissimo per i bambini piccoli, per quelli che crescono; e per quelli ormai cresciuti quando intendono risvegliarsi velocemente dal torpore, ma anche dal rincoglionimento delle droghe mediatiche di questa vita moderna.
Fatta questa scoperta interiore, un adulto potrebbe chiedere: “Ancora, ancora qualcosa che acceleri il risveglio!”
Suggerisco, a questo punto, immediatamente dopo Pinocchio, due buone edizioni critiche dell’Iliade e dell’Odissea.   E perché mai…  Anche qui indico qualcuno che  sa sicuramente spiegarlo in modo egregio: lo scrittore Alessandro Baricco. Nel suo libro “Omero, Iliade”, che raccomando sinceramente, Baricco propone una lettura dell’Iliade adattando il testo in modo che la vicenda dell’ ira di Achille  sotto le mura troiane possa essere narrata “direttamente” dai  personaggi omerici. Costoro possono in tal modo  “raccontare con  voce vicinissima alla nostra, la loro storia di passioni e di sangue, la loro grande guerra, la loro grande avventura”; e questo anche perché, ci dice Alessandro Baricco,  “non sono questi, anni qualunque per leggere l’Iliade. O per  ‘riscriverla’, come mi è accaduto di fare. Sono anni di guerra. E per quanto ‘guerra’ continui a sembrarmi un termine sbagliato  per definire cosa sta accadendo nel mondo (un termine di comodo direi), certo sono anni in cui una certa orgogliosa barbarie, per millenni collegata all’esperienza di guerra, è ridivenuta esperienza quotidiana”.

La guerra, i “vari modi” di fare guerra ai nostri giorni; l’indugiare ancora a un certo compiacimento quando si fanno delle parate militari… risale alla storia dell’uomo prima di noi e di cui facciamo parte, e che subiamo, strano a dirsi, strano a credersi, proprio come Achille.
E già… Achille, che uccise tanti e tanti troiani; che era il più forte, un semidio. Ebbene è comunque, tanto quanto gli altri eroi del poema omerico, una figura che “subisce” nel senso più totale e vitale del termine, la cultura umana della guerra, nella sua vita, già da quando la madre Tetide lo nasconde per non farlo partire per Troia con Agamennone. E Achille ubbidisce alla madre, celandosi fra le fanciulle del re di Sciro. La finzione viene però scoperta da Ulisse, probabilmente per pura invidia, visto che anche l’eroe omerico dell’Odissea è una figura che da subito 'subisce' la guerra, la “ragion di stato di Agamennone”. Prima del tentativo di Achille, già Ulisse si era finto pazzo pur di non lasciare la famiglia e la patria. Ma la sua finzione fu scoperta, e lui poi scoprì quella di Achille.

Achille, Ulisse, che non vorrebbero assolutamente partire per la guerra di Troia, che subiscono tuttavia la cultura della guerra , e che poi fanno quello che fanno. Sembra quasi un controsenso, e invece no, perché nel mezzo vi sono tutte le passioni, i valori, le contraddizioni, i paradossi, la debolezza e la forza dell’uomo.



Un’altra bellezza. Postilla sulla guerra  -  di  Alessandro Baricco, da  “OMERO, ILIADE”  

   
Non sono, questi, anni qualunque per leggere l'Iliade. O per "riscriverla", come mi è accaduto di fare. Sono anni di guerra. E per quanto "guerra" continui a sembrarmi un termine sbagliato per definire cosa sta accadendo nel mondo (un termine di comodo, direi), certo sono anni in cui una certa orgogliosa barbarie, per millenni collegata all'esperienza della guerra, è ridivenuta esperienza quotidiana. Battaglie, assassinii, violenze, torture, decapitazioni, tradimenti. Eroismi, armi, piani strategici, volontari, ultimatum, proclami. Da qualche profondità che credevamo più sigillata, è tornato a galla tutto l'atroce e luminoso armamentario che è stato per tempo immemorabile il corredo di un'umanità combattente. In un contesto del genere - vertiginosamente delicato e scandaloso - anche i dettagli assumono un significato particolare. Leggere in pubblico l'Iliade è un dettaglio, ma non è un dettaglio qualsiasi. Per esser chiaro, vorrei dire che l'Iliade è una storia di guerra, lo è senza prudenza e senza mezze misure: e che è stata composta per cantare un'umanità combattente, e per farlo in modo così memorabile da durare in eterno, ed arrivare fino all'ultimo figlio dei figli, continuando a cantare la solenne bellezza, e l'irrimediabile emozione, che era stata un tempo la guerra, e che sempre sarà. A scuola, magari, la raccontano diversamente. Ma il nocciolo è quello. L'Iliade è un monumento alla guerra.
Così la domanda sorge naturale: che senso ha in un momento come questo dedicare tanto spazio, e attenzione, e tempo a un monumento alla guerra? Come mai, con tante storie che c'erano, ci si ritrova attratti proprio da quella, quasi fosse una luce che detta una fuga alla tenebra di questi giorni?
Credo che una risposta vera la si potrebbe dare solo se si fosse capaci di capire fino in fondo il nostro rapporto con tutte le storie di guerra, e non con questa in particolare: capire il nostro istinto a non smettere di raccontarle mai. Ma è una questione molto complessa, che non può certo essere risolta qui, e da me. Quel che posso fare è restare all'Iliade e annotare due cose che, in un anno di lavoro a stretto contatto con quel testo, mi è accaduto di pensare: riassumono quanto, in quella storia, mi è apparso con la forza e la limpidezza che solo i veri insegnamenti hanno.
La prima. Una delle cose sorprendenti dell'Iliade è la forza, direi la compassione, con cui vi sono tramandate le ragioni dei vinti. È una storia scritta dai vincitori, eppure nella memoria rimangono anche, se non soprattutto, le figure umane dei Troiani. Priamo, Ettore, Andromaca, perfino piccoli personaggi come Pàndaro o Sarpedonte. Questa capacità, sovrannaturale, di essere voce dell'umanità tutta e non solo di se stessi, l'ho ritrovata lavorando al testo e scoprendo come i Greci, nell'Iliade, abbiano tramandato, tra le righe di un monumento alla guerra, la memoria di un amore ostinato per la pace. A prima vista non te ne accorgi, accecato dai bagliori delle armi e degli eroi. Ma nella penombra della riflessione viene fuori un' Iliade che non ti aspetti. Vorrei dire: il lato femminile dell'Iliade. Sono spesso le donne a pronunciare, senza mediazioni, il desiderio di pace. Relegate ai margini del combattimento, incarnano l'ipotesi ostinata e quasi clandestina di una civiltà alternativa, libera dal dovere della guerra. Sono convinte che si potrebbe vivere in un modo diverso, e lo dicono. Nel modo più chiaro lo dicono nel VI libro, piccolo capolavoro di geometria sentimentale. In un tempo sospeso, vuoto, rubato alla battaglia, Ettore entra in città e incontra tre donne: ed è come un viaggio nell'altra faccia del mondo. A ben vedere tutt'e tre pronunciano una stessa supplica, pace, ma ognuna con la propria tonalità sentimentale. La madre lo invita a pregare. Elena lo invita al suo fianco, a riposarsi (e anche a qualcosa di più, forse). Andromaca, alla fine, gli chiede di essere padre e marito prima che eroe e combattente. Soprattutto in questo ultimo dialogo, la sintesi è di un chiarore quasi didascalico: due mondi possibili stanno uno di fronte all'altro, e ognuno ha le sue ragioni. Più legnose, cieche, quelle di Ettore: moderne, tanto più umane, quelle di Andromaca. Non è mirabile che una civiltà maschilista e guerriera come quella dei Greci abbia scelto di tramandare, per sempre, la voce delle donne e il loro desiderio di pace?
Lo si impara dalla loro voce, il lato femminile dell'Iliade: ma una volta imparato, lo si ritrova, poi, dappertutto. Sfumato, impercettibile, ma incredibilmente tenace. Io lo vedo fortissimo nelle innumerevoli zone dell'Iliade in cui gli eroi, invece che combattere, parlano. Sono assemblee che non finiscono mai, dibattiti interminabili, e uno smette di odiarli solo quando inizia a capire cosa effettivamente sono: sono il loro modo di rinviare il più possibile la battaglia. Sono Sherazade che si salva raccontando. La parola è l'arma con cui congelano la guerra. Anche quando discutono di come farla, la guerra, intanto non la fanno, e questo è pur sempre un modo di salvarsi. Sono tutti condannati a morte ma l'ultima sigaretta la fanno durare un'eternità: e la fumano con le parole. Poi, quando in battaglia ci vanno davvero, si trasformano in eroi ciechi, dimentichi di qualsiasi scappatoia, fanaticamente votati al dovere. Ma prima: prima è un lungo tempo, femminile, di lentezze sapienti, e sguardi all'indietro, da bambini.
Nel modo più alto e accecante, questa sorta di ritrosia dell'eroe si coagula, come è giusto, in Achille. È lui quello che ci mette più tempo, nell'Iliade, a scendere in battaglia. È lui che, come una donna, assiste da lontano alla guerra, suonando una cetra e rimanendo al fianco di quelli che ama. Proprio lui, che della guerra è l'incarnazione più feroce e fanatica, letteralmente sovrumana. La geometria dell'Iliade è, in questo, di una precisione vertiginosa. Dove più forte è il trionfo della cultura guerriera, più tenace e prolungata è l'inclinazione, femminile, alla pace. Alla fine è in Achille che l'inconfessabile di tutti gli eroi erompe in superficie, nella chiarezza senza mediazioni di un parlare esplicito e definitivo. Quel che lui dice davanti all'ambasceria mandatagli da Agamennone, nel ix libro, è forse il più violento e indiscutibile grido di pace che i nostri padri ci abbiano tramandato:
      Niente, per me, vale la vita: non i tesori che la città di Ilio fiorente possedeva prima, in tempo di pace, prima che giungessero i figli dei Danai; non le ricchezze che, dietro la soglia di pietra, racchiude il tempio di Apollo signore dei dardi, a Pito rocciosa; si possono rubare buoi, e pecore pingui, si possono acquistare tripodi e cavalli dalle fulve criniere; ma la vita dell'uomo non ritorna indietro, non si può rapire o riprendere, quando ha passato la barriera dei denti.
Sono parole da Andromaca: ma nell'Iliade le pronuncia Achille, che è il sommo sacerdote della religione della guerra: e per questo esse risuonano con un'autorevolezza senza pari. In quella voce - che, sepolta sotto un monumento alla guerra, dice addio alla guerra, scegliendo la vita - l'Iliade lascia intravedere una civiltà di cui i Greci non furono capaci, e che tuttavia avevano intuito, e conoscevano, e perfino custodivano in un angolo segreto e protetto del loro sentire. Portare a compimento quell'intuizione forse è quanto nell'Iliade ci è proposto come eredità, e compito, e dovere.

Come svolgere quel compito? Cosa dobbiamo fare per indurre il mondo a seguire la propria inclinazione per la pace? Anche su questo l'Iliade ha, mi sembra, qualcosa da insegnare. E lo fa nel suo tratto più evidente e scandaloso: il suo tratto guerriero e maschile. È indubbio che quella storia presenti la guerra come uno sbocco quasi naturale della convivenza civile. Ma non si limita a questo: fa qualcosa di assai più importante e, se vogliamo, intollerabile: canta la bellezza della guerra, e lo fa con una forza e una passione memorabili. Non c'è quasi eroe di cui non si ricordi lo splendore, morale e fisico, nel momento del combattimento. Non c'è quasi morte che non sia un altare, decorato riccamente e ornato di poesia. La fascinazione per le armi è costante, e l'ammirazione per la bellezza estetica dei movimenti degli eserciti è continua. Bellissimi sono gli animali, nella guerra, e solenne è la natura quando è chiamata a far da cornice al massacro. Perfino i colpi e le ferite vengono cantati come opere superbe di un artigianato paradossale, atroce, ma sapiente. Si direbbe che tutto, dagli uomini alla terra, trovi nell'esperienza della guerra il momento di sua più alta realizzazione, estetica e mo¬rale: quasi il culmine glorioso di una parabola che solo nell'atrocità dello scontro mortale trova il proprio compimento. In questo omaggio alla bellezza della guerra, l'Iliade ci costringe a ricordare qualcosa di fastidioso ma inesorabilmente vero: per millenni la guerra è stata, per gli uomini, la circostanza in cui l'intensità - la bellezza - della vita si sprigionava in tutta la sua potenza e verità. Era quasi l'unica possibilità per cambiare il proprio destino, per trovare la verità di se stessi, per assurgere a un'alta consapevolezza etica. Di contro alle anemiche emozioni della vita, e alla mediocre statura morale della quotidianità, la guerra rimetteva in movimento il mondo e gettava gli individui al di là dei consueti confini, in un luogo dell'anima che doveva sembrar loro, finalmente, l'approdo di ogni ricerca e desiderio. Non sto parlando di tempi lontani e barbari: ancora pochi anni fa, intellettuali raffinati come Wittgenstein e Gadda, cercarono con ostinazione la prima linea, il fronte, in una guerra disumana, con la convinzione che solo là avrebbero trovato se stessi. Non erano certo individui deboli, o privi di mezzi e cultura. Eppure, come testimoniano i loro diari, ancora vivevano nella convinzione che quell'esperienza limite - l'atroce prassi del combattimento mortale - potesse offrire loro ciò che la vita quotidiana non era in grado di esprimere. In questa loro convinzione riverbera il profilo di una civiltà, mai morta, in cui la guerra rimaneva come fulcro rovente dell'esperienza umana, come motore di qualsiasi divenire. Ancor oggi, in un tempo in cui per la maggior parte degli umani l'ipotesi di scendere in battaglia è poco più che un'ipotesi assurda, si continua ad alimentare, con guerre combattute per procura attraverso i corpi di soldati professionisti, il vecchio braciere dello spirito guerriero, tradendo una sostanziale incapacità a trovare un senso, nella vita, che possa fare a meno di quel momento di verità. La malcelata fierezza maschile cui, in Occidente come nel mondo islamico, si sono accompagnate le ultime esibizioni belliche, lascia riconoscere un istinto che lo shock delle guerre novecentesche non ha evidentemente sopito. L'Iliade raccontava questo sistema di pensiero e questo modo di sentire, raccogliendolo in un segno sintetico e perfetto: la bellezza. La bellezza della guerra - di ogni suo singolo particolare - dice la sua centralità nell'esperienza umana: tramanda l'idea che altro non c'è, nell'esperienza umana, per esistere veramente.
Quel che forse suggerisce l'Iliade è che nessun pacifismo, oggi, deve dimenticare, o negare quella bellezza: come se non fosse mai esistita. Dire e insegnare che la guerra è un inferno e basta è una dannosa menzogna. Per quanto suoni atroce, è necessario ricordarsi che la guerra è un inferno: ma bello. Da sempre gli uomini ci si buttano come falene attratte dalla luce mortale del fuoco. Non c'è paura, o orrore di sé, che sia riuscito a tenerli lontani dalle fiamme: perché in esse sempre hanno trovato l'unico riscatto possibile dalla penombra della vita. Per questo, oggi, il compito di un vero pacifismo dovrebbe essere non tanto demonizzare all'eccesso la guerra, quanto capire che solo quando saremo capaci di un'altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre. Costruire un'altra bellezza è forse l'unica strada verso una pace vera. Dimostrare di essere capaci di rischiarare la penombra dell'esistenza, senza ricorrere al fuoco della guerra. Dare un senso, forte, alle cose senza doverle portare sotto la luce, accecante, della morte. Poter cambiare il proprio destino senza doversi impossessare di quello di un altro; riuscire a mettere in movimento il denaro e la ricchezza senza dover ricorrere alla violenza; trovare una dimensione etica, anche altissima, senza doverla andare a cercare ai margini della morte; incontrare se stessi nell'intensità di luoghi e momenti che non siano una trincea; conoscere l'emozione, anche la più vertiginosa, senza dover ricorrere al doping della guerra o al metadone delle piccole violenze quotidiane. Un'altra bellezza, se capite cosa voglio dire.
Oggi la pace è poco più che una convenienza politica: non è certo un sistema di pensiero e un modo di sentire veramente diffusi. Si considera la guerra un male da evitare, certo, ma si è ben lontani da considerarla un male assoluto: alla prima occasione, foderata di begli ideali, scendere in battaglia ridiventa velocemente un'opzione realizzabile. La si sceglie, a volte, perfino con una certa fierezza. Continuano a schiantarsi, le falene, nella luce del fuoco. Una reale, profetica e coraggiosa ambizione alla pace io la vedo soltanto nel lavoro paziente e nascosto di milioni di artigiani che ogni giorno lavorano per suscitare un'altra bellezza, e il chiarore di luci, limpide, che non uccidono. È un'impresa utopica, che presuppone una vertiginosa fiducia nell'uomo. Ma mi chiedo se mai ci siamo spinti così avanti, come oggi, su un simile sentiero. E per questo credo che nessuno, ormai, riuscirà più a fermare quel cammino, o a invertirne la direzione. Riusciremo, prima o poi, a portar via Achille da quella micidiale guerra. E non saranno la paura né l'orrore a riportarlo a casa. Sarà una qualche, diversa, bellezza, più accecante della sua, e infinitamente più mite.

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